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Facciamo ordine sul processo a Tekashi 6ix9ine

Per non scontare i 46 anni di carcere a cui è stato condannato per reati legati al crimine organizzato, il rapper ha deciso di collaborare con gli inquirenti, rompendo definitivamente uno dei diktat del gangsta rap: "No snitchin'"

Tekashi 6ix9ine

Foto: Getty Images

Quando alla fine dell’anno scorso Tekashi 6ix9ine aveva annunciato il suo nuovo tour europeo 2019 con relativa data in Italia, a Padova, una larga fetta dei fan si era ben guardata dal precipitarsi ad acquistare il biglietto in prevendita. E questo non perché si trattasse di un artista scarso o poco quotato – anzi, era uno dei rapper in ascesa più chiacchierati del momento – ma perché era abbastanza chiaro a tutti che Tekashi rischiava di non arrivarci proprio, in Europa, stroncato da qualche sicario di strada o dalla legge. Fino a quel momento, il grosso dei crimini da lui commessi erano legati soprattutto alla sua indole violenta e provocatoria: era stato accusato di aver picchiato la fidanzata e alcuni fan, ed era stato incriminato per avere utilizzato una comparsa tredicenne in una scena sessualmente esplicita di uno dei suoi primi videoclip. Ma al di là di questo, tutti sapevano che era legato a doppio filo a una gang di New York, i Nine Trey, una costola dei Bloods di Los Angeles. Non ne faceva mistero nei suoi testi, nei suoi video, nel nome che si era scelto (6ix9ine è un omaggio ai Nine Trey), nei suoi tatuaggi, tanto che secondo molti colleghi utilizzava la sua carriera musicale come un gigantesco spot pubblicitario alla gang, più che per costruire una vita migliore per sé e la sua famiglia. E all’inizio del 2019, puntualmente, è stato arrestato per reati legati al crimine organizzato: al processo si è dichiarato colpevole di nove capi d’accusa. A ventitre anni, era stato condannato a scontare quarantasei anni di carcere.

E quella poteva essere l’ultima volta in cui lo sentivamo nominare, senonché è accaduto qualcosa di inedito. Il governo ha offerto a Tekashi 6ix9ine una via d’uscita: collaborare in un altro processo, offrendo la sua testimonianza per incriminare altri membri illustri della sua gang, in cambio di uno sconto di pena. Già di per sé il fatto che abbia accettato è un evento clamoroso, perché è la prima volta in assoluto che un rapper così famoso e in vista collabora con gli inquirenti, “vendendo” i suoi ex soci. Per oltre trent’anni, uno dei diktat del gangsta rap è stato No snitchin’, non fare la spia, e il fatto che Tekashi sia disposto a infrangerlo – soprattutto dopo aver celebrato per anni quell’immaginario, vendendosi come uno dei più pericolosi e integerrimi soldati dei Nine Trey – lo ha reso il bersaglio della rabbia e del ridicolo di tutta la scena. Tra i primi a dissarlo apertamente in una traccia c’è stato YG, altro celebre rapper associato ai Bloods, che durante la sua performance al Coachella del 2019 ha suonato per la prima volta la traccia Stop snitchin’ davanti a una gigantografia di Tekashi 6ix9ine. Anche molti altri artisti hip hop e urban, tra cui il compianto Nipsey Hussle, Smokepurpp e Rick Ross hanno fatto lo stesso. Ma il numero di dissing, e di minacce fisiche vere e proprie, è destinato inevitabilmente ad aumentare, perché la settimana scorsa è iniziato il processo in cui il rapper deve testimoniare, e ciò che ha dichiarato non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco.

In un’aula blindata, davanti a una giuria a cui è stato raccomandato di rimanere imparziale e impassibile se “qualcuno dovesse menzionare delle star della musica”, Tekashi 6ix9ine è salito al banco dei testimoni e ha iniziato un interrogatorio talmente ricco di dettagli, nomi e riscontri che a quanto pare continuerà per giorni. Paradossalmente, da un lato le sue dichiarazioni contribuiscono a rendere ancora più grottesco e farlocco il suo personaggio, rendendo finalmente evidente che non tutti i sedicenti gangsta rapper sono chi raccontano di essere. Tekashi ha spiegato di girare sì con i Nine Trey, ma di non avere mai voluto sottoporsi all’iniziazione per diventarne un membro a tutti gli effetti. Tra lui e la gang c’era semplicemente un accordo, ha detto: lui forniva “le hit per pubblicizzarli e un supporto finanziario”, e loro in cambio fornivano “un veicolo per la mia carriera, credibilità e protezione”. In pratica non era un vero gangster, insomma, ma una specie di attore ingaggiato a tempo pieno per fare il testimonial, che per di più pagava per esserlo. Ma a scatenare il vero terremoto, probabilmente, sarà la lunga serie di rapper e trapper che sta nominando nel corso della sua testimonianza, forse nel tentativo di dimostrare che esistono artisti più famosi, brutti e cattivi di lui, o forse per trascinare giù con sé il maggior numero possibile di persone, se proprio deve andare a fondo.

Oltre a una serie di emergenti, ci ha tenuto a sottolineare che il rivale di sempre Trippie Redd è anche lui un Blood, e ha citato anche Jim Jones, colonna portante del rap newyorkese con i suoi Diplomats, e soprattutto la popolarissima Cardi B, la prima rapper donna ad avere inanellato due n°1 della classifica Billboard Hot 100. Tutti e tre gli artisti in questione avevano velatamente già rivelato di essere in qualche modo legati ai Bloods (compresa Cardi B, la cui hit Bodak Yellow pare ripeta continuamente la parola “bloody” come omaggio alla gang), ma ovviamente il fatto che ora la loro affiliazione sia agli atti di un processo è una potenziale bomba a orologeria per loro. Soprattutto per Cardi B, che sta cercando di orientare la sua carriera e la sua immagine verso il pop, più che verso il rap, e la cui casa discografica, la Atlantic, ha immediatamente rilasciato una smentita ufficiale.

La scena musicale d’oltreoceano è in subbuglio: chi saranno i prossimi a essere nominati? E soprattutto, cosa succederà adesso? Non solo a chi è finito suo malgrado all’interno di questo calderone legale e mediatico, ma anche a Tekashi 6ix9ine, perché lo aspettano anni in regime carcerario speciale per evitare rappresaglie dai suoi ex soci e, se dovesse ottenere uno sconto di pena ed essere rilasciato nel giro di breve, è possibile che debba entrare nel programma protezione testimoni, scomparendo per sempre. Ma come fa un rapper che ormai è diventato virale a sparire senza essere notato? Di questo e di molto altro si discuterà ancora a lungo, dopo quello che sarà ricordato come il più clamoroso caso di snitchin’ che la scena hip hop abbia mai registrato.

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