Guccini venerato maestro di coerenza e understatement | Rolling Stone Italia
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Guccini venerato maestro di coerenza e understatement

Che cosa rappresenta oggi il cantautore per la scena italiana? Risponde il documentario 'Note di viaggio' dedicato al tributo prodotto da Mauro Pagani. Per Manuel Agnelli è «un simbolo di schiettezza»

Francesco Guccini e Mauro Pagani

Foto press

Parliamoci chiaro: Note di viaggio, il doppio disco tributo a Francesco Guccini da parte del pop italiano pluridecorato (Zucchero, Ligabue, ma pure Mahmood, Gianna Nannini, Ermal Meta), uscito fra il 2019 e il 2020, avrebbe fatto discutere a prescindere dal risultato. Perché è nella natura stessa degli omaggi ai grandi artisti, in cui figli e figliastri si cimentano in cover più o meno pertinenti alla traccia di partenza, ergo l’effetto sacrilego è dietro l’angolo; e perché, comunque, nel suo caso si tratta di canzoni nate su misura dell’autore, quasi impossibili da immaginare con arrangiamenti e voce (quella voce) diversi dagli originali. Però, ecco, sarà che in mezzo è arrivata l’estate di sangue di I Love My Radio, o semplicemente è trascorso il tempo adeguato per metabolizzare il tutto, ma l’operazione in sé non andrebbe letta in prospettiva così disfattista, al di là di alcuni episodi piatti e poco ispirati.

O forse, più che altro, dico questo perché ho visto Note di viaggio. Il film, il documentario – regia di Andrea Longhin e Claudio Spanu – appena uscito su Nexo+, a tema dietro le quinte (registrazione, promozione, incontri) del progetto. Così, a chiudere il cerchio aperto con la pubblicazione del primo capitolo del disco, a novembre del 2019, tracciandone il contorno sentimentale. Sullo schermo, infatti, latita il presenzialismo, sostituito da sincera riverenza nei confronti di Guccini, a spingere nomi enormi a esserci, mettersi in gioco, esporsi alle critiche. Chiamalo rigurgito adolescenziale, passione per i suoi dischi, gratitudine, formazione. Ma, in ogni caso, non è timbrare il cartellino: anche perché l’operazione reca il marchio di Mauro Pagani nella produzione, che ha organizzato il tutto alle Officine Meccaniche a Milano; dietro il disco svettano un artwork preciso e relativo messaggio politico («Venite avanti… Non vi succederà niente», riferito ai rifugiati, e del resto la copertina è un disegno che ritrae i protagonisti del tributo su un “barcone” in mezzo al mare); e addirittura, per l’occasione, lo stesso festeggiato ha rotto il silenzio discografico tornando a cantare, con l’inedito in dialetto Natale a Pavana. Ci teneva, evidentemente. E ne è rimasto coinvolto e soddisfatto, pare.

Guccini e Mauro Pagani

Poi, certo, il film mostra una qualità – nella regia, nei tempi approfonditi del racconto, nella varietà dei temi, nella immagini – che lo porta a largo da quei poveri backstage che una volta avresti trovato allegati ai dischi, per saziare curiosità da voyeur. Ma il motivo d’interesse, qui, non sta nella sfilata patinata della nostra musica negli studi di registrazione, in (per esempio, eh) Manuel Agnelli che si prende L’avvelenata, nel cazzeggio di Giuliano Sangiorgi o nei vocalizzi di Mahmood. Semmai, appunto, nel rapporto fra gli artisti coinvolti e i pezzi (Elisa ha scelto Auschwitz perché il nonno era stato rinchiuso in un campo di concentramento, per dire), nei momenti rubati a Pavana in cui è lo stesso cantautore a parlare, nelle interviste alla figlia Teresa su quanto, a un certo punto, si fosse diffusa una vera ossessione per il padre – cita il caso, grottesco, di una ragazza che le aveva chiesto di raccoglierne per lei alcuni capelli dalla doccia.

E qui viene fuori la lettura più curiosa e inedita della sua immagine, cioè quella di una mitizzazione che – in quanto tale – suona almeno distorta, se non proprio fuorviante. Da un lato infatti, si sentono la riverenza dei conduttori tv e il tono zelante, da pellegrinaggio, degli artisti coinvolti. Ma dall’altro, colpisce la scena di un pranzo di Guccini all’osteria di sempre (soundtrack: Canzone delle osterie di fuori porta; e quale sennò?), con i musicisti di una vita, tutti anziani, a bere vino e raccontarsi barzellette come fossero davvero in uno dei quadretti delle sue canzoni. Nel senso: lo riteniamo elitario e intellettuale ma in realtà – sottintende Roberto Vecchioni – è anche una persona ironica, terrena nelle passioni. E del resto lui stesso si smonta poco più in là, tracciando una linea fra «certi cantautori che vengono da un ambiente borghese, urbano» e lui, umile «montanaro». O come quando, scherzando in radio con Nicola Savino, se ne esce così: «Secondo te, perché ho iniziato a suonare la chitarra?». Esatto: lui, Francesco Guccini, ha cominciato a fare musica per rimorchiare.

Quindi, l’eredità. Nel senso: che rappresenta, Guccini, per la scena italiana? Citiamo: per Manuel Agnelli «coerenza e schiettezza, sincerità», per Brunori un modello «per il modo in cui ha gestito la carriera», mentre Carmen Consoli lo fa emblema del «prendersi i propri tempi, del diritto al sogno». E se è un «simbolo» persino per TvBoy, lo street artist dei centri sociali che a Bologna ha dipinto un murales con la copertina del disco, allora il discorso è chiaro.

Cioè: la sua musica è una grande madre, a cui tanti volti con background diversi sono affezionati, compresi gli artisti coinvolti qui; e che i più giovani hanno ricevuto in dono dai genitori, mentre le generazioni precedenti hanno respirato quando quei concerti (e La locomotiva, e L’avvelenata di cui Ligabue ha scritto persino una risposta comunque mai sbandierata, e i pugni alzati, e l’eskimo) erano crocevia necessario di ogni liceale. Ma, soprattutto, Guccini è evidentemente più un maestro di vita che un autore a cui ispirarsi per coerenza, integrità e credibilità. E del resto chi è che può definirsi un suo erede? Chi riesce a emularne lo stile di scrittura, che invece resta lì irraggiungibile, anche solo impossibile da coverizzare? Appunto: come esplicitano Agnelli e soci, il suo lascito è spirituale piuttosto che strettamente musicale. E forse è per questo che un progetto come Note di viaggio aveva bisogno di un documentario così – che ne spiega i sentimenti, al posto dell’aspetto tecnico – per essere del tutto compreso.