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Com’è il disco dei Black Country, New Road di cui parlano tutti?

Né salvatori del rock, né ragazzotti ingenui, gli inglesi hanno messo dentro 'For the First Time' citazionismo nerd e confessioni, marketing e spericolatezza, post rock e prog. Da ascoltare

Black Country, New Road

Foto press

Le copertine dei dischi spesso dicono molto. Sono una chiave di interpretazione, un portale, una sinossi perfetta di ciò che contengono. Quella di For the First Time, esordio attesissimo dei Black Country, New Road (quanto fosse atteso lo dimostra il fatto che appena uscito sia volato al quarto posto delle classifiche inglesi, per quanto possano ancora essere un termometro attendibile le classifiche di vendita), tutto sommato racconta bene spirito e approccio di questo settetto di giovanissimi ai quali è stata inevitabilmente appioppata la qualifica, in genere porta-sfiga, di salvatori della patria rock. O post rock, forse.

La foto sulla cover mostra dei ragazzi che si inerpicano su una collina, ma non sono membri della band. È uno scatto preso da una banca immagine. Al primo sguardo trasmette sensazioni contrastanti: si avvertono tensione verso un orizzonte e gioventù, ma allo stesso tempo la mediata, studiata freddezza delle immagini costruite per scopi commerciali. Una foto, peraltro, che avrebbe potuto essere scattata oggi come venti o quarant’anni fa. Effetto sicuramente voluto, che contiene in nuce la dialettica sottesa a tutti e sei i brani dell’album, due dei quali anticipati su singolo e altri due ri-lavorazioni di tracce già note. Consapevolezza di marketing e spericolatezza (in qualche occasione ingenuità) artistica da ventenni, il passato mitico e il presente con tutti i suoi casini e le sue contraddizioni, il citazionismo spinto da nerd della pop culture e gli impenetrabili riferimenti personali al confine con la confessione dallo strizzacervelli.

Dietro tutto ciò c’è soprattutto la testa di Isaac Wood, chitarrista, cantante e autore dei testi, quello che l’approccio democratico e comunitario al fare musica dei BCNR impedisce di definire leader della band ma in sostanza quello è. Come un Mark E. Smith da generazione Z, la sua voce, i suoi flussi di coscienza e le sue paranoie si impongono sul resto, dando una connotazione ben precisa con tutti i vantaggi (riconoscibilità, personalità forte) e limiti (ripetitività, pathos eccessivo e talvolta un po’ grottesco) del caso. Chi è ancora vergine rispetto alla musica del gruppo, paradossalmente, vi viene introdotto con uno strumentale (chiamato burocraticamente Instrumental) che fa già da carta d’identità attendibile. I primi cinque minuti e mezzo del disco anticipano come in una slide di presentazione quasi tutti gli ingredienti e le spezie del minestrone sonoro cucinato dalla band inglese: chitarre spigolose, ritmi spezzati, fiati che rimandano tanto al jazz un po’ afro e un po’ free quanto a suggestioni balcaniche (la musica klezmer è influenza dichiarata), ma pure squarci prog non si sa quanto intenzionali. A tal proposito, qui e là nell’album si insinua il sospetto che negli ascolti di Wood e compagni/e ci sia anche un bel po’ di Van der Graaf Generator (quel sax alla Jackson che taglia come una lama la fisionomia dei pezzi, la voce hammilliana) e di King Crimson. Esageriamo, e con sprezzo del ridicolo aggiungiamo che il declamare stentoreo e torturato di un brano come Science Fair a orecchie allenate sugli anni ’60 e ’70 ripropone persino lo spettro di Arthur Brown, quello che cantava Fire con in testa un braciere ardente.

Troppo? Perché no, ci può stare. Troppo, peraltro, è un po’ la cifra stilistica dei Black Country, New Road, nel bene e nel male. Piace la densità inusuale di segnali disseminati lungo il percorso, così come la profondità quasi tridimensionale del suono è indice di coraggio sperimentale e di affiatamento. Lascia più perplessi invece, la sovrabbondanza di significati e significanti che si rimandano o si elidono l’un l’altro nei testi. E diciamo anche che un pur minimo gancio melodico forse sarebbe valsa la pena di inserirlo, in tutto questo militaresco e serioso manifesto di intenti. Non che manchi l’ironia, anche se per trovarla si deve leggere tra le righe. Eccellente, in questo senso, il testo di Sunglasses, probabilmente il pezzo migliore dell’album. La tecnica narrativa di Wood lì funziona a meraviglia: il cantante, riflettendo sul conflitto generazionale espresso per squarci di noiosissima quotidianità (svaccati su un divano a guardare una serie tv danese, un cocktail in mano, un frullatore sul tavolo: banca immagini, per l’appunto) fantastica di trasformarsi non tanto in suo padre quanto in quello della sua ragazza, personaggio tanto odioso quanto patetico nel suo snocciolare mitologia da boomer (Fonzie, Richard Hell) per disprezzare i giovani.

In altre occasioni, invece, i risultati sono più discutibili. Tanto per fare un esempio: se la tua musica è influenzata dagli Slint (e per la miseria, se ne è influenzata) che bisogno hai di nominarli espressamente? Oppure: l’auto-citazionismo, con rimandi a testi di altre tue canzoni, lo si può concedere giusto a Bob Dylan o Nick Cave dopo minimo quindici anni di carriera. O a Bo Diddley, al limite.

Se dicessimo “beh, dai, sono giovani” probabilmente finiremmo in una canzone del loro prossimo album. Niente paternalismo, dunque, ma un sincero auspicio che l’evoluzione del gruppo segua traiettorie meno ego-riferite e abbandoni le tortuosità fini a se stesse. Le qualità, indubbiamente, ci sono. E tra gli esponenti della nuova onda (mmm, quando l’avevamo già sentita questa definizione?) di giovani band inglesi post quasi tutto (rock, punk, modernismo, Brexit e forse anche covid) sono tra i più interessanti. A proposito di evoluzione: quella passa anche e soprattutto attraverso il suonare dal vivo. Di quanto possa pesare – obbligando per forza di cose al ripiegamento su se stessi e a una rilettura scolastica delle proprie influenze – la situazione attuale su musicisti che stanno cercando la loro new road come questi non si parla forse abbastanza. Ma questo, appunto, è un altro discorso.

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