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Cosa farebbe Rino Gaetano oggi?

Se ne è andato nel 1981 e ha avuto poco meno di dieci anni di carriera: eppure la sua presenza è ovunque, tant'è che "Resta vile maschio, dove vai?" verrà ristampato per i suoi 40 anni

Quando lo scorso aprile il Rino Gaetano Day sembrava saltato, dopo anni di successi nel quartiere di Montesacro a Roma, nella capitale si è sfiorata la psicosi. Ma come-si diceva-facciamo morire così una piccola istituzione della città, che seduce migliaia di giovani e li porta in piazza per una cantata collettiva? No, appunto. E visto che il problema era strettamente organizzativo, il concerto tributo al cantautore crotonese alla fine è stato spostato al Rock in Roma, per un upgrade in cui è finito accanto a live come quelli di Liberato e Salmo. Sì: nonostante fosse solo una serata-memorial.

Insomma, specie dopo un passaggio del genere non ho problemi a dire che, se fosse fra noi, adesso Rino Gaetano suonerebbe negli stadi. E non è tanto l’essere riuscito a piazzare frasi, satire e melodie alla base della nostra cultura (il cielo che “è sempre più blu”, Giorgio Chinaglia che “non può passare al Frosinone), quanto l’averci lasciato un canzoniere ultra-popolare, da “San Siro”, proprio tanto dei karaoke imbolsiti quanto di cortei universitari, fuorisede, fighetti e busker improvvisati che fanno fortune con A mano a mano. Dei giovani, ecco. Venerdì 5 luglio, per dire, col pretesto dei 40 anni di Resta vile maschio, dove vai? e del singolone Ahi Maria esce una “raccolta definitiva” (Ahi Maria 40th) rimasterizzata, con registrazioni perdute e tutto l’occorrente di rito. Ed è un’operazione che ha senso proprio alla luce del culto sviluppatosi intorno a lui fra le nuove generazione: per aggiungere qualcosa, ancora qualcosina di originale all’immagine che ne abbiamo già.

Però, perché tutto ciò? Nel senso: Rino se ne è andato nel 1981, non fa musica da quasi quarant’anni e ha avuto una carriera da meno di dieci; com’è possibile che la sua memoria sia tornata così viva?



Il fatto è che fra i cantautori degli anni Settanta lui era il volto davvero pop, quello quasi nazionalpopolare, per quanto mai disimpegnato-vero discriminante di quella stagione. Era la voce che andava a Sanremo a divertire a divertirsi con Gianna, e a sporcarsi le mani con melodie ballabili, nomi, cognomi e satira con Nuntereggae più. In un certo senso era il più vicino all’ascoltatore comune, alla generalistissima “casalinga di Voghera”. Non a caso, è tutt’ora l’artista di allora su cui c’è meno letteratura, meno accademia: non è né Lucio Battisti, né De André, e al di là del revisionismo spinto è rimasto sempre poco nobilitato.

Ma dove non è arrivata parte della critica c’è stato, alla lunga, l’affetto della gente: quella che oggi riempirebbe San Siro, e che in alternativa scrive nei commenti ai suoi pezzi da milioni di view su YouTube che erano troppo avanti per l’epoca. Frasi a volte sgrammaticate, un po’ naif e con tanti puntini di sospensione, ma non troppo distanti dalla realtà: col senno di poi, su alcuni piani Rino Gaetano era davvero avanti, e anzi è la precocità di certe intuizioni a renderlo attuale. Per dire: rispetto a Lucio Dalla, che pure incantava le masse ma giocava su un’eccentricità anacronistica, lui è stato il primo a incarnare la provincia, il sud, le periferie. Bello e maledetto ma anche “uno di noi”, outsider e guastafeste con quella malinconia melodrammatica da bar e birre in lattina, dall’opener del suo primo disco (Tu, forse non essenzialmente tu) fino al capolinea. Viscerale quando cantava, sarcastico, caustico: nello stile, così come nella scorrettezza, dischi come Mio fratello è figlio unico hanno sdoganato il cantautorato dalle sue reti, sono stati un ponte verso il primo Vasco Rossi, quasi dei precursori.

Così come precursori sono stati, è evidente, gli approcci alla musica latina di cui Ahi Maria fu un manifesto: è vero, all’epoca la sbornia per il Sudamerica era comune, e Anima Latina di Battisti aveva fatto già tanto nel 1974; ma la sua crociera si spinse davvero in là, verso i fiati messicani, nei tropici e nella Giamaica di Bob Marley, deliberando un reggae tricolore (in, appunto, Nuntereggae più) precedente alla svolta del concerto dei The Wailers a San Siro del 1980. In mezzo, sagacia e un po’ di tutto: l’asciuttezza pop di Aida, un Inno di Mameli cent’anni dopo e un libro di storia, come pure l’arrangiamento stratificato e gocciolante di cori di Sfiorivano le viole.

C’è poi il tema delle diverse chiavi di lettura dei testi, per molti una vera ossessione: in superficie, marcette da sing along e filastrocche allegrotte; sotto, strati satira politica, scorrettezze, sfottò, caustiche allusioni alla massoneria, alla borghesia, all’italiano medio fantozziano. Gianna che “difendeva il suo salario dall’inflazione”, insomma. E anche qui: le metafore e ambiguità sono fondamentali nello storytelling dei nostri cantautori, ma una bivalenza tanto lapalissiana resta unica e trasformava Rino Gaetano in un cavallo di troia presso il grande pubblico, che spesso ne cantava i testi senza coglierne il reale significato. Tutt’ora, girovagando YouTube, fra i commenti si sprecano le ipotesi di complotto sulla sua tragica morte, perché “pericoloso”. Chiaro: “sotto i cieli di Rino” succede anche questo.



In ogni caso, si fatica a tenere il conto degli artisti che a lui si ispirano direttamente, a riprova di come giocasse in anticipo: Vasco Rossi, ma anche Brunori Sas, Mannarino, Vasco Brondi, Daniele Silvestri. Persino una come Giusy Ferreri ha costruito una mezza fortuna con una cover di Il cielo è sempre più blu, imbeccando un successo commerciale raro, in Italia, per una canzone non originale.

Oggi-dicevamo-se fosse dei nostri Rino Gaetano avrebbe in calendario l’ennesima tournée negli stadi. Invece ci dobbiamo accontentare di sentirne l’eco, le cover, i busker, ci limitiamo ad arrovellarci sulle mille chiavi di lettura di una manciata (sei) di dischi in studio, a immaginare come potrebbe sfottere la classe politica attuale, se solo fosse qui. Tutto è rimasto in sospeso, chissà che direzione avrebbe preso la sua musica, dentro e fuori dall’empasse creativa in cui il successo l’aveva momentaneamente cacciato, proprio con l’opaco Resta vile maschio, dove vai?. Non c’è risposta, ma neanche il bisogno. Ha parlato il tempo: Lucio Dalla lo descriveva affascinato come il più “anomalo” della classe dei cantautori; anche il più “moderno”, come ci dicono questi ultimi quarant’anni.

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