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Demetrio Stratos, anima ribelle

40 anni fa se ne andava la voce più spaventosa della storia musicale italiana. Simpatizzante degli ultimi e dei perdenti, un uomo capace di portare l'orizzonte della sperimentazione vocale più avanti di chiunque altro.

Quello che più infastidisce delle spumeggianti celebrazioni per il quarantennale della scomparsa di Ευστράτιος Δημητρίου è il tentativo di fagocitare, con l’elasticità propria del linguaggio dei media e il pressapochismo tipico del mezzo televisivo, l’opera di un personaggio scomodo e incontrollabile. Logica conseguenza di questa operazione, evidentemente funzionale a un recupero massmediale di Stratos in chiave nazional-popolare, è stato l’abbandono di qualsiasi riflessione approfondita sulla sua produzione e sulla sua dialettica: le commemorazioni che abbiamo letto e visto sono state tutte più o meno ispirate a un tono encomiastico, elogiativo, piagnucolante e in qualche modo generalista e hanno accuratamente evitato di entrare nel merito delle tematiche affrontate dalla voce di Gioia e Rivoluzione, soprattutto di quelle più specificamente politiche, a favore di una perpetuazione in toto acritica del suo eventuale mito: Stratos autore ribelle e cosmopolita, simpatizzante degli ultimi e dei perdenti, avverso ai meccanismi del “pop” meramente consumista ma in definitiva capace di entrare nell’animo di tutti attraverso una voce unica e irripetibile, eccetera, eccetera.

Fare di Demetrio Stratos, come si sta facendo, un padre della patria o, peggio ancora, un’icona della pop-culture, adatta tanto ai settimanali quanto agli articoli di fondo dei telegiornali a mo’ di reunion delle Spice Girls, vuol dire snaturare il suo pensiero e la sua arte e consentire che sia così citabile e rivendicabile in ogni contesto; come invocato da un lettore postando una sua foto sui social legati a Primato Nazionale, uno tra i giornali più reazionari e destrorsi in circolazione. Come nel passato e altrove è stato fatto per Fabrizio De André e Rino Gaetano. Nonostante il lascito etico e morale di questi artisti resti chiaro e lapalissiano, purché si abbia voglia di intenderlo. Poi, certo, se basta un corpo decisamente maschio e carismatico, una faccia burbera e la mascella volitiva di mussoliniana memoria, per fare di Demetrio Stratos un’icona bipartisan, allora vale tutto. Fosse anche solo perché sotto lo sguardo odioso, le smorfie e i modi sprezzanti che incutevano reverenziale timore, si celava una dolcezza selvaggia e mediterranea che non mitizzava nessuno ma tanto meno voleva esser mito di qualcuno. Né nello stretto giro della sinistra italiana degli anni Settanta ma tanto meno di una destra radicale o meno. Gli stessi Area dicevano di essere “Cinque musicisti che hanno una rabbia repressa perché hanno suonato per tanti anni quello che volevano i padroni”, o “gli sciocchi in blu”, per dirla alla Jannacci. Quale definizione potrebbe essere mai più chiara?

Nei tributi si sorvola, fatto eclatante, la lapidaria e pressoché totale rimozione degli antagonisti col pugno chiuso che ha caratterizzato gran parte dell’editoria musicale nostrana negli anni ’80 e ’90, per nulla interessata a questo tipo di revival: su decine e decine di riviste sfogliate, tranne il solito paio di recensioni inutili in classifiche varie, di Stratos e degli Area non si trova un articolo neanche per sbaglio. I primi avvistamenti degni di nota sono solo nel 2004, quando gli Afterhours rifecero Gioia e Rivoluzione nella colonna sonora di Teho Teardo per il film Lavorare con Lentezza di Chiesa col collettivo Wu Ming; e nel 2008, per l’uscita di The Essential Box Set Collection su Cramps Records dell’enigmatico Gianni Sassi (l’ex-pubblicitario che compare col cappello e polaroid in mano nella foto interna di Pollution di Franco Battiato). Come allora sia finito sui supplementi dei quotidiani, tra le pagine di moda-mare e di spettacolo, è cosa che, come direbbe Allen, “desta meraviglia”.

Dagli omaggi non viene fuori, ad esempio, quanto possa stridere la poetica di Demetrio Stratos con gli entusiasmi di questi giorni de Il Giornale di Sallusti, la cui consorte definì “Una buffonata per saltare la scuola in massa” i venerdì ambientalisti di Greta Thumberg, specie se si prende a modello la canzone GiroGiroTondo (“Gioco, gioco col tuo mondo / posso dominarti. / Giro, giro sempre in tondo / posso controllarti / Guardo, guardo giù nel fondo / posso soggiogarti / Rido, rido del tuo tempo / devo stritolarti”) che auspicava proprio un mondo dominato dai bambini – alla faccia della Santanché. O quanto la voglia di rivalsa e soprattutto di giustizia di L’Elefante Bianco (“Corri forte ragazzo, corri / la gente dice sei stato tu /ombre bianche, vecchi poteri / il mondo compran senza pudore / vecchie immagini, santi stupidi / tutto lascian così com’è / guarda avanti non ci pensare / la storia viaggia insieme a te”), contrasti con la tristezza di quanti si compiacciono di sottolineare se si scopre che un rom ha ammassato delle ricchezze dentro fatiscenti roulotte o ha ottenuto un qualche diritto, come avere una casa. E poi perché non si dice chiaramente, visto che abbiamo una pubblica opinione in gran parte convinta che l’unico modo per rapportarsi all’altro/al diverso sia la discriminazione, la ghettizzazione e l’odio, che Demetrio Stratos ha sempre avuto al centro della sua poetica un concetto di pace universale, che esprimeva in tutte le lingue immaginabili? “Lascia la rabbia / lascia il dolore / Lascia le armi e vieni / Vieni e viviamo o mio amato / E la nostra coperta sarà la pace” in arabo-egiziano nell’introduzione di Luglio Agosto Settembre Nero, o “Aprimi le labbra, aprile / Dolcemente affinché io canti / Apri il cuore / Cometa, chiudi / la bocca ai poeti / Cometa, chiudi / la bocca e vattene via / Apri gli occhi alla libertà” in greco e in Cometa Rossa. Forse è più semplice soffermarsi a sbrodoloquiare sull’uso della Tecnica (con la T maiuscola) che fu elemento distintivo suo e degli Area; in un periodo storico in cui gli ululati-yodel di Demetrio (figli cresciuti delle evoluzioni vocali di Lucio Dalla nel disco 1999 del 1969 e destinati a influenzare a loro volta chiunque, da Renga a Pelù) valgono ancora centinaia di sguardi stupiti a ogni latitudine; come se il tempo tornasse ogni volta al concerto di Lisbona nel 1976, quando il pubblico in delirio gli urlava ogni canzone “Dai! Dai! Dai!” neanche fosse un ciclista in volata al Giro d’Italia.

Foto di Silvia Lelli, Roberto Masotti

Più facile, sicuramente, soffermarsi sui suoi “esercizi vocali”. Anche per i suoi detrattori, che ogni volta finiscono per muovere gli stessi appunti. “I cowboy hanno cantato così per secoli senza starla a menare tanto”, “Anche i monaci in Mongolia!”, “Era meglio ne I Ribelli a farsi scrivere testi come Pugni Chiusi da Ricky Gianco”, “Se devo complicarmi la vita, mi ascolto il periodo bianco di Lucio Battisti” o semplicemente “Che par di balle Stratos!” come sentito dire in giro. E’ comprensibile. Soprattutto se, di contro, si dovrebbe argomentare il minuto e 45 secondi di Evaporazione, dove Stratos gioca su un’unica considerazione: “Abbiamo perso la memoria del diciottesimo secolo” (poi riveduta e corretta da Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori ne L’Impero delle Tenebre), scomponendola e ricomponendola nei più svariati modi, fino a esplodere in un urlo definitivo. C’è in rete il video in bianco e nero di quando la presentarono in Rai, con Tofani che lascia la chitarra e si fa la barba e Fariselli che abbandona l’Arp e cazzeggia con la diamonica come fosse ricreazione. Cercatelo e domandatevi quanti da Fazio siano davvero anticonformisti o facciano solo bene finta.

Le canzoni di Demetrio Stratos hanno dunque un contenuto esplicitamente scomodo e non si tratta di una scompostezza bohème; si tratta, piuttosto, di un’ostinazione meditata, frutto di letture precise, come Albert Camus e Georges Perec, dell’ascolto di sperimentatori come John Cage, dall’amore per le evoluzioni artistiche di Jasper Johns e dei New Dada e dell’apprezzamento per il Movimento con partecipazioni a Triennale e Biennale prima ancora di incidere un disco. Lontano dalle logiche di palazzo, la poetica di Stratos sposò la contestazione più radicale: quella del movimento femminista quaranta anni prima del MeToo (“Non rimane che rovesciare il governo/ Eliminare il sistema monetario/ Istituire l’automazione completa / E distruggere il sesso maschile” da SCUM), quella degli “Indiani Metropolitani” che teorizzavano il rifiuto del lavoro (“Nelle tue miserie riconoscerai il significato di un arbeit macht frei” da Arbeit Macht Frei appunto) e che cacciarono il sindacalista Lama dall’Università di Roma (“Col potere delle cose posso avere / la tua vita controllata e si chiama libertà” da Gerontocrazia) e che oggi vengono visti come gli spettri che ritornano di una contestazione passata e sepolta in ogni movimento di piazza che si faccia sentire come si deve.

Ci si domanda, allora, perché questa voglia di farlo diventare da morto una “Eccellenza Italiana” trasversale, proprio oggi che ricorrono 40 anni dalla sua morte. Uno a cui si possono dedicare anche vie che ospitano grattacieli in stile Dubai in mano ad assicurazioni, banche e aree shopping griffate nel quartiere di Milano denominato all’americana City Life. Viene quasi da credere che l’auto-definizione di “International POPular Group” che gli Area si diedero, proprio per sbeffeggiare i gruppi ruffiani ed esterofili che vendevano dieci volte più di loro, qualcuno l’abbia presa sul serio – del resto, c’è chi crede che la Terra sia piatta e che esista un tunnel del Brennero. Mandando così in vacca parte di un rigore quasi assoluto e un’etica, umana oltre che poetica e musicale, elevatissima. Nella speranza che non gli riesca o non del tutto almeno, resta il ricordo, nostalgico e riconoscente, di quell’artista greco naturalizzato italiano che, col nome di Demetrio Stratos, in soli 34 anni ha segnato per sempre la storia della musica.

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