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Giovanni Allevi è il Piero Angela degli artisti di strada

‘Allevi in the Jungle’, la nuova docu-serie Rai, è uno spettacolo sopra le righe che racconta un patrimonio dimenticato da tutti. Peccato per gli eccessi retorici e le esagerazioni del compositore-presentatore

Giovanni Allevi

Foto: Ivan Romano/Getty Images

Quelli che si esibiscono ad Allevi in the Jungle non sono artisti di strada. Sono dei fenomeni. Cioè di solito l’artista di strada medio è uno buttato in terra col cane e il piattino dei soldi, distinto dal barbone solo perché suona la chitarra o disegna. Almeno nella mia esperienza.

Una volta a Livorno ho visto un tizio che intasava il traffico a un semaforo cercando di giocare con dei birilli, di lanciarli senza riuscire a riprenderli. Quando scattava il verde le macchine suonavano e lui continuava a rischiare di essere investito per raccattare i suoi strumenti e poi sorrideva porgendo il cappello delle offerte. Insulti, fischi, diti medi. Uno dal finestrino gli urlò «Hai visto un bel film! Cosa ci si inventa oggi pur di non lavorare».

Ecco, rispetto a questo, i personaggi della docu-serie di Giovanni Allevi sono dei Nobel della performance in strada. Potrebbero esibirsi al Cirque du Soleil o in un teatro vero ma hanno scelto di essere liberi da ogni vincolo, o semplicemente amano il contatto diretto col pubblico. Galerò si definisce “artista girovago” e ne ha diritto visto che ha suonato al Circolo Polare Artico, in Cina e in tutto il resto del mondo. Cioè non si è messo a fare il busker ai festivalini scrausi estivi e a fumarsi cannoni, questo ha girato il globo facendo intrattenimento. Facendolo bene. Rashid è un marionettista bosniaco che ha studiato design e sa intagliare il legno, uno che non solo crea delle tigri marionette, ma le fa quasi animare tanto è destro.

Questi ragazzi si esibiscono nelle strade di Torino e Allevi li narra a metà tra un Piero Angela sotto acido e se stesso al naturale, dando vita a uno spettacolo sopra le righe. Però pare che voglia anche scoprire qualcosa di se stesso. Si commuove (strano eh), si racconta e si identifica con loro, a un certo punto duetta pure al piano con la “poetessa del fuoco”.

Il format del programma ricorda altri del palinsensto Rai, in cui si raccontano le vite di persone normali ma per questo speciali. Come con l’esperimento di Jovanotti, la rete nazionale ha scelto di mandare all’assalto come cronista di questo mondo un musicista. La sorpresa è che Allevi riesce a essere molto meglio di Jovanotti e del suo Non voglio cambiare pianeta (ma come, proprio ora che Musk vuole portarci su Marte?), però del resto forse qualsiasi cosa è meglio di Jovanotti in Sudamerica in bicicletta che parla da solo di continuo, nella sua versione presa bene a tutti i costi.

Allevi ha solo un problema, va preso a piccolissime dosi. Se ride a caso senza senso una volta è simpatico, alla seconda ti lascia di stucco, alla terza ti mette in imbarazzo. Perché ride senza motivo?

In fin dei conti è un musicista affermato, odiatissimo da quelli della musica classica (e questo dovrebbe essere un buon segno) e in grado di affermarsi come personaggio pop. Il timore è che nei media di oggi non basti essere una cosa sola. Non basta che sia bravo a fare il pianista, siccome è strambo e sorridente deve farci sorridere a tutti. Ecco allora che esaspera quelle sue caratteristiche naturali che prese all’interno della sua opera artistica hanno senso, messe al servizio del telespettatore lo rendono una macchietta. Mi ricordo un’intervista di molti anni fa in cui diceva che il suo animale domestico era un gamberetto. Come si fa ad avere un gamberetto come animale domestico e a dirlo divertiti, singhiozzando dal ridere, se si hanno più di otto anni?

Detto questo il programma è piacevole ed è sicuramente la cosa migliore che Allevi ha fatto negli ultimi anni. Parliamo tanto della crisi degli artisti ma per stare in strada ci vogliono davvero le palle e il talento. Quello che porta in scena Allevi è un patrimonio che nessuno si fila mai, in primis i comuni, gli assessorati, lo Stato. La macchina burocratica che porta gli artisti a esibirsi rispettando le regole è farraginosa e arretrata, oltre che essere diversa da comune a comune. Ecco su questo magari la Rai poteva far più luce, andando a raccontare il dedalo burocratico di permessi che servono per non essere multati in strada. A Firenze ad esempio è considerato artista di strada uno che dipinge le madonne o fa il mimo, ma se ti azzardi a fare delle fotografie e a donarle ai passanti ti multano. Questo perché il regolamento è rimasto a decenni fa.

Allevi in the Jungle tutto sommato è un programma di vero servizio pubblico, con i pregi e i difetti del caso. Da una parte un linguaggio e un presentatore a volte troppo retorico e melenso, dall’altra lo sguardo puntato su delle storie belle da scoprire, solo che appena accennate, rese inoffensive.

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