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Hannah Diamond è il futuro del pop, senza emozioni che non siano digitali

Melodie appiccicose come miele e testi che parlano di relazioni su internet con la stessa fottuta sincerità di un diario segreto: nel mondo di Hannah Diamond tutto è estremo, tutto al limite, senza mai sbrodolare nel kitsch. Innovazione pura

Hannah Diamond

Hannah Diamond

Foto via Facebook

La odierete. Dio se la odierete.
È pop, estremamente pop, è ultra-pop!
Ma noi non dobbiamo aver paura della parola pop. Non più oramai. Soprattutto se stiamo parlando di una artista come Hannah Diamond.

Visual artist, cantante, membro del collettivo inglese Pc Music che, in questi anni, si sta sobbarcando il peso di ideare un nuovo pop digitale capace di trarre spunto dall’elettronica arty quanto dalla musica da giostre, dall’happy hardcore quanto dalle sigle dei cartoni animati; Hannah Diamond è ultra-popstar.

Il mondo di Hannah Diamond ci costringe a confrontarci con la tecnologia che usiamo (spoiler: malamente) ogni giorno. È accelerazionismo, ovvero, c’é un uso accelerato dei processi che caratterizzano il capitalismo per scardinarlo. Hannah Diamond, come la Pc Music, non vende prodotti: è prodotto. Non troviamo dischi, vinili, merchandising, eppure, solo a guardare quel loro mondo, tutto sembra in vetrina, pronto alla vendita; è il cortocircuito di questa accelerazione. I processi di cui parliamo sono riferiti alla musica e all’immaginario di Hannah. Le sue tracce sono chewing gum pop cristallino, farcite da bambinesca voce di zucchero filato e produzioni massimaliste composte dal suo partner in crime A.G. Cook (quest’anno in tour con un’altra potenza, Charli XCX). Melodie appiccicose come miele e testi che parlano di relazioni su internet con la stessa fottuta sincerità di un diario segreto. Hi-tech hits come Hi e Every Night descrivono al meglio questa tensione tra cuteness iper-prodotta e digitalizzazione sonoro-emotiva, conducendoci in una nuvola di pathos colma di fulmini d’amore e piogge di lacrime. È tutto estremo, tutto al limite, senza mai sbrodolare nel kitsch. Innovazione pura, nascosta nel nostro pane quotidiano grazie ad una capacità tecnica e ad una sensibilità fuori dal comune. Sono i nostri nuovi sentimenti in HQ.

Hannah Diamond è principalmente una visual artist. Il suo immaginario ultraHD è magia computerizzata che trova sublimazione nella font che si è realizzata per l’uscita del suo ultimo singolo, una power-ballad emo dal titolo True. Nell’era dell’accelerazione, quando si viene lasciati, non si piange ingurgitando gelato come una retromaniaca Bridget Jones, ma ci si mette davanti al Mac per progettare una font armoniosa. Recuperatevi le copertine dei singoli di Hannah per rimanerci sotto: turbo-photoshop. Siamo oltre le correzioni antiestetiche del fashion, siamo oltre Kristen Steward con braccio scomparso in copertina su Glamour. Siamo in una futuristica Big Babol in 4K.

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Il mondo di Hannah Diamond, ad una prima occhiata, ci sembrerà fasullo. Il suo rappresentarsi innaturale, ma iper-reale, è una forma d’arte e di resistenza. Difficile da digerire nell’era dell’ipocrisia populista del web. Ci lamentiamo delle cover dei magazine photoshoppate, ma siamo i primi a buttare dieci minuti per la ricerca del filtro migliore per il nostro selfie, trattenendo il respiro per nascondere i chili di troppo. Hannah studia processi, programmi, meccanismi del capitalismo estetico e li porta all’estremo grazie ad un utilizzo massimizzato della tecnologia, conducendoci di fronte ad un’immagine, contemporaneamente, finta-e-reale. Siamo sul bordo del burrone dell’uncanny valley. Solo i meno preparati si ritroveranno nella zona perturbante dove un’estetica così reale/irreale produce una sensazione negativa e disturbante nell’utente.

Hannah Diamond è una popstar accelerazionista. E per questo la odierete, ma solo all’inizio, tranquilli. Col tempo vi sarà evidente l’enorme potenza di chi ci ricorda come la musica (e soprattutto la musica pop) possa essere un’arma. Hannah ci sta mostrando un futuro possibile. Siamo pronti ad accettarlo?

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