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Dopo un anno di pandemia ci siamo stufati dei concerti in streaming?

Confessione di un disilluso. All'inizio i live online sembravano desiderabili: meglio di niente. Ora però, tra finte dirette e imbarazzi, c'è più che mai bisogno di veri concerti come atti di mutuo soccorso

Iggy Pop nel 2019

Foto: Naomi Rahim/WireImage

Nel mese di marzo, accompagnato da un discreto battage mediatico, Iggy Pop ha annunciato una serie di concerti in streaming che avrebbero preso inizio il 21 aprile successivo. Data scelta non casualmente, trattandosi del suo settantaquattresimo compleanno. Dopo mesi a guardare stupidamente la sezione tour del suo sito ufficiale, ecco dunque comparire quattro date in streaming: una manna in tempi di clausura forzata, oltre che il primo segnale di una possibile vita oltre la pandemia.

La location di Sydney (città sostanzialmente Covid free come tutto il continente australiano) mi aveva fatto addirittura pensare altrettanto stupidamente che si trattasse di un concerto in presenza di pubblico. Una volta entrato sul sito dell’organizzatore, tuttavia, ecco la doccia fredda: quelli programmati non erano altro che i concerti tenuti da Iggy alla Sydney Opera House nella primavera del 2019.

Posto che la cosa non mi ha fermato dall’acquisto e che vedermi un concerto davanti alla tv con l’ormai classico panino portato da un rider ha reso la mia giornata molto meno grigia, mi chiedo se la tanto ventilata nuova era degli spettacoli in streaming non sia morta già sul punto di nascere.

Inizialmente, la fame di concerti, la destabilizzazione dovuta a un virus che era andato a colpire il settore in cui mi muovevo da vent’anni e la voglia di partecipare a qualcosa di monco, ma comunque condiviso mi avevano fatto accettare quel compromesso con curiosità. Pur essendo convinto fin da principio che non potesse trattarsi di una pratica a lunga scadenza, l’idea di poter respirare un po’ del mio vecchio mondo aveva in qualche modo sedato la disperazione legata alle notizie che quotidianamente invadevano i telegiornali. Sapere di guardare qualcosa insieme a persone sparse per il mondo che stavano vivendo il tuo stesso incubo in qualche modo era rassicurante e, da un certo punto di vista, gli artisti stessi mostravano una vicinanza a noi pubblico mai vista in precedenza. Insomma, per una volta eravamo davvero sulla stessa barca.

Poi, giunta inevitabilmente la disillusione, tutto ha iniziato ad apparire per quello che era davvero. Da sempre avevo guardato alla questione concerti solo dal punto di vista del fruitore, dando per scontato che agli artisti fregasse solo fino a un certo punto di chi si trovavano di fronte. Di fatto, un concerto senza pubblico poteva avvenire, mentre l’ipotesi contraria poteva essere concepita solo per uno sketch nonsense. Invece, già dopo il primo concerto in streaming, avevo compreso che il pubblico aveva esattamente lo stesso peso specifico di chi si stava esibendo. I Foo Fighters, per esempio, una volta saliti sul palco del Roxy di Los Angeles sembravano liceali alla prima esperienza: sguardi persi, imbarazzo, paura.

La messa in onda degli show di Iggy Pop non ha fatto altro che evidenziare la medesima tesi. Dopo l’euforia iniziale, vedere la gente invadere il palco su invito di Iggy, guardarlo lanciarsi tra la folla o sentire il pubblico intonare il classico Happy Birthday a fine concerto mi ha lasciato un bruttissimo senso di inadeguatezza. Una realtà che mi sono stancato di vivere, così come mi sono stancato di pensare che nei prossimi anni mia figlia mi possa dire: ah papà, stasera non disturbarmi perché ho un concerto in camera mia. Magari pure in differita.

Voglio tornare a sentirmi chiedere se mi posso spostare più dietro perché gli altri non vedono, voglio ricominciare a dire a quelle persone che non è colpa mia e di prendersela con mia madre. Voglio sentire la puzza di quello al mio fianco che non si lava da due settimane e che la bolgia del concerto ha trasformato in un’arma batteriologica. Voglio tornare a sublimare le mie frustrazioni quotidiane come ho sempre fatto. Perché è così che funziona: non si tratta solo di musica, di eventi a cui bisogna per forza partecipare perché lo fanno tutti, di cachet e di incassi. Quella è la parte socio-economica della questione, quella priva di poesia. A un concerto c’è un vero e proprio scambio energetico, quasi di mutuo soccorso. Noi non possiamo vivere senza live e gli artisti non possono vivere senza di noi. Tutte cose che non possono avvenire mangiando sul divano di casa un panino, seppur cotto al punto giusto e arricchito da ottime patatine.

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