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Grazie, Signore dei Dischi, per Wayne Coyne e i Flaming Lips

Tributo a una band che ci ha insegnato a non invecchiare male

Flaming Lips

Foto: Blake Studdard/Atria Creative

Ti accorgi che invecchi quando deponi l’arma del giudizio in campo musicale. Ti tiri fuori dal dire la tua sulla trap, sui Måneskin, perché se ti sei genuflesso ai Cramps e Johnny Thunders diventa sempre più difficile e forzato schierarsi a favore o contro ogni nuovo fenomeno che viene sbattuto in faccia ad ogni talent. I tuoi eroi di 40 anni fa avrebbero preso a bottigliate ogni vecchio carampano osasse giudicare la loro furia espressiva.

Ma io ringrazio il Signore dei Dischi perché i Flaming Lips esistono ancora, mi accompagnano nella perenne rotazione del pianeta, scorrere emozionale dato dall’illusione ottica dalla rotazione terrestre, citando l’inno Do You Realize che in questi anni dC (dopo Covid) spero di risentire al più presto nei loro straordinari happening party e paillettes dal vivo. Perché se sei cresciuto coi vinili, capisci che la musica è materica e che ci sono degli esseri umani da ricompensare, a prescindere dei milioni di follower perché caghi e fai i balletti su TikTok.

Ed eccomi mentre ricado nell’errore di giudicare i tempi che cambiano. Come invece non fa mai il mio guru Baba Wayne Coyne che recentemente ha sciolto in lacrime Nick Cave, per la loro versione di Girl in Amber cantata dalla quattordicenne Nell Smith. La vita è meravigliosa perché può accadere che Wayne assista casualmente alla gig di questa misconosciuta cantante e subito decida di coinvolgerla nel nuovo progetto.

È accaduto anche a me a Milano, uno giorno in cui la tristezza vinceva su ogni parola e suono motivante. In pieno centro noto quell’uomo con tanti capelli scuri e grigi e dei brillantini incollati alla tempia: non è possibile, sei tu! E allora grido il suo nome e si volta sorpreso che in Italia qualcuno lo riconosca. E colgo la sincronica chance per ringraziarlo per tutta la musica che ha realizzato e che continua a emanare, che mi accompagna specie di notte, quando cerco di disegnare incitato dal tratto multidimensionale dei suoi suoni, copertine e installazioni.

Ringrazio Rolling Stone per concedevi questo tributo estemporaneo e dovuto a una grande band, un clan di artisti musicali che hanno saputo evolversi e insegnarmi a seguire quel flusso: confesso che all’inizio non capivo come mai facessero dei featuring con la gossip-star Miley Cyrus, per colpa del mio pregiudizio da italiano che spesso fa diventare snob a priori, come se tutto il contemporaneo fosse una schifezza. E poi grazie ai Flaming Lips, vado a indagare e scopro che Miley non è solo una bella ragazza, ma anche una vera musicista, figlia di un country hero, generata da quella America in cui la canzone è cultura e non solo un sottofondo. E attraverso altre collaborazioni dei Flaming, mi accorgo che Ke$ha ha dire la sua, non solo Rollins e i Butthole Surfers.

Wayne e tutta la vita che i suoi Flaming Lips emanano sui dischi, dai palchi e dalla canzone della sua esistenza diffusa e tutti noi: la paternità devota al bellissimo rampollo Bloom Bobby, le cui conquiste e scoperte stratificano i suoi continui aggiornamenti social. E ora, alla vigilia dei suoi 61 anni, imminente padre di un altro cucciolo di Coyne.

Ti ringrazio Wayne, per accompagnarmi, specie in certi giorni in cui la luce scompare e l’esilio dal branco che detta la verità mi lascia senza energie. I tuoi suoni e colori mi aiutano ad avere dubbi e a cercare fantasia e sorrisi, oltre il nero apparente di questa realtà.

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