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Fino a quando il pubblico del rap continuerà a ignorare il sessismo?


La cantautrice Margherita Vicario è stata sommersa di insulti misogini per aver criticato una traccia di Emis Killa e Jake La Furia. Anche questa volta la scena è rimasta in silenzio: facciamo in modo che sia l’ultima

La prima volta che dalla provincia presi un treno per Torino, facevo il primo anno di liceo. La Ricordi Mediastore di Via Garibaldi in Piazza C.L.N. era celebre per aver una piccola sezione dedicata ai dischi di rap italiano quando il rap italiano non se lo cacava più nessuno. Spesi tutti i risparmi per un paio di perle del tempo come Scienza Doppia H dei Colle Der Fomento e 3 MC’s Al Cubo delle Sacre Scuole. Dopo quell’esordio elettrizzante, le mie trasferte si fecero più costanti, scoprii nuovi spazi per rifornirmi di quella droga e la mia collezione prese forma. Feci conoscenza dei meccanismi del mondo del rap nel periodo più cupo della scena. Erano i primi Duemila. Da quel periodo uscirono artisti come Fabri Fibra, Club Dogo, Emis Killa e il rap italiano iniziò il suo percorso di conquista nazionale. Da quel momento, con l’arrivo del successo generalista, cambiò tutto: il modo di rappare, gli argomenti trattati, l’estetica. Il cypher lasciò il posto all’industria, la fedeltà alle quattro discipline ai big money.

Da pischello amavo il rap italiano perché parlava una lingua sconosciuta ai più, ma così chiara a noi outsider. Era roba da freak e geek. Nulla di patinato; la street credibility era puro sfoggio tecnico, tutt’altro che economico. Allenamento, costanza, talento. Non c’erano i money e le bitch, al massimo si parlava dei sucker, i terribili nemici della sacra arte dell’hip-hop. Poi, eventualmente, tutto andò in merda.

Negli ultimi due decenni il rap, e successivamente la trap, hanno macinato chilometri e successi, regalandoci dischi preziosissimi che ho amato e spinto. Però – diosanto – quanto è difficile voler bene al mondo del rap e alla trap oggi? In questi anni mi sono trovato a scrivere su Rolling degli insulti sessisti a CRLN prima di un live di Gemitaiz, della concezione del mondo patriarcale e maschilista di Emis Killa e, oggi (spoiler!), dello shitstorm subito da Margherita Vicario per aver espresso il proprio parere su un brano della coppia Emis Killa & Jake La Furia. Per quanto io ami il rap, non penso di esser molto apprezzato nella scena per queste mie prese di posizione. Quel paio di sei un coglione che mi sono stati recapitati nei social in questi anni sembrano vagamente confermare quest’impressione.

Torniamo però allo spoiler. Emis Killa e Jake La Furia hanno da poco pubblicato un disco in collaborazione, 17. All’interno dell’album è presente una traccia dal titolo Sparami, definita da Margherita Vicario (in una storia Instagram) come misogina e anacronistica. Per comprendere il commento della Vicario, vi estrapolo un passaggio del testo di Emis Killa,

Il mood è schivare le vipere
Mette il cazzo in queste fighe infine
Finché non muoio di AIDS o di sifilide.

Alcune pagine Instagram legate al mondo del rap hanno dunque ripreso questa affermazione e, in breve tempo, un esercito di misogini e ignoranti cretini da tastiera ha iniziato a commentare violentemente il profilo di Margherita. Mi scuso nel riproporvi qua il peggio che ho trovato, ma solo così è possibile comprendere il livello di bassezza a cui siamo giunti (tutta la nostra solidarietà a Margherita Vicario, ndr.),

“Stai shalla che Emis non lo mette il cazzo in una presa male come te”
“Ti sei offesa perché Emis non ti ha dato il cazzo? E lo capisco con quella faccia”
“Ti zittisco puttana”
“Registrati le tue scene del cazzo da sbirro infame e non parlare di rap che non sai un cazzo”
“Daresti tua madre per un po’ di fama in più, Emis Killa di un altro livello”

In questo becero cyberbullismo senza spina dorsale del pubblico del rap, Emis Killa non è intervenuto. Come lui, nessun altro della scena. Ed è questo a farmi tristezza. Sono fermamente convinto che il rap e la trap non possano continuare a fottersene del sistema malato in cui sono affogati. Gli artisti e le artiste del settore non devono esimersi dal prendere posizioni di denuncia che siano coinvolti o meno. È tempo di fare un passo in avanti e prendersi delle responsabilità. Credo nel valore propedeutico dell’arte, mezzo privilegiato per combattere la particolare ignoranza diffusa di questo momento storico. Se una volta il rap era coscienza anarchica della nazione, ora ricorda più uno spin doctor misogino e fascista di Trump o Salvini/Meloni. E quando non c’è più un margine netto di differenza tra questi due mondi, bisogna preoccuparsi, recitare un mea culpa collettivo e ricostruire partendo dalle fondamenta.

Sarò un nostalgico, ma credo che l’universo del rap possa tornare ad essere il dissetante più potente per combattere la desertificazione del nostro animo. Riposizionarsi moralmente, ora, è un dovere politico e sociale della scena, a partire dai suoi interpreti. È tempo di spostarsi dall’onda dell’ignoranza fascista e misogina e ritornare verso casa. Questo riguarda tutti, nessuno escluso, perché come rappava il Danno in Toro Scatenato, “Vogliono venderci scuse, ma i massicci le scuse le fiutano”.