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È tornato Achille Lauro, il santo protettore dei figli di nessuno

Nella nuova ‘Solo noi’ canta per una generazione solitaria e perduta, finita alla periferia di tutto. È una richiesta d’aiuto e un’offerta di conforto racchiusa in un pezzo buono per Sanremo 1980

Achille Lauro

Foto: Francesco Faraci

C’è una scena nel docufilm No Face 1 in cui Achille Lauro è ripreso di spalle, il cappuccio della felpa sulla testa, le mani appoggiate a un parapetto. La camera s’avvicina e si scopre che Lauro sta guardando la città dall’alto. Potrebbe essere un richiamo alle scene dei film in cui il gangster contempla il territorio che controlla e che fotte. Mi è sempre piaciuto pensare che lo sguardo di Lauro stia in qualche modo abbracciando quelle case, quei prati, quelle persone.

A forza di seguirne giochi e trasformazioni ci siamo dimenticati che nella musica e nella poetica di Achille Lauro c’è sempre stato uno sguardo compassionevole sul prossimo e in special modo su quelli che un tempo erano i suoi pari e che ora s’è lasciato alle spalle. C’era ad esempio nel libro Sono io Amleto in cui pregava Dio di proteggere i suoi ragazzi perduti in un impero di polvere. E c’era in un passaggio notevole di Roma in cui, citando sé stesso, s’immaginava come un Cristo “innalzato a morire su un colle, trafitto nel costato a Vigne, perito e intombato a Sempione, risorto da qualche parte lì a Montesacro, pe’ i miei ragazzi, pe’ sempre”.

Ora Achille Lauro ci è tornato, “da qualche parte lì”. Succede in un singolo titolato Solo noi, primo estratto dall’album che uscirà presumibilmente dopo Sanremo – lui lo definisce «il primo singolo che anticipa il nuovo me stesso». Con un po’ di fantasia potremmo immaginarla come la sua Siamo solo noi. Se quarant’anni fa Vasco Rossi cantava una generazione di sconvolti senza più santi, né eroi, Lauro offre il ritratto di ragazzi perduti, venuti al mondo senza mai indovinarne il motivo, finiti ai margini. Canta di una generazione sola, senza identità, né eredità, gente che non sa che cos’è una famiglia. Canta i figli di nessuno. In entrambi i casi, Siamo solo noi e Solo noi, si parla di gente che muore presto, senza fiori, né lacrime.

Raramente si riconosce a Lauro questa sensibilità, la pietas che ci vuole per scrivere cose del genere. Ce l’ha ricordato la breve campagna social che ha preceduto l’uscita di Solo noi, perché da tempo una canzone di Lauro è sì la canzone stessa, ma anche la comunicazione che la circonda, come se musica e testo non fossero in grado di dire tutto e ci fosse bisogno di un supplemento d’informazione, di suggestione. Fatto sta che su Instagram il cantante ha pubblicato una serie di foto in bianco e nero, un piccolo reportage iperrealista che in pochi giorni ha spazzato via l’immaginario da autoscontro illuminato da luci al neon di 1990 e quello da gangsta rapper trapiantato nell’era del proibizionismo di 1920: una famiglia sullo sfondo delle case popolari; una madre con due figli che ha «capito cosa significhi famiglia solo quando se ne è costruita una»; un ragazzo in moto, «figlio di una vita veloce»; un uomo che appassisce a letto, probabilmente malato; una madre e un figlio in una cucina di povere cose e il sogno di cambiare vita.

Composto per le musiche con Gow Tribe e Gregorio Calculli, che scrive per il cinema e il teatro, e per il testo con Frenetik & Orang3 e ancora Gow Tribe, Solo noi è un ibrido dove s’incontrano l’estrema economia espressiva di Vasco Rossi, quel linguaggio che procede per immagini e frammenti che evocano più che dire con precisione (s’era già ascoltato qualcosa del genere in 1969) e la cantabilità popolana di un pezzo d’inizio anni ’80 di Pupo. La frase chiave è “salvami te”. È buttata lì col solito canto assieme fragile e volgare di Lauro e non si capisce se si sta rivolgendo a Dio “che ci hai fatto così”, a chi lo ascolta, a sé stesso o a chissà chi. Capiremo poi chi è il mittente, chi è il destinatario di questa lettera musicale. Sembra non solo una richiesta di aiuto, ma anche un’offerta di conforto. Alla fine della canzone Lauro canta che “a me sta bene sì così” e forse lo dice perché lo capisca il bambino fotografato in copertina, quello appoggiato a un furgoncino ammaccato e abbandonato chissà dove, affinché si faccia forza e non si perda in quell’impero di polvere.

Nel 2021 la musica è da un’altra parte, basti pensare ai grandi dischi di Venerus e Mace, al tempo stesso sofisticati e seducenti, contemporanei, proiettati verso il futuro. Solo noi è un oggetto più semplice e pop che guarda anche al passato, una canzone larga che verrà criticata per lo stile ellittico e amata perché dice una cosa bella e la dice con una melodia che dà l’illusione d’essere sempre stata lì, nell’immaginario di una nazione canzonettara che per capitale ha eletto Sanremo.

Magari è una forma di restituzione. Ora che Lauro è ospite fisso di Sanremo, al centro del nazional-popolare, diventa il santo protettore delle periferie. Lo scriveva anni fa, in Redenzione: “Scusa Dio. A volte penso che non merito questo”, è cioè diventare un re. Forse Solo noi è qui per dare un senso al successo di Lauro, il Cristo di Roma morto e rinato per salvare i figli di nessuno. Anche se è solo per una canzone, anche se è solo per quattro minuti e mezzo.

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