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Gli Stone Roses erano satanisti?

Nella storia della musica si sono tramandate un sacco di leggende, dalla presunta morte di McCartney passando per la nonnina che uccise Notorious BIG, 2-Pac e tentò di accoppare anche 50 Cent. E poi ci sono anche gli Stone Roses.

Tempo fa mi è capitato di leggere un bell’articolo che parlava della vera storia dietro Mary Poppins di Pamela Lyndon Traver. L’autrice (intellettuale/poetessa/filosofa/attrice etc.) ebbe, all’inizio del 900, il colpo di genio di creare un romanzo per l’infanzia nato dal sapiente mix di fatti realmente accaduti e altri totalmente inventati. Si limitò, in buona sostanza, a raccontare nero su bianco le pene vissute dalle proprie sorelle, afflitte dallo stato depressivo della madre, cercandone poi una soluzione nella sua fantasia, per concludere (al meglio) la storia.

Facendo una specie di Polaroid degli avvenimenti mentre erano ancora in evoluzione, cristallizzandoli negli anni Trenta del secolo scorso, tra nebbia, recessione, spazzacamini e suffragette. Svincolandoli così dalla ristrettezza di una vicenda soltanto privata che li avrebbe condannati, prima o poi, all’oblio. Lo stesso articolo parlava di come, prima che il libro prendesse forma per come tutti lo conosciamo, P. L. Traver avesse raccontato decine di volte le storie di questa bislacca governante chiamata Mary Poppins come vere, o come se avessero una loro base di verità. Magari non allora, non lì, ma altrove, in un’altra casa con un altro papà a un passo dal licenziamento per via dell’alcool. Come una “leggenda metropolitana”, di quelle che ci si passava di bocca in bocca da ragazzini e, ogni tanto, a qualcuno sfuggiva pure di mano. Arrivando a professarsi testimone o comprimario della leggenda stessa. Dall’aver visto il concerto dei Pink Floyd alle Piramidi d’Egitto ad aver saputo da un amico più grande che Jim Morrison dei Doors si era fatto la plastica diventando Axl Rose dei Guns’n’Roses.

In Egitto ci suonarono in realtà i Grateful Dead e il redivivo Jim sarebbe il misconosciuto Barry Manilow ma, come Pamela ci ha insegnato (e molti altri prima di lei), la narrazione della leggenda riesce solo se i tratti distintivi della storia, per quanto assurdi e paradossali possano essere, sono ben riconoscibili tanto a chi la racconta quanto a chi la sente. Soltanto così diventa utile per passare il tempo, per stupire qualcuno e magari lanciare anche un messaggio più o meno sotteso. Altrimenti resta soltanto una diceria, una cavolata, una fandonia. Così si sono tramandate negli anni decine di storie, più o meno note a tutti. Dalla presunta morte di McCartney allo scambio di bassisti nei Mötley Crüe, passando per la nonnina che uccise Notorious BIG, 2-Pac e tentò di accoppare anche 50 Cent. E poi c’è la storia degli Stone Roses satanisti.

A un’ora esatta dallo scoccare della mezzanotte del 1997, gli Stone Roses fecero capolino nella mia esistenza, un po’ per caso un po’ perché credo fosse inevitabile. Internet all’epoca lo usavano circa dieci milioni di persone (in tutto il mondo) e infatti non fu grazie alla rete che riuscii a goderne. Un mio amico e compagno di scuola mi chiese di prendere una musicassetta dal cruscotto chiedendomi se sapessi chi fossero; agii e risposi affermativamente, perché dovevo farlo, perché allora ne subivo indubbiamente il fascino dato dal fatto che fosse uno dei primi patentati del mio liceo e un batterista di talento che il mondo hardcore avrebbe conosciuto negli anni a venire. Pensavo fosse la prassi, perché avevo appena diciott’anni e nessuno smartphone per andare a scovare informazioni in tempo reale, perché alla fine perché mai avrei dovuto temere il contenuto di un disco con tre fettine di limone in copertina.

In una manciata di secondi fummo circondati dalle note di I Wanna Be Adored e, mentre ondeggiavo la testa come avrei continuato a rifare milioni di volte, lui mi pose la fatidica domanda: “Ma secondo te… che genere è questo?”. Durò circa vent’anni. O almeno quella fu la mia percezione. Perché, francamente, ancora adesso non saprei cosa rispondere. Avrei potuto dire un pre-Oasis se solo fosse esistito come genere, banalmente alternative rock, nu-rave se fossi stato in grado di prevedere il futuro, Manchester-sound a patto che amasse il qualunquismo, proto-rave e jungle-pop se avessi voluto fare il sofisticato, oppure brit-pop per salvare capre e cavoli: sarebbero comunque andati tutti bene.

“Beh, non sai rispondere fanzinaro?” mi spronò lui bonariamente e io risposi con la potenza cristallina del banale: “È Rock?”. Lui sorrise e mi disse candido: “Difficile a dirsi, speravo me lo dicessi tu”. Seguì una breve pausa e poi aggiunse: “Questa è un’ode a Satana!” 

Prestai più attenzione. La voce di Ian Brown sussurrava un proclama che, in effetti, potrebbe fare il verso Aleister Crowley se non poggiasse su una melodia tenue e orecchiabile (“I don’t have to sell my soul / He’s already in me”). Paura e Delirio su una Fiat 500. Il mio amico iniziò a raccontarmi di avere letto su una rivista (neanche a dirlo) straniera, sbirciata in un’edicola della Stazione Termini in attesa di una ragazza, che il quartetto di Manchester l’avesse scritta con lo scopo di invocare Satana per aiutarli non solo a raggiunger l’ambita fama ma pure per non venirne travolti.

Sul fantomatico giornale, il leader Ian Brown (appena venticinquenne quando la scrisse, nel 1988) veniva descritto come vittima delle droghe sintetiche e a un passo dalla depressione. Addentratosi perciò nel mondo dell’occultismo e della magia nera. Per non parlare delle sue cattive frequentazioni con ex-esponenti della Factory Records (forse gli ultimi veri poeti maledetti della storia musicale), soliti riunirsi nella Haçienda di Whitworth Street West – a Manchester appunto. Proprio per questo per gran parte della canzone la sua voce sembra in lotta per alzarsi al di sopra della litania o del mantra rituale. La sua pura confessione “I wanna be adored” non è urlata secondo i dettami del genere, da I Wanna Be Me dei Sex Pistols o Rockstar dei Nickelback, piuttosto sembra il sussurro agonizzante del malato che cerca la luce della salvezza. Il desiderio di un qualcosa in apparenza irraggiungibile e inappagabile dopo anni di frustrazione.

L’adorazione del Diavolo, del resto, non si è mai sentito che venga fatta urlandogli in faccia, sia mai non gradisca siffatta altezzosità. L’importanza in questo genere di cose non è il volume di fuoco, piuttosto riuscire a connettersi. “Senza non serve a un cazzo!” sentenziò il mio amico senza togliere lo sguardo dalla strada. Per questo Ian Brown ripeteva le stesse parole in loop: perché questo era lo scopo che si era prefissato, congiungersi col Maligno, mica con noi che il disco ce l’eravamo comprato. E i suoi compari gli andavano dietro, creando un sound altro messo in confronto col resto del disco.

She Bangs The Drums profuma di Sixties dappertutto, la bellissima Made of Stone ricorda la Summer of Love dei Mamas And Papas, This Is The One ha un crescendo emozionale tutto “brit”, Don’t Stop assume i toni lisergici di un rave e così via. I Wanna Be Adored no. I Wanna Be Adored è bisbigliata, ipnotica, col basso a martellare il tempo, feedback acustici e un riff di John Squire in scala pentatonica neanche fosse suonata da Tony Iommi dei Black Sabbath. 

La versione ufficiale spiegherebbe la criptica canzone come il modo degli Stone Roses per chiedere scusa ai fan della vecchia guardia per il successo che da lì a breve li avrebbe investiti, rendendoli le icone che tutti conosciamo. Nonostante prima della sua uscita, nessun altro loro singolo fosse entrato in qualunque classifica. Il che rende ancora più credibile la versione ufficiosa.

Per almeno tre anni sono rimasto convinto che la storia del satanismo sa la fosse inventata il mio amico da cui cercavo di prendere a piene mani quella supposta indipendenza (quanto meno automobilistica) a me ancora estranea. Non che l’idea che l’avesse creata di sana pianta, per far passare più velocemente la strada e il tempo, me lo rendesse meno interessante. Anzi. A me non sarebbe mai venuto in mente, il che ne raddoppiava istantaneamente la simpatia e il fascino. Finì che un giorno, comprando una copia del NME alla Stazione Termini, mi imbattei in un articolo che sommava i 10 Fatti Curiosi su Ian Brown e gli Stone Roses. Uno di questi metteva in luce la storia sentita la notte di San Silvestro di tanti anni prima. Sottolineando come nel 1995 nella raccolta The Complete Stone Roses apparisse uno strumentale dal titolo Groove (Black Magic Devil Woman) il cui testo, assente all’ascolto, compariva invece misteriosamente nei crediti.

Il perché non c’era dato sapere (ipotizzo: magari era brutto ed era stato scartato?) ma avvalorava la vicinanza della band con un certo tipo di situazioni. All’epoca questa storia mi colpì tanto che la raccontai a decine di persone. Tutte ovviamente non sollevarono alcun dubbio sull’idea che un qualsiasi gruppo rock potesse essere “satanista”, o forse rimanevano divertiti immaginandosi Ian in una delle sue polo dalle tinte pastello alle prese con messe nere e invocazioni demoniache, o forse tutti sapevano con cognizione di causa che era una roba inventata vai a sapere ora quando e da chi per primo, ma a volte, come direbbe Baricco, certe storie sono semplicemente belle da raccontare e da sentirsi dire. Basta non prenderle troppo sul serio.

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