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Quant’è difficile dire addio a Prince

Si ascolta la ristampa di ‘Sign o’ the Times’ con un filo di tristezza: di talenti così non ne nascono più. È anche un modo per capire come lavorava il musicista, che trasformava lo studio in una sala giochi per adulti

Prince ai tempi di 'Sign o' the Times'

Foto: Jeff Katz

La prima cosa che si sente è un Fairlight, il sintetizzatore-campionatore digitale su cui Prince amava mettere le mani in quel periodo. L’ha descritto bene Lisa Coleman, la collaboratrice del musicista. Si potevano registrare frammenti di pochi secondi e li si salvava su un floppy disk da 8 pollici. Al computer era abbinato un monitor su cui si lavorava con una penna ottica. La sensazione era che il futuro fosse arrivato. Al posto d’usare il Fairlight in modo creativo, quella volta Prince usò le impostazioni base per intrecciare rullante e basso. L’effetto era decisamente cupo. Il suono rimbalzava in cuffia annunciando qualcosa di sinistro.

Se Sign o’ the Times era attraversata da strane vibrazioni non era solo perché descriveva povertà, violenze, malattie. Quella cupezza derivava anche dallo stato d’animo di Prince. S’era messo alle spalle la collaborazione col gruppo dei Revolution ed era finita la storia con Susannah Melvoin. Solo un anno lo separava da Kiss, ma sembrava un secolo. Come scrive la sua fonica Susan Rogers, «le camicie a sbuffi e le nuvolette felici che aleggiavano su di lui ai tempi di Raspberry Beret s’erano dissolte». Prince stava «raccogliendo le forze e intanto le guardava svanire. La via da seguire sembrava intelligibile, eppure incerta». Dicono avesse la morte del cuore.

Costretto a ripensare la musica, Prince ne uscì con un capolavoro incredibilmente vitale, viste le premesse, registrato con una gioia quasi infantile nel combinare suoni, ritmi, melodie. Presentato alla casa discografica come triplo album, Sign o’ the Times venne poi ridotto su richiesta della Warner a doppio e pubblicato nel 1987. Ovviamente Prince non la prese bene: «C’è gente che direbbe a Mozart che scrive troppe note», si lamenterà in un’intervista. Se Purple Rain resta il best seller di Prince e 1999 il trionfo della sua mistica erotica che chiude la prima fase della sua storia, Sign o’ the Times è per molti il suo lavoro migliore. L’edizione deluxe che uscirà il 25 settembre farà in qualche modo giustizia alle intenzioni del musicista di pubblicare un disco esagerato. Oltre all’album rimasterizzato e ai singoli con relativi remix, e oltre a due concerti dell’epoca uno su CD e l’altro su DVD, il box set contiene infatti le tracce escluse dal progetto del triplo, che doveva intitolarsi Crystal Ball, e pure dal disco che avrebbe dovuto pubblicare con i Revolution chiamato Dream Factory e da uno dei progetti più bizzarri del musicista, un lavoro da pubblicare con lo pseudonimo di Camille. La voce della cantante, alter ego femminile di Prince, sarebbe stata alterata elettronicamente. Nessuno sarebbe stato informato della sua vera identità. Alla fine, i progetti si sono mischiati e sovrapposti e le canzoni sono state spostate da uno all’altro con disinvoltura.

Foto: Jeff Katz

Uno ascolta questa musica così varia e vitale e finisce per chiedersi: com’è che gli scarti di Prince suonano meglio di gran parte dei dischi che oggi va in classifica? La differenza fra un grande musicista e uno discreto è che quando senti i demo del secondo dici «ecco perché non l’ha fatto uscire», quando senti quelli del primo ti sembrano pronti per essere pubblicati, o quasi. Non tutti i pezzi dei tre CD di materiale tratto dagli archivi di Prince inclusi nel box set di Sign o’ the Times sono fondamentali, ma sono rari i momenti in cui ti sembra di perdere del tempo ascoltando rimasugli buoni per fan feticisti. È un viaggio in una mente in costante fermento, nell’immaginazione e nei talenti di un musicista che lavorava anche per 24 ore di fila e possedeva un gamma di registri incredibilmente ampia. Hanno qualcosa di buono anche gli inediti privi di melodie di grande presa. C’è quasi sempre qualcosa da ascoltare: un passaggio, un intreccio, un ostinato, un timbro, un groove.

Si capisce quanto Prince nell’85-86 si fidasse di Wendy Melvoin e Lisa Coleman, a cui affidò canzoni più o meno abbozzate lasciando loro grande libertà nel completarle, salvo poi eliminare le loro tracce dopo la fine della collaborazione. S’intuisce il gusto che provava nell’usare la sala d’incisione come un parco giochi per adulti. Emerge il modo in cui combinava e manipolava le canzoni per ottenere la track list perfetta. Ci si diverte perché si divertiva lui, come un bambino. Lo si sente dare istruzioni in cuffia ai musicisti e poi attaccare con una canzone languida e meravigliosa (e già nota) chiamata Power Fantastic che ferma il tempo e che è essa stessa istruzione per il piacere: “Il Sol minore è l’accordo del piacere, va suonato per undici misure”. Ad ascoltare tanto ingegno e talento, anche in pezzi rimasti per trenta e passa anni negli archivi, viene da chiedersi che cosa succederà quando questa razza di musicisti se ne sarà andata per sempre. Si rischia di farsi venire il magone ascoltando le session di Sign o’ the Times. Sono echi di un’epoca che sta svenendo, un pezzo alla volta.

Foto: Jeff Katz

Poi passa perché qua dentro ci sono humour e follia, come in Soul Psychodelicide. L’ha spiegato Lisa Coleman: quando Prince era di buon umore urlava “ice cream!” e quello era il segnale per attaccare questa jam un po’ matta registrata nell’estate del 1986 con i Revolution a fine corsa. E quindi questo Sign o’ the Times non è solo la dimostrazione del talento d’un singolo musicista, anzi del suo genio che per una volta è parola spesa bene, ma anche della sua propensione a collaborare con gli altri. Non sempre gli andava bene. Si ascoltano ad esempio Emotional Pump che Prince aveva scritto per Joni Mitchell, che gentilmente aveva declinato, la I Need a Man composta per Bonnie Raitt e la collaborazione con Miles Davis su un funkettone chiamato Can I Play With U?. Alla fine non entrò nell’album del trombettista Tutu perché a Prince non convinceva fino in fondo. Nel libretto è contenuto un suo gustoso ritrattino di Davis: «Era il tipo che invitava Mick Jagger a casa sua e lo faceva aspettare fuori. Era il tipo che t’invitava nel camerino e poi se ne stava lì col culo all’aria».

Alla fine, scrive Susan Rogers, Prince s’è disfatto dalla cupezza che si portava appresso. L’ha fatto incidendo una canzone intitolata The Cross. Era una di quelle che Rogers chiamava pezzi della domenica, nel senso del giorno della settimana in cui si va in chiesa. «Erano quelli che registravamo quando la band era in pausa, spesso erano lettere di ringraziamento a dio come The Ladder da Around the World in a Day o God dal periodo di Purple Rain». Con l’accompagnamento di una chitarra acustica, Prince descriveva l’avvento che avrebbe liberato uomini e donne da dolore e disperazione. In un certo senso era l’altra faccia di Sign o’ the Times, una dolce canzone di salvezza come quella che nel testo della canzone intona la donna incinta che non sa che cosa dar da mangiare ai figli. Prince aveva una tale voglia di esprimere quel sentimento di liberazione che finì per accelerare troppo la canzone. La lasciò così. «Sembrava essersi liberato da un peso».

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