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Com’è che con la crisi e col Covid le major si sono arricchite?

Dipende dalla riduzione del numero di uscite e dal fatto che il pubblico ha ascoltato soprattutto i classici. La discografia farà tesoro della lezione e tornerà a fare investimenti a lungo termine?

Elton John nel 1974

Foto: SSPL/Getty Images

La pandemia ha sollevato molte domande circa il futuro dell’industria discografica. Ma, almeno per quanto riguarda le major Universal, Sony e Warner, sembra che la storia stia andando diversamente. Nel terzo trimestre del 2020 la Sony ha aumentato dell’11,2% i ricavi derivanti dalla musica registrata e si aspetta che nel 2020 si registri un aumento da strabuzzarsi gli occhi, il 16,9%. Nel complesso, tra musica registrata, edizioni e media, la divisione musicale di Sony genererà 1,4 miliardi di dollari di utili nell’anno fiscale che si chiuderà nel marzo 2021. Considerando che le proiezioni di guadagno annue sono di 8 miliardi, nell’anno della pandemia Sony potrebbe accumulato un margine operativo del 17,5%, meglio dell’anno precedente.

Alla Universal Music Group l’andamento è simile. Secondo Vivendi, nei primi mesi del 2020 Universal ha registrato utili – al lordo di interessi, tasse e ammortamenti – per 619 milioni di dollari, il 16,4% del totale di 3,7 miliardi. L’anno precedente il margine era decisamente inferiore, il 14,8%.

Insomma, che sta succedendo?

Per cominciare, con i media dominati dalle notizie sulla pandemia e il blocco della musica dal vivo, le major hanno semplicemente pubblicato meno album blockbuster. Taylor Swift e Dua Lipa hanno pubblicato due dischi enormi durante la quarantena, ma sono l’eccezione. Altre megastar come Drake (Universal), Ed Sheeran (Warner), Bruno Mars (Warner), Adele (Sony) e Travis Scott (Sony) pensano di pubblicare i loro nuovi LP l’anno prossimo. Meno album significa meno spese per le major, soprattutto in termini di prodotto fisico.

Purtroppo, né Universal né Sony hanno pubblicato un elenco dettagliato della riduzione dei costi – Warner, in quanto quotata in borsa, offre invece qualche dato in più sull’argomento. Osservando i numeri della divisione musica nel secondo trimestre dell’anno, i “costi di produzione”, cioè i soldi spesi per stampa, packaging e distribuzione delle copie fisiche, sono crollati del 22% rispetto all’anno precedente. Lo stesso è successo con le spese di marketing, giù del 14% se paragonate al 2019.

Nel frattempo lo streaming, la principale fonte di guadagno delle major, è vivo e vegeto nell’anno del Covid, trascinato dagli ascolti fatti durante l’isolamento. Nel terzo trimestre Universal ha aumentato i guadagni relativi del 22,6%; Sony del 19,3%. Dati simili sono arrivati anche da Spotify, cresciuto del 14% nei tre mesi prima di settembre.

Mentre le spese delle maggiori aziende discografiche del mondo si riducono, è la crescita dello streaming a generare i numeri che fanno sorridere gli azionisti. Ma quale potrebbe essere l’effetto a lungo termine?

Per come la vedo io, c’è almeno una cosa che lascerà un segno profondo nell’industria.

Paul Vogel, direttore finanziario di Spotify, si è lasciato sfuggire un indizio durante la presentazione dei risultati del terzo trimestre. La libreria della piattaforma, ha detto, ora conta «tra i 65 e i 70 milioni di brani musicali». È una crescita enorme: nel report annuale del 2019, Spotify diceva di averne «più di 50». Nel 2018 erano 40. Ovviamente l’uso della formula “più di” rende tutto meno comprensibile, ma sembra che solo nel 2020 Spotify abbia aggiunto al suo catalogo tra 10 e 20 milioni di tracce. Il dato conferma un trend emerso tra gli artisti indipendenti che hanno pubblicato tantissima musica in streaming durante il lockdown.

Le major cercano di arginare questo fenomeno da tempo ingaggiando nuovi artisti e pubblicando nuova musica a ritmo incessante. L’obiettivo è mantenere una grossa quota degli stream settimanali su Spotify e sulle altre piattaforme, e per riuscirci è stata messa in piedi una imponente strategia A&R. I dati di IFPI ci dicono che, almeno fino al 2017, Universal, Sony e Warner spendevano 11 milioni di dollari al giorno per l’A&R, arrivando a mettere sotto contratto ogni mese 50 nuovi artisti.

Nel 2020, però, questa strategia è diventata illogica, soprattutto perché senza i tour non è possibile far emergere un artista. Quello che sta succedendo, almeno secondo Goldman Sachs, è che durante la pandemia le abitudini di chi ascolta musica in streaming sono cambiate, gli utenti sentono meno nuova musica e più evergreen, un catalogo quest’ultimo di proprietà – già, avete indovinato – delle major.

Incoraggiate da nuove possibilità di guadagno e dall’entusiasmo degli investitori, le case discografiche potrebbero sposare in modo permanente questa nuova mentalità nell’A&R. Potrebbero cioè smettere di inseguire in modo spasmodico i numeri dello streaming e focalizzarsi sugli investimenti a lungo termine. Chi critica le spese folli delle etichette non vorrebbe altro.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.