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Conglomerandocene: Leo Di Sanfelice, il musicista generatore di mondi

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, il ritratto di un musicista sopraffino, un alieno inafferrabile che scrive canzoni oltre lo spazio e il tempo

Un dettaglio della copertina di 'Voglio fare la modella'

Ieri, 30 ottobre 2020, il musicista e compositore Leo Di Sanfelice (al secolo Leopoldo Sanfelice) ha compiuto un’età importante che finisce col numero 5 e in un mondo con un po’ di buon gusto dovrebbe conoscerlo chiunque.

Io l’ho conosciuto con la trasmissione televisiva Speciale per Me, di Renzo Arbore, dove Leo era presenza fissa, pronta, composta, incassata in un piccolo pianoforte rosa con un’abat-jour sopra. Siracusano ma romano d’adozione, di nobili origini (sarebbe Duca), vestito elegante, piccolo e tondo, dagli spessi occhiali, dal fare bizzoso e sciantoso. Ma attenzione: Leo tutto è meno che un naïf, un rassicurante personaggio tipico, un caratterista da commedia italiana anni ‘70. Al contrario, nonostante lo spazio ridotto che aveva in trasmissione, quello che descrivevano i pixel del mio Sony Trinitron 16:9 costato 7.700.000 lire nel 2000 (unico catodico 16:9 che arrivava a 36 pollici, ma non divaghiamo) non era semplicemente un artista, ma un autentico mondo, anzi un costante generatore di mondi. Sia chiaro: Leo è uno che quando c’è da suonare è in prima fila e dà la polvere a tutti. Autore, cantante ed esecutore sopraffino, specializzato in jazz, swing all’italiana e ragtime, capace di far suonare il piano come fosse uno strumento a percussione, nella vita ha portato i suoi one man show nei locali più chic del mondo e si è esibito davanti alle più importanti personalità e pure Lucio Battisti ha fatto parte della sua band. Ma soprattutto è uno di quei rari casi in cui, come per il compianto Alfredo Cerruti, c’è un complesso mélange psicologico che affiora prepotente e seducente dagli spazi fra le note. Pur in quella bella trasmissione che valorizzava l’originalità dei suoi ospiti, Leo appariva come un alieno distante da tutto e da tutti, inafferrabile, fieramente solitario e simile solo a se stesso.

Io ne rimasi ammaliato. Pur in piena era dvd, tirai fuori dalla soffitta il vecchio videoregistratore (modestamente un Aiwa a 6 testine comprato da Euronics quando ancora si chiamava Casa dello Sconto) perché era l’unico modo per poter registrare i suoi momenti nel programma, poi li sbobinavo e li caricavo su YouTube col mio IBM PS/1 Famipack. Finite le puntate presi coraggio e lo contattai via email per fargli i complimenti. Gli scrissi con un tono d’una educazione toccante, intuendo il suo odio per i maleducati e che stanasse la maleducazione anche dagli interstizi fra le reggenti e le subordinate. Posizionai le coordinate per asindeto con la stessa delicatezza di chi deve disinnescare un ordigno e premetti su invio. Un minuto dopo mi rispose tutto maiuscolo urlandomi che se gli davo l’indirizzo di casa mi avrebbe risposto via cartolina postale perché internet lo infastidiva e di non scrivergli lì. Pensavo fosse un’iperbole ma, nel dubbio che non lo fosse, fra apparire credulone o indelicato preferii la prima, così lo ringraziai e gli detti l’indirizzo di casa mia, una villa in Valdichiana. Una settimana dopo arrivò una cartolina col lungomare di Ortigia e un francobollo di Archimede, scritta in ogni suo spazio con un’urgenza espressiva entusiasmante, debordante e quasi tridimensionale.

E fu un sollievo quando potei impossessarmi del suo disco, Voglio Fare la Modella, che è la seconda edizione, rivista e integrata, del precedente e introvabile Storielle di un Pianista Viaggiatore. Un album imperdibile, che in quindici anni non è mai uscito fuori dal mio impianto stereo (poca roba, un semplice Inno-Hit a raffreddamento liquido) alla pari col secondo degli Oasis e che consiglio a tutti (lo trovate anche su IBS e Spotify). Sedici canzoni che altro non sono se non l’oggettivazione del suo clamoroso autore, che ci fa sbirciare nel suo mondo interiore vividissimo, fantasioso e fuori dal tempo. Le sue canzoni, che evocano atmosfere da Cafè Chantant anni ‘30, raccontano in maniera sempre gioiosamente faziosa e filtrata da un Ego sesquipedale brevi cortometraggi di sgangherati amori spesso omoerotici fra gagà, traffichini, maniache del fitness, camionisti forlivesi, indù peruviani, sirene di Arzachena e ballerini di cumparsita argentina. Fra pigiami strappati, violoncelli e limoncelli, letti di bambù, salottini rosa, scudisci blu, i testi sono un tourbillon di trovate visive, divertenti, esotiche, gioiose, gaudenti e raffinate, con una percepibile malinconia e nostalgia per un tempo lontano. Canzoni-mondo indissolubili dal suo autore, di cui solo un incosciente potrebbe tentarne la cover, perché sono un vestito che solo Leo può portare con grazia e guai a chi glielo stropiccia. Leo Di Sanfelice è uno di cui apprezzi qualsiasi opinione anche lontanissima dalla tua, perché armonica col suo essere e con quella sua autorevolezza che porta disinvoltamente come una sciarpa e senza nemmeno accorgersene.

E non c’è soluzione di continuità fra le sue canzoni, i suoi libri (Il Pianista Viaggiatore, edizioni Clichy) e la sua bacheca Facebook, dove è attivissimo. I suoi status, soprattutto durante il primo lockdown, hanno rappresentato un vero e proprio spettacolo d’arte varia quotidiano. In presa diretta, chi ha avuto la fortuna di seguirlo si è beato di: clamorose incazzature contro la donna delle pulizie; ricordi di cene sontuose in grand hotel a Londra, a Napoli, a Roma dove però ha «sempre mangiato malissimo, sempre»; capricci, nostalgie, sogni di crociera; voglia d’estate e programmi per le vacanze, anche quando fuori nel mondo imperversava l’Apocalisse, perché a Leo Sanfelice bisogna essere grati anche di questo, del suo essere una boccata di ossigeno e di vita in un mondo che così spesso si autocondanna alla depressione, all’isolamento e alla castrazione. Spettacolari i saluti e i pensieri affettuosi che rivolge a principi, duchesse e aristocrazie assortite, tutti amici suoi, in quel salotto virtuale fuori dal tempo in cui verrebbe voglia di prendere la residenza. Spettacolari soprattutto le frecciate sarcastiche che lancia, senza risparmiare nessuno, a colleghi musicisti, teatranti, artisti, ristoratori, prelati, vip, con una naturale antipatia per gli intoccabili (da Fellini a Mastroianni passando per Piero Angela), nonché una sfacciataggine e una crudeltà chirurgica che al giorno d’oggi i vostri trapper con i Trasferelli in faccia si sognano.

Tutto questo spaccato di vita divertentissimo sgorga attraverso messaggi talvolta digitati male, sicuramente quasi sempre postati senza rileggere, come fossero dettati svogliatamente a un maggiordomo, senza né tempo né voglia di ripetere. Ci si legge, in ogni sua uscita, ciò che ha sempre caratterizzato la sua esistenza: un rifiuto costante di tutto ciò che è mediocrità, una ricerca del sensuale e del bello che non trova pace. Una connaturata allergia alla banalità, alla bassezza, alla noia (di cui forse talvolta è vittima ma mai succube). Leo Di Sanfelice è uno dei pochi al mondo che può dire e fare quello che vuole e per me avrà sempre ragione.

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