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È il momento giusto per leggere ‘Essere Morgan’

Nel nuovo libro, Morgan spiega che la casa di chi crea, compresa quella da cui è stato sfrattato, è di per sé un’opera d’arte. E qualche riflessione la suscita in un tempo in cui i musicisti sono considerati hobbisti

Foto: Gabriele Micalizzi

Di Morgan si è sempre sindacato tutto, tranne il talento di musicista. Ebbene, con questo ha sul curriculum più libri che dischi di inediti da solista, quattro a tre. I titoli: Dissoluzione, la raccolta “caduca” di poesie ai tempi dei Bluvertigo; In pArte Morgan, la prima autobiografia lanciata dalla ribalta televisiva del 2008; Io l’amore, la musica, gli stronzi e Dio, ovvero il precedente ma aggiornato al 2014. E l’ultimo Essere Morgan. La casa gialla (un tomo di oltre 300 pagine, per La nave di Teseo), pubblicato oggi e per cui, già dal nome, mi sono chiesto: c’era davvero bisogno di un suo ennesimo memoriale? E insomma: il Bugo-gate, le ospitate nei salotti tv, Barbara D’Urso; non è che è tutto un modo per battere il ferro finché è caldo? Dubbi leciti.

Dubbi leciti, che in parte rimangono anche dopo averlo letto, ma che non tolgono comunque nulla alla sincerità di fondo dell’opera, che è sincera nella maniera più sconsiderata tipica del suo autore – e cioè senza pudori, prendendosi dei rischi, assumendosi le contraddizioni di una vita. Di più: leggendo certi passaggi, viene da pensare che non sarebbe potuta uscire in un momento migliore. Peccato per come “finisce”, ma un titolo programmatico come Essere Morgan non poteva certo essere tradito così, e comunque ci arriviamo con calma. Intanto andiamo con ordine, partendo dai lati più interessanti.

La storia che dà il via alla faccenda è una di quelle che sappiamo a menadito: lo scorso anno Castoldi viene sfrattato dalla sua Casa gialla, una villetta in stile liberty a Monza dove viveva e lavorava ormai dai primi Duemila; il punto – secondo lui – non è tanto qui, quanto che l’abitazione di fatto fosse la dimora di un artista e, nonostante ciò, non sia stata tutelata a dovere. Ecco: da uno spunto personale quindi, il libro ricava una riflessione sull’importanza della casa di chi crea, che è «opera d’arte in sé, non perché contiene oggetti preziosi o poveri», ma perché «è il modo in cui sono relazionati i contenuti e il perché» a renderla tale. Gusto, operatività, funzionalità: niente è lasciato al caso. «È il “luogo” in cui viene messa in atto la volontà creativa di un artista in ogni aspetto», lo spazio «di manifestazione concreta del suo stile di vita».

Il ragionamento è sviluppato con vivacità, coerenza, passione e un rigore serissimo, quasi accademico: si citano articoli della Costituzione per la tutela, si opta per classificazioni dettagliatissime di modelli (dall’atelier alla factory, dal Vittoriale dannunziano agli appartamenti frugali in cui regna solo l’essenziale), si azzardano addirittura ipotesi di questionari per il riconoscimento, astrazioni. Perché, conclude Morgan, proteggere la dimora di – per esempio – un musicista, significa proteggere lui come creativo, adesso che «è giunto il momento di definire e delineare i tratti, le aree di competenza, le caratteristiche essenziali dell’artista per non permettere che sia privo di garanzie, solitario e lasciato a sé».

Ora: al di là dell’opinione di ciascuno sulla “casa d’artista”, questi sono passaggi scritti prima della pandemia (senza i mille rimandi di rito, il libro sarebbe uscito addirittura a metà marzo), eppure leggendoli oggi e pensando a ciò che sta passando il mondo della musica – trascurato dalle istituzioni, vittima di un vuoto normativo, con maestranze e non solo senza alcuna tutela – sono perfetti per aprire gli occhi. Del resto, Morgan è un divulgatore preparatissimo: ha gli strumenti e la consapevolezza per raccontare l’arte, la conosce, ne è sinceramente devoto. E nel descrivere l’importanza di prendere in considerazione la dimora di chi crea sottolinea tutte le contraddizioni di un Paese che continua a vedere nei musicisti (e non solo) dei semplici hobbisti, quando in realtà si tratta di lavoratori (piccoli o grandi che siano) di un tessuto in sé fragile, precario.

Castoldi lo sa e su questo tasto spinge, ma più che cercare la polemica (c’è anche quella, non preoccupatevi), per far prendere sul serio la musica ne racconta gli aspetti più affascinanti, da spettatore privilegiato, a cui anche il più cinico difficilmente resiste. Perché, al di là dello stile ovviamente sopra le righe, fra Caps Lock sparsi e grassetti che spuntano all’improvviso, è sempre la divulgazione a vincere, raccogliendo aneddoti sulle meraviglie nascoste nelle case dei musicisti italiani, dall’appartamento milanese di Battiato alla casa di Fossati. E anche il nostro voyeurismo è sazio, alè.

Poi però, dicevamo, per riportare tutto su un piano personale (o per dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che la questione riguarda anche Morgan, non so), la seconda parte del libro ripercorre la vita dell’autore attraverso la stessa Casa gialla, prima descrivendone l’architettura e il concept di fondo e poi catalogandone il contenuto. Una specie di tour guidato di una dimora che non c’è più o una specie di autobiografia che poggia sugli oggetti di sempre, lavorativi e non, minuziosamente documentati con foto, descrizioni, disegni, aneddoti. Un forziere: la dodici corde di Bowie, decine di sintetizzatori, manoscritti, artwork dei Bluvertigo, costumi creati su misura da grandi stilisti. Non ne sto mettendo in dubbio il valore (né simbolico, né economico), e davanti a certe cose è giusto stropicciarsi gli occhi; ma quasi 200 pagine così (in cui si trova veramente di tutto: demotape, foto di nudo, negativi), di descrizioni accuratissime e racconti a volte anche un po’ superflui magari propendono più al culto della persona che al racconto biografico, o tantomeno a suffragare l’importanza di quella casa anche di fronte a chi, da lì, lo ha sfrattato.

Insomma: un lavoro in cui Morgan raccontava con ancor più dovizia di particolari e varietà le case degli artisti, e non solo un catalogo della propria, forse sarebbe stato più efficace per far aprire gli occhi sul bisogno generale di tutela di cui il settore necessita. Fermo restando, appunto, l’importanza di tutti i discorsi sul sacrosanto riconoscimento artistico. E chissà che scoprire alcuni reperti dell’epoca dei Bluvertigo tenuti nella Casa gialla, al di là di tutto, non possa davvero facilitare queste percorso. A patto che le istituzioni abbiano un cuore, e un po’ di pazienza per superare qualche eccesso di questo libro.

 

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