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Giovanni Lindo Ferretti sta trasformando le canzoni in editoriali: e la musica?

Nel singolo ‘L’imbrunire’ il cantante non sogna ponti fra i popoli, ma «piccole patrie sempre sul chi vive». È un saggio poetico contro una società post tutto e pronta per il niente. Manca però un partner musicale forte

S’aspettano le canzoni di Giovanni Lindo Ferretti come s’aspetta l’editoriale del giornalista brillante e contrarian. Anche se non sei sempre d’accordo, vai subito a leggerlo. L’ultimo editoriale pop di Ferretti s’intitola L’imbrunire ed è la terza canzone che il cantante pubblica in tempi di pandemia, la prima a finire sulle piattaforme di streaming. In marzo c’è stata Ora, pezzo sulla nostra solitudine molesta e sovraesposta in tempi di quarantena. In maggio è arrivata Mal’aria, una quasi-canzone sull’apocalisse prossima ventura e il mistero della vita che la scienza non può afferrare. Adesso c’è L’imbrunire dove Ferretti entra nella carne viva del dibattito politico. Detta in breve: non sogna ponti, come il Papa. Sogna ponti levatoi.

Dice Ferretti che non si riconosce in un orizzonte sempre e solo economico in cui è la scienza a dirigere il traffico. Per un credente come lui è un incubo ad occhi aperti. Quando li chiude, sogna “ponti levatoi e mura a protezione, piccole patrie sempre sul chi vive, risate cristalline in gelide mattine”. Quando li apre, vede “spettri che camminano autocertificati, finestre e balconi di balletti e canzoni” e aggiunge sarcastico: “saremo post tutto-anti-pronti per il Niente”. Cita anche Immuni (“avremo il vaccino, Immuni”) e Imagine di John Lennon. Di quest’ultima s’è brevemente parlato a fine luglio quando Giorgia Meloni l’ha definita «inno dell’omologazione mondialista» perché immagina un mondo senza religioni, né confini, e cioè senza identità. Ferretti l’accosta alle parole-tormentone del lockdown “andrà tutto bene”. Sembra quasi dire: sono sciocchezze da ottimisti che s’illudono.

Nel Vangelo secondo Matteo, Pietro rivolge una domanda a Gesù: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E quello gli risponde: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Sono le parole che Ferretti cita nel finale, mischiandole a quelle di Fischia il vento: “Sette 70 volte 7 l’Occidente si fotte in diretta al tg, sette 70 volte 7 il vento dalle steppe eppur bisogna andar”. Nell’apocalisse che ci aspetta e che forse c’è già, Ferretti si ritrae come disertore. Il nemico è un’Europa “reliquiario di intenzioni, mercato/granserraglio/smart Bisanzio, caos democratico, alta definizione”, un passaggio degno di certe cose dei C.S.I.

Ma i C.S.I. non ci sono. Oramai non s’aspettano più le canzoni di Ferretti per la musica ed è un peccato. Ferretti non è mai stato un musicista e senza partner come Gianni Maroccolo, Giorgio Canali o Massimo Zamboni non va più tanto lontano. Ed è vero che questi pezzi sono stati prodotti in economia di mezzi. I borbottii elettronici sinistri, le chitarre marziali, il ritmo meccanico di L’imbrunire sono opera di Luca Alfonso Rossi (Üstmamò), co-autore e produttore del pezzo. È una passo avanti rispetto a Mal’aria che era un collage digitale e che a sua volta sorpassava Ora, basata sul riciclo della musica di La lune du Prajou. Le parole di Ferretti sulla nostra società post tutto e pronta per il niente sono divisive e potenti. Che torni a darci anche grandi musiche, adesso.

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