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Coldplay, il destino della band dopo “Parachutes” era già scritto

Il 10 luglio del 2000 usciva il primo album della band di Chris Martin. E già allora, la nostra recensione aveva previsto un futuro scintillante per i ragazzi

Chi saranno i nuovi Coldplay? O i prossimi Verve o i Travis? In Inghilterra, la risposta sulla bocca di tutti è una sola: i Coldplay.

Nel loro album di debutto, Parachutes, questo giovane quartetto si rifà a ognuna delle band citate. I Coldplay fanno un britpop melodico e diretto che si batte per avere un significato con la esse maiuscola, anche se ogni tanto fatica un po’ a tenere insieme tutte le influenze. Dentro infatti ci trovi il tocco etereo di chitarra degli U2, un po’ dell’implosione folk di Dave Matthews, persino un retrogusto del Roger Waters dei tempi dei Pink Floyd.

Ma più di chiunque, il fantasma di Jeff Buckley abita questo disco, specie nell’onnipresente falsetto di canzoni come Shiver. Parachutes in definitiva si innalza al di sopra delle sue influenze per diventare una vera opera trascendentale.

In pezzi come l’irriducibilmente romantica Yellow, la band crea un mondo onirico, ipnotico e in slow motion, dove è lo spirito a regnare. Quando il frontman Chris Martin canta di “skin and bones/Turning to something beautiful” (“pelle e ossa che diventano qualcosa di bellissimo”), potrebbe forse riferirsi alla sua band.

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