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Come Bruce Springsteen ha scritto “Born in the U.S.A.”

Ecco come Bruce ha creato una delle hit più grandi di sempre partendo da una canzone pacifista che inizialmente si chiamava "Vietnam"

Springsteen durante il tour di Born In The USA. Foto di Ebet Roberts/Redferns

UNITED STATES - JANUARY 01: Photo of Bruce SPRINGSTEEN; performing live onstage on Born In The USA tour, c.1984/1985, wearing bandana (Photo by Ebet Roberts/Redferns)

Quello che segue è un estratto da “Bruce Springsteen: The Stories Behind the Songs”, il nuovo libro di Brian Hiatt che racconta i retroscena delle registrazioni di tutte le migliori canzoni di Bruce Springsteen.

Bruce Springsteen non ha la minima intenzione di fare la leva. È il 1968 e pur di convincere una commissione di Newark, New Jersey di non essere adatto per la guerra in Vietnam, arriv pure a sostenere di essere gay e strafatto di LSD. Ma non è necessario. A bocciarlo nel test sulle capacità fisiche è un trauma di cui ha sofferto l’anno prima dopo una brutta caduta in moto. Springsteen ne esce sollevato, euforico quasi, ma anni dopo ammetterà a più riprese di sentirsi un po’ in colpa. “A volte” come scrive nelle sue memorie di Born To Run, “Mi chiedevo chi fosse andato al mio posto”.

Nel 1978, si imbatte in Born on the Fourth of July, la storia di Ron Kovic, un ragazzo ciecamente patriottico che si arruola nei Marines per tornare dal Vietnam paralizzato dall’addome in giù e convertito all’attivismo pacifista. Poco dopo aver comprato il libro in un supermercato dell’Arizona, Kovice va a fare visita a Springsteen in piscina al Sunset Marquis di Los Angeles. Nasce quasi subito un’amicizia, e Kovic riesce anche a mettere in contatto il cantante con Bobby Muller, cofondatore dei Vietnam Veterans of America. Jon Landau (suo storico manager) da parte sua riesce a mettere in piedi un concerto di beneficienza di Springsteen e la E Street Band per quella organizzazione nell’agosto 1981. Un gruppo di veterani, molti dei quali mutilati e invalidi, segue da una tribuna di onore posta di fianco al palco.

È senza dubbio un momento chiave per il movimento dei veterani del Vietnam negli Stati Uniti. «Senza Bruce e quella serata» ha detto Muller nel libro Glory Days di Dave Marsh. «Non ce l’avremmo mai fatta.»

Quando Springsteen ritorna a casa il mese successivo per scrivere quelle che poi saranno le canzoni di Nebraska, comincia a lavorare anche su un pezzo di nome Vietnam, forse prendendo qualche spunto dall’omonimo inno di protesta di Jimmy Cliff. Registra un paio di demo casalinghe che raccontano la storia di un veterano che ritorna dalla guerra, ma che tutti dicono di essere “morto in Vietnam”. Alcuni versi riappariranno poi nel lato B di Shut Out The Light ma un verso in particolare, quello del direttore della fabbrica che vuole assumere il narratore se dipendesse da lui, ricorrerà in una forma condensata altrove. C’è una frase ripetuta sulla fidanzata del veterano che scappa con un cantante rock (un indizio del senso di colpa?) e quando canta “the stranger is me”, è una reference di quella che sarà una delle pietre miliari di Springsteen, Rank Ranger degli Stanley Brothers.

Sulla sua scrivania di quercia della sua casa di Colts Neck, New Jersey, Bruce ha un manoscritto, una sceneggiatura chiamata Born in the U.S.A. che il regista Paul Schrader gli ha inviato tempo prima. Dopo aver scritto Vietnam, il cantante prende in prestito il titolo del manoscritto e comincia a trasformare la canzone. Il primo ritornello che ne viene fuori è una rima fra “born in the U.S.A.” e un verso che verrà poi scartato “the american way”. Le sue letture sulla storia americana di recente hanno incluso il libro del 1979 Sideshow: Kissinger, Nixon e la distruzione della Cambogia. Un riferimento a tutto ciò nella nuova canzone sembra quasi uno sfogo su ciò che ha imparato. Dopo meravigliarsi di che Nixon non ha mai scontato un giorno di prigione, Springsteen suggerisce una punizione alternativa: avrebbero dovuto “tagliargli le palle”, come canta per davvero.

Questa bozza rende evidente anche che nel riferimento allo “yellow man” contro cui combattere nella versione finale è inteso come un commento antirazzista. Nessuno tratterebbe mai “the white man” in quel modo, canta mentre medita su come fosse essere cambogiano e assistere all’orrore delle bombe che “cadevano come pioggia” (“Falling like rain”). Altre bozze mostrano come Springsteen già all’epoca è diventato abile nella sintesi e nella correzione.

Springsteen registra Born in the U.S.A. sul suo registratore a quattro piste insieme al resto delle canzoni di Nebraska, includendola nella cassetta che manda al suo managere e co-produttore, Jon Landau. La melodia è ancora cruda e gli echi della registrazione casalinga smussano qualsiasi impatto che la canzone avrebbe potuto avere. Qui, la polvere di fatina lo-fi di Nebraska perde la sua magia. La leggera chitarra elettrica che Springsteen ha sovrainciso per i 40 secondi finali suggerisce, molto lontanamente, un riff decisivo e gli ululati di falsetto sopra l’outro rimandano a un rumore incombente molto più rumoroso.



Nel 1982, Bruce e la E Street ritornano allo studio A dei Power Station, determinati a finire le canzoni di Nebraska. L’autore Clinton Heylin, che ha ottenuto dalla Sony le registrazioni di quei giorni, ha confermato nel 2012 che la E Street Band ha cercato di ottenere la maggior parte o tutti quei file, per quanto nessuno sia mai stato leakato. E presumibilmente ci vorrà del tempo prima di sentirle in un box set. Nel secondo giorno, Springsteen presenta agli altri Born in the U.S.A.. Come riporta Roy Bittan, l’ha suonata con la chitarra e cantata per la band dal vivo, anziché suonarla dal registratore a quattro piste.

In quel momento, la melodia inizia a evolversi, con Bittan che aggiunge un motivetto di sei note a partire dal ritornello di Bruce. «Quando gliel’ho sentito cantare ho detto: “Questo è un riff!”» dice Bittan. «Un chiaro e conciso riff.» Così prende mano al suo nuovo Yamaha CS-80, un flessibilissimo synth analogico, e comincia a modellare un suono. «Stavo ascoltando intensamente il testo per capire di che diamine parlasse la canzone» dice il produttore. «Quando ho capito di cosa parlava, ho provato a costruire un suono strano e sintetizzato che ricordasse il sud est asiatico. E ci ho suonato il riff sopra.» Bittan suona una seconda volta il riff: a quel punto Max Weinberg si aggiunge col rullante a tempo.

Da lì, con Danny Federici al piano e Steven Van Zandt alla chitarra acustica, la band inizia a registrare il pezzo. «Bruce ha sentito Max e me e ha detto: “Aspetta, aspetta. Stop. OK. Riavvolgi il nastro. Abbiamo tutti gli accordi?”» racconta Bittan. «Sì, tutti noi avevamo gli accordi. “OK, riavvolgi”. Boom, eccolo lì.»

Weinberg se lo ricorda diversamente. Nella sua memoria, la band registra prima una versione come “un trio country” con un ritmo country. Poi, come ricorda Weinberg, Springsteen inizia a strimpellare con a chitarra un ritmo che al batterista ricorda Street Fighting Man degli Stones, e dopo lo segue. «Tutti gli altri sono usciti» ricorda Weinberg. «E Bruce ha detto: “Continua a suonare questo riff a oltranza” E l’ha riarrangiata.» (Allo stesso tempo, Weinberg non vuole mettere in discussione i ricordi di Bittan).

Comunque sia andata, la versione sull’album è una delle prime prime take registrate (con qualche minuto di jam session poi esclusa dal brano). Da quando Springsteen lo ha ingaggiato per le sessioni di The River, Weinberg ha perfezionato la tecnica prendendo lezioni dal maestro Gary Chester. Tutto ciò che ha imparato è evidente in Born in the U.S.A.. Nella take che poi è finita sull’album, racconta il batterista, Springsteen “alza le mani e le suona come se fosse alla batteria, tipo, “fai un assolo”. Per cui, se ascolti bene, Roy e Danny stanno suonando il riff. Da dove sono posizionati nello studio però non vedono Bruce smettere di gesticolari. Per cui si sente il riff andare avanti. Quando poi sentono il ritmo interrompersi, si fermano per poi rifarla da capo. Così Bruce conta uno, due, tre, quattro e riattaccano.»

Continuano così almeno fino alle tre del mattino. Sei ore dopo, Springsteen guida fino a casa di Weinberg con una radio e una cassetta con sopra un primo mix grezzo della canzone fatto da Toby Scott. Il fonico ha messo un riverbero col gate sul rullante di Weinberg, che, combinato coi microfoni ambientali del soffitto dello studio A, lo fa suonare come un pezzo di artiglieria che viene sparato dal fondo del Grand Canyon. E nel mix finale, Bob Clearmountain lo fa suonare ancora più titanico.

«Ci siamo seduti sul mio banco mixer bevendo spremuta di arancia freschissima, e abbiamo ascoltato Born in the U.S.A. almeno 20 volte» ricorda Weinberg. «Non me lo dimenticherò mai, perché sono passato da “Potevo perdere il lavoro per via di questo pezzo” a Bruce che invece mi ha detto: “La batteria in questa canzone è importante quanto la voce. Perché suona come il caos e i bombardamenti. E tu hai illustrato perfettamente ciò che avevo in mente per il brano.”»

Springsteen sapeva che lui e la band avevano appena firmato uno dei loro più grandi dischi, anche se il resto del mondo non l’avrebbe sentito che due anni più tardi.

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