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Della pandemia aveva già detto tutto Leonard Cohen

Le canzoni, i romanzi e le poesie del canadese ci spiegano quel che avremmo dovuto fare negli ultimi mesi, al posto di ripeterci che "andrà tutto bene": guardarci allo specchio e accettare la nostra debolezza

Leonard Cohen

Foto: Paul Harris/Getty Images

Il Covid-19 ci è arrivato addosso che eravamo già spezzati alla base, egoisti, cattivi, senza amore verso quel che ci circondava. Sprezzanti della natura e di quello che ci offre. Noi, ospiti maleducatissimi, abbiamo violentato qualunque forma di palcoscenico ci venisse offerto. Il virus non ha cambiato la natura dell’uomo così contraddittoria, capace di grandi slanci e di grandi cadute. Non è servito il motto “andrà tutto bene”: a chi, a cosa? Parliamo della malattia in sé o della malattia dell’anima che ci portiamo dentro quando costringiamo i nostri bambini a credere in questa frase? Non è andato tutto bene e non solo per i morti. Abbiamo perso la libertà, la stiamo ancora perdendo, abbiamo aspettato di essere autorizzati da una legge per accusare l’altro, ripulendoci la coscienza. L’arcobaleno disegnato nei cartelli in cui si dice che “andrà tutto bene” è carico di nubi e della voglia disperata di avere un farmaco che ci salvi tutti. Ci interessa la salvezza.

La musica non è un farmaco, non ti dà la salvezza, semmai fornisce alcuni strumenti per arrivarci. Ed è uno specchio dove possiamo vederci, identificarci, disconoscerci, distruggerci, ricostruirci, è uno specchio dove possiamo vederci anche malati, deboli, falliti. Michel Houellebecq  che ha definito questa pandemia angosciante e noiosa, e che ha detto che non cambierà niente, affermava che «più di chiunque altro, Leonard Cohen è conscio della solitudine che accompagna le nostre vite. Basta ascoltare le sue canzoni… Non somigliano a nulla: sono adatte ai nostri tempi dolenti e contraddittori». Tra i cantanti che consideriamo alla stregua di supereroi e ai quali affidiamo gran parte dei nostri fallimenti quotidiani spicca effettivamente in questo periodo la figura esile, elegante, contraddittoria, non pessimista ma realista di Cohen, l’uomo che ha fatto della debolezza dell’anima la sua arte e che di questo periodo è lo specchio enorme.

La debolezza, dicevamo. Durante le prime settimane di Covid-19 abbiamo vissuto con un tragico entusiasmo una sorta di gara a chi faceva più cose. Tutti cucinavano, tutti cantavano, tutti si videochiamavano, tutti a dire «quando finirà tutto farò questo, farò quello, sarò migliore, penserò alle cose importanti». Sono passati due mesi e più, e in realtà non siamo riusciti a fare l’unica cosa che avremmo dovuto fare: dimostrare la nostra debolezza, come ha fatto Cohen nella sua opera.

«Ci saranno molti picchi di emozione, tramonti intensi, intuizioni esaltanti, sofferenza creativa e mortali pianure di indifferenza dove non sarai nemmeno padrone della tua disperazione personale. Ci saranno molte buone carte del potere che potrai giocare in modo spietato o benigno, molti cieli vasti sotto i quali giacere e congratularti con te stesso per la tua umiltà, molti viaggi dentro galere di soffocante schiavitù. Questo è quello che ti aspetta». Questo estratto da Il gioco preferito, il romanzo di Cohen scritto nel 1963, racchiude le nostre giornate furiose passate a cucinare e a cantare sui balconi, a distrarci dalla realtà. Abbiamo toccato con mano che cosa significa non essere padroni della nostra disperazione personale. E questo viaggio dentro a galere soffocanti che abbiamo visto ogni giorno dipinte sulle pareti di casa e anche, diciamocelo pure, sui volti dei figli, dei mariti, delle mogli lo abbiamo fatto nonostante fossimo consci di stare al mare con il cappotto di lana. Per poi piangere di notte, senza però farci vedere, senza mostrarci deboli.

«In Occidente non esiste la cultura del perdente, solo l’esaltazione del vincitore. Ma è nella sconfitta che si manifesta l’uomo». Così parlava Leonard Cohen dal suo dolce esilio a Idra. E così questo mostrarsi forti e vincenti a tutti i costi ci ha fatto perdere la prima e vera occasione che abbiamo avuto nel dopoguerra di poterci davvero guardare allo specchio e migliorare quella figura che da tanto tempo non riconosciamo più come nostra. Abbiamo fatto di tutto pur di non affrontare le nostre debolezze. È comprensibile. Lo stesso Cohen lo ammetteva, quando doveva spiegare la realizzazione dell’album Songs of Love and Hate, che «è stata la sofferenza a portarmi sin qui. La sofferenza mi ha spinto a ribellarmi contro la mia debolezza».

Il Covid-19 ci ha inondati di talmente tanta sofferenza che non abbiamo capito che avevano dentro di noi la soluzione per sconfiggere il nemico. Potevamo essere deboli e nessuno se ne sarebbe accorto. Non siamo riusciti a vincere la battaglia con noi stessi. «Non avere paura di essere debole. Non vergognarti di essere stanco. Sembri in grado di andare avanti per sempre» (How to Speak Poetry). La paura di morire ci ha portati a perdere di vista i preliminari di cui lo stesso Cohen cantava in You Want It Darker, il suo penultimo album: «Non ci vuole molto a indovinare che non ho alcuna simpatia per il mio tempo. Questa è la tenebra, questo è il diluvio. Allora questi versi riproducevano lo stato interiore, ora quello esteriore. Non è la morte a preoccuparmi, ma i preliminari. Vivere, amare leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso».

Anche lui contraddittorio, dopo aver passato una vita a cercare di rivolgere lo sguardo verso l’alto, di prendere una fede come si fa con una donna, di avere qualcosa in cui credere, alla fine si è ridotto come noi a fingere di uscirne diverso. E come lui siamo noi, che in questo periodo viviamo, cantiamo sui balconi, cuciniamo, ci promettiamo cose, e fingiamo con cartelli attaccati ai vostri delle finestre di quelle galere soffocanti che ne usciremo diversi. Sappiamo solo fingere e lo faceva anche lui che nell’ultimo album Thanks for the Dance si aggrappa a tutto pur di vivere. Ha paura di morire, la morte non è più consolazione e la sua casa (per via della malattia) è diventata una prigione, si sente un recluso. Costretto dunque, più o meno come noi, costretti e stretti in molti casi e case.

Ci sono due tempi (mi piace definirli tempi perché le canzoni e le opere di Cohen sono state davvero il miglior raccoglitore di questo concetto: le vicende umane e naturali, l’andare avanti, l’arrendere, il rendere, il restituire e la consegna della propria vita, il finale inatteso ma aspettato) che racchiudono in una bolla quello che stiamo vivendo e quello che abbiamo lasciato morire dentro di noi. Una poesia dal titolo Good Advice for Someone Like Me diceva che se non diventi oceano soffrirai il mal di mare ogni giorno. Bisogna ammettere e abbracciare la propria debolezza per non soffrirne, per farla diventare più grande di noi, per farla diventare qualcosa che ci protegge e non che ci distrugge, qualcosa di cui non ci vergogniamo, perché è la parte migliore di noi, l’unica e reale.

Il secondo tempo è dove descrive perfettamente l’importanza del processo che porta ad abbandonarsi completamente a uno stato dell’anima che ci potrebbe restituire anche solo cinque minuti di perfezione e bellezza. «Il tempo che abbiamo a disposizione è limitato, io ogni volta mi ripeto: lo sai quanto tempo impieghi a scrivere un testo? E prima che sia definitivo devi comporre almeno dieci versioni differenti, devi scrivere anche quella che scarterai perché solo dopo nell’insieme saprai individuare quella che non funziona. Se nel tuo destino c’è scritto che diventerai uno scrittore sai che dovrai lavorare quotidianamente, ma sai anche che ogni giorno non sarà mai uguale a un altro… e anche se ti sei allenato a lungo non avrai mai il controllo della tua impresa. A volte quando capita di non sentirti più il protagonista del film della tua vita o non ti aspetti che ci sia una vittoria dopo l’altra, quando realizzi per davvero che questo non è il paradiso, se sei un privilegiato come noi capisci che questa valle di lacrime è comunque bella e perfettibile e che non dobbiamo mai darci per vinti, ma abbiamo il dovere di migliorarla. Da quel momento tutto appare più semplice perché hai capito che non si può sempre vincere. È questo il tema di A Thousand Kisses Deep, a mille baci di profondità, dove cerco di esprimere questo concetto. Spesso si deve abbandonare l’idea del capolavoro che hai sognato per sprofondare in un’opera più autentica, la tua vita».

Il Covid-19 ci ha catapultati in questa opera autentica che è la nostra vita. Non sappiamo ancora come abbandonare l’arroganza che ci fa sentire immuni dalla sconfitta interiore. Per farsi forza Cohen si aggrappa a una figura mitologica e immagina un guerriero che durante la partenza per una nuova guerra viene fermato da uno dei suoi maestri e questi gli dice: «Non comprenderai mai tutte le circostanze che ti hanno condotto fino a questo momento, tu sei un guerriero e allora alzati e combatti guerriero, pensa che sono stati uccisi in tanti, tante volte e proprio come te. Questo è il mio disegno, questa è la mia volontà, sei intrappolato nelle circostanze che io ho voluto per te. Tu non hai stabilito niente. Perciò combatti nobile guerriero, vai incontro al tuo destino qualunque sia e rispetta tutti i tuoi doveri».

È la descrizione del momento che stiamo vivendo. Ne usciremo con la speranza di rispettare il dovere di mostrarci deboli? Potremmo ammettere di essere finalmente come il titolo del romanzo di Cohen, dei Beautiful Loser. Potremmo diventare non i maghi, ma la magia di cui lui narrava con tutta la sua straordinaria debolezza e quel senso di bellezza che è l’unica cosa che una mascherina non potrà mai coprire.

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