Di cosa parliamo quando parliamo di musicisti icone gay | Rolling Stone Italia
Home Opinioni Opinioni Musica

Di cosa parliamo quando parliamo di musicisti icone gay

Ecco come il conflitto di George Michael con la propria sessualità ha aperto la strada, tra mille incertezze, a una generazione di artisti che non intende più nascondersi, da Lil Nas X a Troye Sivan

Troye Sivan, George Michael e Lil Nas X

Foto: Robb Cohen/Invision/AP Images; Michael Putland/Getty Images; Chris Pizzello/AP Images

«Nascondiamo le parti di noi stessi che non vogliamo mostrare al mondo», dice Lil Nas X nel video del singolo spacca-classifiche Montero (Call Me By Your Name). Per il cantante e rapper, apertamente gay, Montero è il luogo dove siamo liberi di essere noi stessi. Qualche mese fa, il video orgogliosamente queer del pezzo ha causato un piccolo caso mediatico: la controversia però non era relativa all’orientamento sessuale di Lil Nas X – aveva già fatto coming out alla fine del Pride Month del 2019 – ma all’uso di immagini religiose, col 22enne che scivola lungo un palo giù fino all’inferno, fa una lap dance per il diavolo e si fa crescere due ali da demone.

Da David Bowie ed Elton John, molti musicisti rock hanno giocato con l’androginia e già negli anni ’70 dichiaravano pubblicamente la loro bisessualità. Ma fino a una ventina d’anni fa l’idea di un cantante apertamente gay che finisce al centro del mainstream ancor prima dell’uscita del primo disco (si intitola Montero e arriverà in estate) sarebbe stata impensabile. Ricky Martin, che ha annunciato di essere «orgogliosamente omosessuale» nel 2010, dopo anni di speculazioni, tra cui un’intervista con Barbara Walters che lo tormenta ancora oggi, ha avuto successo soprattutto grazie a una fedele fanbase di donne ansiose di guardarlo agitare il “bon-bon”.

Martin aveva le sue buone ragioni. Un anno prima dell’uscita del suo debutto in lingua inglese, il disco che ha lanciato la sua carriera nella stratosfera, la sessualità della popstar britannica George Michael era diventata di dominio pubblico. Michael era stato arrestato per aver sedotto un poliziotto in borghese in un bagno pubblico di Beverly Hills. Le sue canzoni hanno continuato ad avere successo nel Regno Unito, ma non hanno mai più sfondato negli Stati Uniti.

Il pubblico americano ha visto per la prima volta Michael grazie al video di Wake Me Up Before You Go-Go, la hit degli Wham! del 1984, dove si presentava, spesso in primissimo piano, con pantaloni attillati blu e bianchi, un top magenta e guanti giallo fluorescente. Gli anni ’80 erano un parco giochi per gli artisti appariscenti, e il fatto che un cantante soprattutto europeo avesse eyeliner e orecchini non diceva granché sulle sue abitudini sessuali.

Solo pochi anni dopo, quell’immagine iconica è stata eclissata da quella di un Michael diverso. Nel video della title track del suo debutto solista Faith, indossava una giacca di pelle nera, stivali da cowboy con la punta di ferro, occhiali a goccia e blue jeans talmente attillati da sembrare dipinti sulla pelle, e agitava il culo per la gioia di milioni di fan. L’appropriazione di quei simboli di iper-mascolinità potrebbe aver creato qualche dubbio sulla sessualità di Michael nel pubblico etero, ma col senno di poi, sembra un tentativo ovvio – forse inconscio – di sviare l’attenzione. All’epoca il cantante aveva una relazione con la modella e truccatrice Kathy Jeung, ma in privato si identificava come bisessuale.

Almeno fino al 2004, Michael sembrava credere nella vecchia teoria dei fattori ambientali – un padre assente e una madre amorevole – per spiegare la sua queerness. Per questo, è utile analizzare nel dettaglio una delle hit più grandi di Faith, Father Figure. Al di là dell’associazione amore-crimine del testo, giustapposta al verso “accoglimi con gli occhi di un bambino”, nel brano Michael interpreta una figura paterna, uno sviluppo intrigante ma forse prevedibile considerando la prevalenza della cultura dei “daddy” nella comunità gay.

Nel brano del 2018 Seventeen, Troye Sivan racconta di un rapporto sessuale con un uomo più vecchio di lui incontrato su Grindr. L’artista australiano fa parte di una nuova generazione di performer LGBTQ nati in un’epoca in cui la connettività e la costante visibilità potrebbero avergli risparmiato la perdita di molti anni di vita. Seventeen parla chiaramente di sesso, ma anche di quella scoperta di sé che gli uomini gay della generazione di Michael non hanno mai potuto vivere.

È solo con Listen Without Prejudice Vol. 1, il suo sottovalutato disco del 1990, che l’ambivalenza di Michael sulla sua sessualità è diventata evidente anche nel suo lavoro. Lo scambio di pronomi di Cowboys and Angels generava un’ambiguità che ha sia offuscato, sia confermato la sua fluidità sessuale. Freedom ’90, poi, raccontava i dubbi personali e professionali di Michael, non solo perché avvenivano simultaneamente, ma anche perché erano inevitabilmente collegati. Il verso “c’è un’altra persona che devo essere” è sia un rifiuto coraggioso dell’immagine da pin up che aveva coltivato, sia una disperata richiesta di auto-realizzazione.

Alla fine, le promesse di fedeltà di Freedom – “Non ti deluderò / Quindi per favore non abbandonarmi / Mi piacerebbe davvero, davvero tanto restare da queste parti” – non sono stare ricambiate dal pubblico americano o dalla sua etichetta, con cui ha notoriamente cercato di chiudere ogni rapporto. Quella disputa ha messo la carriera di Michael in un purgatorio legale, anni in cui ha pubblicato musica di rado, si veda per esempio la compilation Red Hot + Dance, pubblicata per sensibilizzare il pubblico sulla crisi dell’AIDS. Una delle canzoni che ha scritto per il progetto, Do You Really Want to Know, è un inno pop che parla di sesso sicuro ed è solo apparentemente ottimista. Mette in evidenza l’abilità di Michael con i giochi di parole: “Se tu conoscessi ogni donna e io ogni uomo, non saremmo mai andati oltre lo stringerci la mano”, canta, per poi scambiare “uomo” e “donna” nel finale.

Sivan ha 26 anni e quand’era adolescente non riusciva a identificarsi in Michael. Il ritratto aperto e gioioso del desiderio queer che lui e Lil Nas X mettono in musica è lontano anni luce dai riferimenti gay velati contenuti nelle canzoni uscite negli anni in cui sono nati. Il terzo album di Michael, Older – uscito nel 1996, durante il mio risveglio sessuale nel bel mezzo dell’epidemia di AIDS – ha rinforzato la visione miope della vita gay come un’esperienza piena di pericoli, tristezza e infelicità, una visione che quelli della mia generazione subivano già a scuola. L’amante di Michael, un fashion designer brasiliano di nome Anselmo Feleppa, era morto per la malattia nel 1993, e il lutto del cantante attraversa ogni nota di brani funebri come Jesus to a Child e You Have Been Loved, in cui la perdita della madre di Anselmo è messa a contrasto con la mortalità dello stesso Michael: “Beh, non ho figlie, non ho figli / A quanto pare sono l’unico a vivere la mia vita”.

Molti uomini gay sopravvissuti a quel periodo hanno sofferto una qualche forma di stress post traumatico scatenato dal timore di essere sfuggiti alla morte ingiustamente al posto di amici e amanti che non ce l’hanno fatta. Due dei brani più forti di Older, Fastlove e Spinning the Wheel, raccontano reazioni profondamente diverse a quel trauma collettivo. Il primo è un’ode alle avventure di una notte, arrangiato in modo nostalgico come un vecchio brano disco, musica di un periodo in cui quei comportamenti non potevano ucciderti. Nel testo, rigetta l’oppressione dell’eteronormatività – “I miei amici hanno le loro signore, hanno tutti figli / Io invece mi voglio solo divertire” – ma alla fine rivela che la ricerca del piacere non è altro che un tentativo per mascherare il dolore: “Nell’assenza di sicurezza, ho trovato la mia strada nella notte / Lo stupido Cupido continua a chiamarmi, ma nei suoi occhi non vedo nulla”.

In Spinning the Wheel, un brano in cui ogni atto sessuale è una partita di roulette russa, Michael interpreta il ruolo dell’amante lasciato a casa e pieno di dubbi: “Mi hai detto: dammi tempo, sarò migliore, te lo giuro / Dammi tempo e ti riporterò alla sofferenza / Ma io non voglio tornarci”. Nel brano successivo, It Doesn’t Really Matter, Michael – che in realtà si chiamava Georgios Kyriacos Panayiotou – chiude il cerchio con il rifiuto dei cosiddetti valori familiari, dimostrandosi consapevole dell’ironia della sua ricerca di stabilità: “Ho cambiato il mio nome per liberarmi di tutte le cose che voglio da te”.

Il cantante apertamente gay Adam Lambert ha definito il coming out «un atto di sfida», e anche se Michael non ha potuto scegliere il tempo e il modo del suo, nel video di Outside, uscito qualche mese dopo per promuovere il suo primo greatest hits, era tutto meno che mortificato. Nella clip, dove è vestito da poliziotto, cerca di destigmatizzare il cottaging – i rapporti sessuali anonimi nelle toilette – e in generale il sesso in pubblico. Anche Freek!, un brano del 2004, si rivolge alle frange estremiste della comunità queer, con un tour in realtà virtuale attraverso fantasie di sesso cibernetico ed esibizionisti in webcam.

Dopo il coming out, Michael è diventato istantaneamente un’icona gay, anche se riluttante, tormentata dalla morte del suo primo amore e incapace di riconciliarsi con il fatto di aver trovato il successo facendo finta di essere un altro. “George Michael” era una persona finta, un avatar che aveva creato e che l’aveva imprigionato. «Non c’è dubbio, [se avessi fatto coming out prima] mi sarei fatto del male. Non avevo realizzato fino a che punto cercassi di proteggere la mia carriera», ha detto all’Huffington Post nel 2011. Ironia della sorte, tre anni prima Sam Smith, un altro cantante britannico, aveva fatto coming out proprio per evitare l’accusa di nascondersi per proteggere la carriera.

L’ultimo album in studio di Michael, Patience (2004), includeva una ballata, My Mother Had a Brother, che parlava di uno zio omosessuale non dichiarato che si è tolto la vita il giorno in cui è nato il cantante. Michael sembrava determinato, all’epoca, a fare in modo di avere un destino diverso: “Giuro ora che la libertà è qui / La assaporerò per te”, dice il testo. Nel nuovo millennio, però, la lotta con la depressione l’ha portato verso la droga e una serie di arresti.

Nel 2008, in un’intervista con Good Morning America, Michael ha detto che si sentiva «maledetto», ed è facile cadere nella tentazione di raccontare la sua vita, e la morte a solo 53 anni, come una tragedia (Michael è morto nel giorno di Natale del 2006, a quanto pare per arresto cardiaco). Nei suoi ultimi anni, però, aveva trovato un po’ di speranza: “Sono vivo, c’è tanto che voglio ancora fare”, cantava nel singolo del 2012 White Light, una canzone sul desiderio di recuperare il tempo perduto.

Alla fine, forse Georgios Kyriacos Panayiotou non ha mai trovato la Shangri-la gay che Lil Nas X descrive nel suo video, ma senza di lui Montero non sarebbe mai esistita.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  george michael Lil Nas X troye sivan