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‘Circles’ è il testamento straziante di Mac Miller

L’album postumo del rapper, rifinito da Jon Brion, è imperfetto, malinconico e incompiuto. Come la vita dell’artista

Mac Miller

Foto: Christian Weber

Spesso, per consolarci della prematura scomparsa di qualcuno, diciamo che non è importante quanto a lungo ha vissuto, ma quanto ha vissuto intensamente e quante cose è riuscito a fare nel tempo che gli è stato concesso. Nel caso di Mac Miller è una frase che senz’altro non consolerà i suoi moltissimi fan, ma è particolarmente vera: nei 26 anni che ha trascorso su questa Terra è riuscito a pubblicare cinque album in studio, dieci mixtape e due EP, oltre a una serie di progetti audiovisivi tra cui Mac Miller & the Most Dope Family, un docu-reality a puntate incentrato su di lui. Cosa ancora più importante, la gran parte della sua produzione è di un livello e di un’originalità rari, nel panorama hip hop e urban. Merito, probabilmente, oltre che di un talento eccezionale, di un background estremamente atipico per un rapper: cresciuto a Pittsburgh, una città relativamente fuori dai radar della scena hip hop, era un ragazzino bianco, borghese, appassionato di jazz e rock, polistrumentista autodidatta (suonava piano, chitarra e batteria fin da bambino, oltre a cantare e scrivere rime).

Mac Miller, in un certo senso, non era un nome sulla bocca di tutti: era il classico artista preferito del tuo artista preferito. In America stava raggiungendo un discreto successo, consolidando sempre di più la sua posizione di battitore libero della scena rap. In Italia, forse, era più famoso in qualità di ex fidanzato di Ariana Grande, con cui ha avuto una relazione di due anni, durata fino a maggio 2018, quattro mesi prima della sua tragica morte. Il suo cadavere è stato rinvenuto il 7 settembre dal suo assistente nel suo appartamento: l’autopsia avrebbe poi stabilito che si trattava di un’overdose – probabilmente accidentale – causata dall’ingestione di oppiacei, ansiolitici, cocaina e alcol. Mac, una persona particolarmente sensibile, non aveva mai fatto mistero dei suoi problemi e della sua lotta contro la depressione e la droga. Aveva provato più volte a curarsi e disintossicarsi, ma senza mai riuscire a rimanere sobrio e felice per più di pochi mesi. Nonostante la cosa fosse di dominio pubblico, però, per molti è stato uno shock scoprire le cause del decesso: la sua immagine pulita, allegra e sorridente, da ragazzo della porta accanto, non lasciava intravedere né presagire i demoni che si portava dentro, e che alla fine lo hanno trascinato a fondo con loro.

Quando ci ha lasciati, Mac Miller aveva appena pubblicato un album poi incensato dalla critica, Swimming, ma stava già lavorando a un secondo disco, che idealmente avrebbe dovuto essere il suo gemello. L’idea era di realizzare un progetto che in qualche modo chiudesse un cerchio e formasse le due metà di un ideale Ying e Yang: stili diversi e complementari, a formare un intero che mostrasse tutte le sfaccettature della sua arte. Quando è venuto a mancare i genitori e il fratello hanno incaricato Jon Brion, il produttore che lo aveva affiancato in entrambi i lavori, di completare l’opera, restando il più fedele possibile alle direttive e ai desideri dell’artista. E finalmente possiamo ascoltare il risultato: Circles esce proprio oggi. Se Swimming era un album riflessivo ma in un certo senso più solare, con dei beat inequivocabilmente hip hop e delle vere e proprie strofe rappate, quest’ultimo è decisamente più pacato e malinconico, anche nelle atmosfere, e le ispirazioni rock si fanno sentire in maniera più decisa, tanto che c’è perfino la cover di un brano dei Love, un gruppo psichedelico degli anni ’70, Everybody’s Gotta Live (in questa versione, intitolata semplicemente Everybody). Non si tratta di un disco rap, ma di una sorta di digressione in un genere a sé che non appartiene neanche più al macro insieme della musica urban, e lascia ampio spazio al cantato e agli strumenti, molti dei quali suonati dallo stesso Mac Miller, probabilmente. Non è il tipo di prodotto che ti fa muovere incessantemente la testa a tempo, insomma, ma uno di quelli che ti invita a meditare sul senso della vita sdraiato sul divano, bruciando incenso e fissando il soffitto.

In un certo senso, un album di questo tipo fa percepire in maniera netta e profonda la perdita di Mac Miller, anche più di quanto già non faccia un album postumo. Le voci sono a tratti un po’ imperfette, come se si trattasse di provini registrati nell’intimità di un piccolo studio ad uso privato, e non di una traccia lavorata per il mercato discografico globale; le strumentali spesso sono tronche e si interrompono ex abrupto, aumentando la sensazione di incompiutezza non tanto del disco in sé, quanto della vita stessa dell’artista, stroncata all’improvviso; i versi di alcune canzoni appaiono quasi profetici. In Complicated, Mac canta: “Some people say they want to live forever / That’s way too long, I’ll just get through today” (“Alcuni dicono di voler vivere per sempre / è davvero troppo, io cercherò solo di sopravvivere a questa giornata”). In Circles: “Who am I to blame though? / And I cannot be changed, no / Trust me, I’ve tried / I just end up right at the start of the line / Drawin’ circles” (“A chi devo dare la colpa, però? / Non possono cambiarmi, no / Credimi, ci ho provato / Finisco di nuovo dove ero partito / Girando in tondo”). E nel singolo che ha fatto da apripista al progetto, Good News: “There’s a whole lot more for me waitin’ on the other side / I’m always wonderin’ if it feel like summer” (“C’è molto di più per me che mi aspetta dall’altra parte / mi chiedo sempre se ci si sente come se fosse estate”). Straziante. Forse il suo paradiso è davvero come il video che accompagna il brano: un luogo surreale e pieno di colori, in cui esplora sorridente paesaggi psichedelici e galassie sconfinate, senza mai smettere di cantare. Vogliamo immaginarci che sia davvero così.

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