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Enrico Rava racconta il nuovo album inedito di Miles Davis

Abbiamo chiesto a uno dei più grandi jazzisti italiani di commentare 'Rubberband': «Non è quello che speravo, è musica anni '80. Ma anche oggi una nota di Davis vale più dell'opera della maggior parte dei trombettisti»

No, non è quello che speravo, cioè materiale inedito del Miles immenso degli anni ’50 e ’60.

È musica degli anni ’80, in cui questo genio che è stato determinante per la musica del 900 si era ridotto a una caricatura di se stesso, anche fisicamente come possiamo vedere dalle foto di copertina: pelle liscia da intervento di chirurgia plastica, parrucca, pancia tenuta dentro da tiranti vari… eppure, anche così, una sola nota di Miles vale più dell’opera omnia della maggior parte dei trombettisti odierni.

Miles Davis all’epoca di ‘Rubberband’. Foto press

Venendo a Rubberband, i primi 4 brani da dimenticare: banali, mosci, creatività zero. Poi però la svolta sorprendente. Give it up ci restituisce un Davis strepitoso. Un assolo di più di 6 minuti, su un tempo veloce e molto tirato, che culmina in un bellissimo dialogo estemporaneo con il sassofonista e con la ritmica. Un Miles all’altezza dei suoi giorni migliori, con quel suo timing implacabile e il suo fraseggio unico. Per non parlare del suono.

Da lì in poi il disco è godibilissimo e ci restituisce quell’enorme musicista che abbiamo adorato e che sa colpirci al cuore con una mira infallibile. In particolare vorrei citare Echoes in Time: un dialogo con se stesso alle tastiere che ci riporta all’epoca dei dischi con Gil Evans.

Insomma, la magia c’è sempre, e in quest’epoca di musicisti super tecnici e superattrezzati, a un disco come questo diciamo: “Benvenuto”.

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