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Fedez, le polemiche e qualche sbadiglio: bentornato Concertone

L'intervento del rapper è una sassata perfetta, che ricorderemo e che dà dignità alla manifestazione tutta. Per il resto sono state sei ore godibili e noiose per gli stessi motivi per cui il Primo Maggio è classico e stereotipo al tempo stesso


Per primi, i pochi assenti: la storica “cornice”, per usare il lessico di sorta, di Piazza San Giovanni; il pubblico vero; lambrusco, cori e Bandiera dei quattro mori. Invece, i presenti: la maratona come sempre lunga; la manciata di ospiti internazionali, insieme a un vasto assortimento arcitaliano; i momenti morti, la noia; i guai tecnici; gli appelli dei sindacati; i colpi di scena; e soprattutto il POLEMICONE™ istituzionale. Tradotto: dopo l’edizione casta e semifredda del 2020, ieri il Concertone del Primo Maggio (alla trentaduesima versione, la seconda del dopo Covid) è tornato nel pieno della sua ritualità. Nel bene, nel male. E se anche i conduttori – a questo giro gli amici di lunga data Ambra Angiolini e Stefano Fresi insieme a un Lillo oltremodo silenzioso – fra balletti a bordo palco e presentazioni spartane hanno detto che no, «questa non è la normalità», comunque poco ci è mancato.

Capitolo POLEMICONE™. Quello che è successo all’esibizione di Fedez era già ovunque ancor prima che cantasse, ora è già entra fra i momenti emblematici della manifestazione, di sempre. Sembra di tornare all’edizione in differita, per apportare eventuali tagli sulla scia dell’uscita con cui Daniele Silvestri (era il 2003) aveva criticato la lotta alla magistratura del governo Berlusconi; o a quando – 1991, Prima Repubblica – Elio e le storie tese improvvisarono una jam che tirava in ballo nomi e cognomi dei politici dell’epoca i cui scandali erano “insabbiati”. Invece eccoci, ciao 2021, con Fedez che racconta di un tentativo di censura (poi evitato) da parte di Rai 3 sui toni del discorso che avrebbe pronunciato, e la Rai che nega al netto di una telefonata registrata, pubblicata sull’account Twitter dell’artista e di una specie di colloquio chiarificatore su Instagram. In mezzo, Salvini a denunciare dal pomeriggio eventuali «comizi “de sinistra”» al Concertone, perché a spese degli italiani ergo di tutti e perché verosimilmente non ha mai seguito davvero l’evento.

In ogni caso, l’intervento incriminato è una sassata perfetta – da una parte a chiedere attenzione per il mondo dello spettacolo, dall’altra a denunciare contraddizioni, volti e omofobia della Lega contro il DDL Zan – che ricorderemo e che marchia quest’edizione (difficile si parli di altro, oggi). Certo non è la prima volta che qualcuno prende posizione su questo palco; ma che l’abbia fatto un personaggio di rilevanza mediatica come lui, per di più in maniera puntuale e su un tema del genere, dà dignità alla manifestazione tutta. Che poi qualcuno dica che è la festa del lavoro e il focus debba restare lì, è ordinaria amministrazione della manifestazione. Per cui, anche qui: bagliori di grottesca tradizione in questo Concertone alla fine così classico, nonostante la pandemia. Fedez, nel dubbio, al televoto pare ne stia uscendo vincitore sulla Rai.

Per il resto, sono state sei ore godibili e noiose per gli stessi motivi per cui il Primo Maggio è classico e stereotipo al tempo stesso, a contenere tutto il bestiario di sorta. Cara vecchia normalità. Specie perché, al contrario dello scorso anno, c’erano sì contributi registrati, perfino utili ad ammortizzare la maratona, ma in gran parte è stato uno show in diretta, con errori, problemi tecnici e pubblico di cinquecento persone nella cavea dell’Auditorium Parco della musica di Roma, fra personale sanitario e giornalisti. E per carità: non che fosse la platea più vispa del mondo; ma almeno ha dato un’interfaccia agli artisti, restituendo una componente fondamentale di un live. Per cui no, non è arrivata la dimensione galattica di Piazza San Giovanni, anzi questa ne è stata la versione intima; ma comunque si è trattato di un Concerto(ne) vero, non di una serie di showcase surgelati con cantanti che guardano nel vuoto.

Il messaggio di fondo, comunque meno incisivo dei tre minuti di Fedez, ha riguardato la necessità di ripartire in sicurezza (slogan: “L’Italia si cura col lavoro”), con i sindacati concentrati sui dimenticati di questo periodo mentre l’apertura del serale è passata per una dedica combat di Piero Pelù alle maestranze dello spettacolo. E se la retorica, in certi casi, scivola volentieri in cavalleria, il bello o il brutto di questa edizione – ripeto – è l’aver recuperato tutti gli stereotipi di sorta, in primis a livello stilistico.

Per esempio: nella maratona pomeridiana hanno vinto l’immancabile colpo di scena per le nonne – Chadia Rodriguez in topless – e la quota etnica, con Margherita Vicario insieme all’Orchestra multietnica di Arezzo, oltre ai mai-più-senza Modena City Ramblers, Après la Classe e Sud Sound System (gli ultimi due dall’Ex Ilva di Taranto). C’è qualcosa di più Primo Maggio? Per il resto, con un cast fra Sanremo e Mi Ami, i momenti di gloria sono stati i live di Bugo e Motta. La struttura dello show, invece, è sembrata meno abbozzata dello scorso anno, con un gioco a rimbalzo fra prefabbricati (intenso Vasco Brondi da Milano, con Ci abbracciamo) e diretta piacevole seppur con qualche passaggio di noia, un po’ per i ritmi da fast food – un pezzo a testa – e un po’ per le trovate grafiche, con vari dati su ambiente e occupazione a supportare i filmati.

La sera, invece, moltiplica gli appelli per il mondo dello spettacolo ed è tutta live, salvo ospiti internazionali in smart (Noel Gallagher in elettro-acustico su AKA… what a life!) e Colapesce e Dimartino, che pure fanno partire qualche urletto dalla platea e, oltre a Musica leggerissima, da Milano spediscono un’elegante Nati per vivere. Ma anche a questo giro, fra qualche esibizione di spessore (Madame e Max Gazzè con la Magical Mistery Band, in un tributo a Erriquez della Bandabardò insieme a Pelù e Finaz) e qualche giovane divorato dal palco (peccato, Mara Sattei), è un ritorno dello standard. C’è la parte nazionalpopolare, con Gianna Nannini che reinterpreta (ehm) Nel blu dipinto di blu in chiave folk col Claudio Capéo; quella romantica di Antonello Venditti che, a Piazza San Giovanni, canta Notte prima degli esami; l’evergreen de Il rock di Capitano Uncino di Edoardo Bennato; e l’anima pop-indulgente che tocca a Ci sarai di Francesco Renga, protagonista di un siparietto più o meno romantico con la ex moglie (“Sei tutta lilla”, le dice guardando com’è vestita; “no, è azzurro”, le risponde lei, e in effetti lo è).



Ancora qualche sbadiglio, tutti i cliché del caso, gli ultimi in scaletta – Willie Peyote e i FASK, Ghemon – che scorrono in sordina mentre sui social il dibattito è già monopolizzato dall’affaire-Fedez e la sensazione, nel bene e nel male, che il ritorno alla normalità passi da qui. Da un’accusa di censura, da una rara (per i colleghi) presa di posizione, da un’altra polemica da mettere negli almanacchi. Va a finire che, perse tutte le vecchie abitudini, ci stava mancando pure il Concertone.

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