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E se ‘Kid A’ fosse una promessa non mantenuta?

Il quarto album dei Radiohead usciva esattamente 20 anni fa. È un capolavoro, non si discute, ma ha annunciato un futuro migliore che non è mai arrivato

Thom Yorke sul palco coi Radiohead nel 2001

Foto: Mel Melcon/Los Angeles Times via Getty Images

Più una stella è lontana dal punto di osservazione, tanto più la luce che arriva all’osservatore ha brillato nel passato. Kid A dei Radiohead è una delle stelle più luminose nella costellazione della musica alternativa – un agglomerato che ha brillato con vigore fino a qualche anno fa nella galassia della musica pop – eppure sfugge all’ordine delle leggi dell’astrofisica, rompendo le barriere dello spazio e del tempo. Come ogni capolavoro che si rispetti, assume significati mutevoli, contraddittori e transitori in base alla prospettiva da cui si ascolta, è stato così dal primo giorno e continua ad esserlo oggi che compie vent’anni.

Come sappiamo, all’interno della discografia dei Radiohead Kid A ha rappresentato un momento di rottura radicale nel sound, nella strumentazione, nel processo di scrittura e di composizione e ha tracciato una cesura in ambito pop-rock, un prima e un dopo come se ne rintracciano pochi in questi decenni di popular music. Complice anche il suggestivo momento di passaggio da un millennio all’altro, ecco che il 2 ottobre del 2000, finalmente, arrivò il futuro. Peccato che quel futuro non si è mai realizzato ed è rimasto a fluttuare nel mondo del potenziale, bloccato insieme ai tanti universi possibili. Kid A è una promessa non mantenuta.

La campagna di promozione dell’album ha contribuito al pari del concept a creare quell’aura innovativa che è stata una delle chiavi del successo immediato del progetto. Hype accuratamente coltivato su internet, attraverso blog, rudimenti di messaggistica istantanea e l’utilizzo della tecnologia a partire dalla sua rappresentazione estetica, come quella dei mitologici blips, brevi video teaser della durata di una story su Instagram: è quasi innaturale pensare che Kid A sia uscito prima che l’iPod venisse messo in commercio, prima di YouTube, prima dei social network o dei servizi in streaming, in generale prima che disporre di una connessione ADSL in casa fosse praticamente scontato.

Sebbene già all’epoca i contenuti delle canzoni dei Radiohead fossero pieni di presagi, di angosce, di depressione e alienazione in funzione del rapporto tra uomo e macchina e dell’avanzare indiscriminato della tecnologia, l’entusiasmo, il cosiddetto tecnottimismo era dilagante e coinvolgeva gli stessi membri della band e i milioni di fan al loro seguito. Internet sarebbe stato un luogo virtuale libero, democratico, fuori dalle logiche di marketing, avulso dai brand, un luogo di sovversione del potere che regola il mondo reale, avrebbe reso gli esseri umani migliori, più uniti e in simbiosi tra loro.

Anche il contesto storico nel quale si colloca Kid A è pieno di “prima”. Un attimo prima della controversa vittoria di George W. Bush su Al Gore, prima dell’11 settembre e del G8 di Genova, su tutti. Il movimento No Global doveva ancora subire le sconfitte fatali, il capitalismo pareva avere i giorni contati, sembravano esserci tutto il tempo e la forza per cambiare la rotta del surriscaldamento globale. Tutte tematiche presenti nell’album, fortemente influenzato da saggi come No Logo di Naomi Klein o Captive State: The Corporate Takeover of Britain di George Monbiot, come noto.

Kid A ha vinto il Grammy come Best Alternative Rock Album, è stato considerato il disco dell’anno e del decennio da molte testate specializzate, tra cui Rolling Stone. Quando un disco uscito all’alba di un nuovo inizio viene considerato migliore di tutto ciò che c’è stato nei dieci anni successivi è una bella campanella di allarme. Da un punto di vista musicale, i Radiohead non scoprirono di certo l’acqua calda, ovviamente esistevano già da un pezzo la musica elettronica, la sperimentazione, la commistione di generi diversi tra loro, ma nessuno aveva venduto un milione di copie o era finito in cima alle classifiche in Europa e negli Stati Uniti. Non che questo sia una condizione necessaria e sufficiente per attestare la qualità del prodotto, tutt’altro, semmai è l’ennesima dimostrazione del fatto che i vertici della classifica non sono esclusivamente appannaggio dell’easy listening o dei successi pop commerciali.

Thom Yorke e Jonny Greenwood hanno preso a piene mani da Autechre, Brian Eno, Aphex Twin, DJ Shadow o DJ Crush e dalla stessa Björk, li hanno mischiati con parti di Alice Coltrane, Charles Mingus, Miles Davis o Tom Waits, Can e Talking Heads e si sono addentrati ancora più a fondo nella musica classica, concreta e sperimentale, riemergendo con 10 canzoni entrate nella vita di milioni di persone, adolescenti compresi. Hanno abbandonato il formato canzone a favore di testi minimali, piccoli slogan isterici e nonsense nati dalla tecnica del cut up, hanno messo in secondo piano le chitarre e si sono presentati sul palco con una serie di aggeggi manco fosse un laboratorio della NASA. È tutto molto suggestivo e sensazionalistico per esibirsi in prima serata al Saturday Night Live, ma non è nulla di sconvolgente in realtà, per chi, per esempio, proveniva dal mondo dei rave.

È proprio qui che sta la sfumatura fondamentale, Kid A fa da spartiacque ma rappresenta anche l’espressione massima e la sintesi migliore di ciò che è stata la musica alternativa nella sua essenza. Un piano intermedio tra la sbornia pop e il sottobosco sperimentale, un luogo di osmosi in cui le due parti comunicano. Kid A ha alzato l’asticella, ha preteso da tutti uno sforzo maggiore di quanto non fosse stato fatto finora dal rock alternativo, è stata la dimostrazione del fatto che le cose sarebbero potute andare diversamente. Da un punto di vista generazionale, è una metafora perfetta di ciò che hanno vissuto i millennial, la generazione che andava incontro al futuro e che invece è diventata famosa per essere una generazione precaria, la prima a non avere gli stessi privilegi della precedente, a dover ridimensionare le cose, a temere il futuro.

Nel 2001 escono Is This It degli Strokes e White Blood Cells dei White Stripes, arrivano gli Interpol e infine gli Arctic Monkeys. Le chitarre prendono di nuovo il sopravvento nel rock alternativo, sembra una rinascita, ma è solo l’ultimo atto, che risponde al nome di indie rock. Le cose sono andate in maniera totalmente diversa da quello che prometteva Kid A anche perché gli stessi Radiohead diventarono via via più grandi di tutto quello che stava succedendo e nessuno è stato in grado di raccoglierne l’eredità.
Tuttora, il segnale di connessione è ancora forte e stabile. Appena partono i primi secondi di Everything In Its Right Place veniamo subito trasportati da qualche altra parte che doveva essere l’oggi e invece è rimasto in sospeso nell’ignoto interstellare. L’era glaciale però è arrivata, eccome.

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