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Chiedi chi erano i Buzzcocks

Turbe giovanili, masturbazione, bisessualità ma anche Proust, Camus, e Burroughs. Ecco perché Pete Shelley è stata la voce che ha insegnato davvero cosa fosse il punk.

Per me non si possono amare i Sex Pistols senza amare i Buzzcocks, che rappresentano il versante più romantico del punk. Canzoni d’amore suonate a duecento all’ora, che idea formidabile!
(Noel Gallagher, Oasis) 


Quando mi chiedono se tra tutti i concerti punk a cui ho assistito in vita mia ce ne sia uno che ho nel cuore più di altri, il calendario scorre inevitabilmente ai primi d’ottobre del 1993. Lo so, un mucchio di tempo fa. Prima data in Italia dei riformati Buzzcocks alla Flog di Firenze. Benché a vederlo ora, così angusto, sembrerebbe il posto meno adatto per omaggiare uno di quei gruppi che il punk l’ha tanto inventato quanto ridefinito ma tant’è. Benissimo così. E tanto che ci siamo, togliamoci subito il dubbio: Pete Shelley non si era rimbambito e non aveva finito i soldi per pagare il mutuo. Anche perché, tra i Sex Pistols a destra e i Clash a sinistra (e i Ramones in mezzo), non ne aveva mai fatti molti.

I pochi brani finiti a Top of the Pops e i denti aguzzi della stampa di allora contribuirono poi a non montagli la testa. I Buzzcocks erano ragazzi così normali e introversi che successo e grana non erano mai stati messi nella rosa di ambizioni. Tornavano invece, con un nuovo album, Trade Test Transmissions, soltanto perché il loro creatore aveva deciso fosse tempo di resuscitarli. Per se stesso, mica per gli eredi. Per riprendere e finire la propria esistenza da là, dove l’aveva iniziata nel 1975 e interrotta nel 1980 (anche se, va detto, prima aveva voluto provare l’ebbrezza di una carriera solista, perlopiù fallimentare, scissa tra new wave e kraut rock).

Una volta spiegò: «Mi rifiuto di entrare nella società dello spettacolo. Mi ricordo di avere visto un concerto degli U2 in uno stadio. Sugli schermi passavano dei visi scelti tra la folla: al gruppo non interessava chi fosse venuto a sentirli. Mentre per me vale l’esatto contrario. Più le sale son grandi, più c’è pubblico a vedere, più vado in depressione. Ho questa idea naive di suonare davanti al pubblico che ama la musica, mai di fronte a quelli che definisco ‘turisti’ e che vengono ai concerti per le chiacchiere, le birre e fare foto all’icona sul palco». Ecco, non so voi ma io di chi si portò dietro i Joy Division come apertura per il tour del suo terzo disco (A Different Kind of Tension) mi fido ciecamente. Infatti il colpo d’occhio era impressionante. Shelley vestito come uno degli Stone Roses versione XL, polo gialla e improbabile frangetta con almeno dieci anni d’anticipo su Brian Molko. A fianco, Steve Diggle alla chitarra in camicia a fiori e gillet alla moda dei Kinks nel 1966 o di qualche eccentrico cameriere della riviera romagnola. Poi Tony Barber al basso in total-jeans. Alla batteria: Phil Barker in baggy neri e t-shirt. Credo non uno dei presenti fosse preparato a tanto. Roba indigeribile alla vista per chi anelava un tuffo nel “punk” per come lo si immagina dalle foto di Sid Vicious o dalle creste degli Exploited.

L’insofferenza del pubblico era palpabile: risatine, battute, qualche fischio. Così, quando Pete si avventurò con elegante noncuranza in un: «Una cosa voglio dirla subito: questa non è una questione di nostalgia», tutti pensammo al peggio. Invece attaccò una I Don’t Know What To Do With My Life uscendone vivo e trionfante. In neanche tre minuti di musica era riuscito a far il punto su chi fosse Punk e chi no. Su cosa fosse il Punk e cosa no. Ne seguì un concerto che ricordo dopo 25 anni. Perché Shelley è sempre stato poeta, e come tale si intendeva di adolescenza e di disagio, buttandone fuori a vagonate. All’inizio quello che canta non sembra niente di speciale, come molti pezzi degli Smiths, una sequela di pezzi brevi e all’apparenza privi di sviluppo che si reggono su tre accordi ma che a ben vedere sono molto più complessi di tre accordi (il suo chitarrista preferito era Michael Karoli dei Can), però a dargli man forte c’è il suo fascino inquieto e nei suoi testi, visto che imbrocca sempre almeno un paio di colpi di genio a disco, si annida l’intelligenza di scrittori dalla tecnica vera.

Non per nulla Shelley ragazzino nella periferia di Manchester divorava libri a più non posso. Perduto presto il primo cantante ed alter-ego Howard Devoto, partito senza ritorno alla volta di un futuro meno autodistruttivo e più lucroso del punk coi Magazine, Pete si trovò a esperire il detto “di necessità virtù”, aggiungendo al suo ruolo di chitarrista quello di cantante. Non che fosse poi impensabile: era già il principale songwriter dei mancuniani – allora appena ventenni. Il punk poi accorse in aiuto, prediligendo un approccio al microfono quanto più approssimativo e quindi beffardo possibile rispetto al pomposo prog-rock che spopolava allora. Così, la timbrica nasale e cantilenosa ma a suo modo melodica di Shelley finì per esser il marchio di fabbrica dei Buzzcocks e di molta musica a venire. Non solo, un altro suo tratto assai affascinante era quello di riuscire a scrivere mettendosi indifferentemente nei panni di un uomo o di una donna.

Anni dopo Morrissey, che una volta disse «I Buzzcocks erano il gruppo che ascoltavo, mi piaceva il lato delicato e intellettuale di Pete Shelley», non solo trovò questo lato neutro e asessuato affascinante ma (lo possiamo dire) ci ha costruito sopra tutta la sua carriera. «Se scrivevo in quel modo – ammise Shelley – è perché la mia sessualità è ambigua. Visto che sono bisessuale scrivo da un punto di vista femminile e maschile, so cosa gli uni e le altre provano». Aveva ragione. Di più: nessuno all’epoca scriveva in modo così personale, fulmineo e irriverente, specie in un contesto da sempre machista e a volte pure misogino e omofobo come quello punk. Per questo le sue canzoni, a differenza di altre, potevano riguardare il doppio delle persone, potevano riguardare tutti. La United Artists si accorse del potenziale in mano alla rinnovata formazione dei Buzzcocks e siglò con loro un contratto che riuscì a dare del filo da torcere ai vari mammasantissima con ben altra visibilità allora accasati con la Virgin, la Warner o la CBS.

Dal novembre del 1977 all’estate del 1979 Pete Shelley firmò una carrettata di 45 giri (l’equivalente dei singoli di oggi, per i millennials) che riuscirono ad equiparare e superare, in freschezza e originalità, l’estro di ben più alti gerarchi della scena. Tenuti con un cipiglio quasi presuntuoso al di fuori dei primi due dischi, Another Music in a Different Kitchen e Love Bites, queste canzoni non ebbero il successo per come purtroppo lo si intende (ossia primi posti nelle classifiche e gossip a ogni cazzata sparata da chi le ha scritte) ma riuscirono a superare indenni il trascorrere del tempo, creando poi centinaia di epigoni. E tutti voi sapete (o fate finta) che valore massimo nella musica risiede nel durare, non nello sbarcare il lunario. Quelle canzoni, totem per qualunque generazione che faccia dell’elettrica il proprio credo, da quella dei Pixies quella degli Arctic Monkeys, sono ancora qui. Puro pop-punk. Perché, avvicinandosi con circospezione a quella piccola riserva indiana di casa Shelley, sebbene non ai livelli di Stooges, dei Cramps e di pochi altri, è difficile non ritrovare nei semi gettati da Pete Shelley con il fido Steve Diggle e John Maher alla batteria e Steve Garvey al basso, i caratteri della matrice. Roba tipo Beatles o Rolling Stones, solo su un altro piano, in un altro contesto.

Così vale per Ever Fallen In Love, che affronta il tema della delusione amorosa con la stessa efficacia di quando credi di avere trovato parcheggio e invece è una Smart; per Orgasm Addict, inno sulla masturbazione maschile che venne censurato da tutte le radio; per What Do I Get?, semplicemente ABC di tutte le turbe sentimentali giovanili; per Time’s Up, una allegoria sul donarsi troppo senza nulla in cambio; per Fast Cars, metafora sugli eccessi nata dopo un incidente in auto in cui fu coinvolto Diggle. E si potrebbe andare avanti così per ore. Qualcuno afferma che (anche) questo primato spetti ai Ramones. Io credo che l’anima allegra, disimpegnata e forse un po’ trash degli americani sia di marchio indiscutibilmente “rock”, nulla a vedere col sapore di ingenuità più romantica degli inglesi. Così il pupo che fa casino coi primi, è convinto di ascoltare canzonette con i secondi ma riceve una vera e propria educazione sentimentale – più avanti deciderà che cosa farsene. Con i Buzzcocks, Shelley riusciva a creare canzoni così semplici e perfette da far pensare che fossero messe insieme da una di quelle intelligenze artificiali che sfornano Hits per le popstar: avevano accordi sempre al passo coi tempi, avevano una linea melodica che si sposava a meraviglia agli accordi, avevano inflessioni scure che puntellavano la linea melodica, avevano dei testi che ti si attaccavano in testa dal primo ascolto, e avevano poi un retrogusto di bubblegum che profumava tutto di college e che – scopriamo sempre con una certa sorpresa – ci sta sempre un gran bene come variante rispetto al nichilismo dominante.

Ricordava Shelley: «Non si va all’università per studiare ma per scoprire la vita e i suoi eccessi. Io scrivevo delle canzoni pensando che le casa discografiche fossero delle fortezze inespugnabili». Un giorno del 1975 poi lesse un annuncio su una bacheca che cercava “Musicisti per riprendere Sister Ray dei Velvet Undeground”. Chiamò e dall’altro capo del telefono rispose proprio Devoto, felicissimo di avere incontrato “qualcuno che non volesse suonare Smoke On The Water dei Deep Purple” I due passavano il tempo a parlare del futuro tra dischi dei Roxy Music e di Bob Dylan. La stanza di Howard non era piena di poster ma di libri, da cui Shelley conobbe il lavoro di Burroughs, di Proust e di Camus, che divorava ascoltando musica. Fu nello stesso periodo che da Pete McNeisch diventò Pete Shelley, chiedendo a sua madre, poco prima di raggiungere l’amico, come lo avrebbe chiamato se fosse stata femmina. E il punk in tutto ciò? A patto che non riusciate proprio a vederlo, «Una volta ci siamo tinti i capelli di rosso ma la tinta non venne bene, era più bordeaux, ridicolo!».

Ecco, il principale plus rispetto al resto in giro da quarant’anni a oggi nasce da questo concetto, lapidario come una discografia di appena 9 dischi in quarant’anni ma sufficientemente rivoluzionario: quella di Shelley era una ribellione dalle tinte anomale, dalle tinte pastello, ma non perciò meno pungete nei confronti del sistema o incapace di dipingere stati d’animo di ragazzi e ragazze suoi coetanei. Shelley conosceva bene l’amarezza e la frustrazione che si trovano in fondo alla via e le sapeva trattare con un realismo disarmante. Eterno illuso, si invaghiva di ogni persona incontrasse e quindi spesso si innamorava di persone sbagliate. Perciò aveva una grossa nostalgia dell’adolescenza, incazzata e incantata ma almeno non infelice. Era fissato in particolar modo con i suoi sedici anni, avrebbe voluto tornare ad essere un teenager e in modo ironico ma inevitabile lo esprimeva con la sua musica e i suoi testi (Sixteen Again) ma poi si burlava delle sue stesse parole, delle sue canzoni d’amore troppo serie (I Don’t Mind, You Say You Don’t Love Me, Nostalgia e moltissime altre), affrontando senza timore altri temi, narrati sempre con un pizzico di camp e di cinismo: la fede in Dio (I Believe), le droghe (Are Everythig, leggenda vuole scritta sotto effetto di LSD), la società (Whatever Happened To?), il bullismo (Mad Judy), i falsi-miti (Fiction Romance), la depressione (Never Gonna Give It Up).

Figura inusuale, quella di Pete Shelley, che riesce difficilmente a essere inquadrata nel manierismo di un genere così pieno di vincoli e dictat come il punk e che, proprio per questo, ne ha scardinato le regole fino a diventarne una chiave di volta per molta altra gente. Per dire, provate a immaginare di avere 27 anni. Immaginatevi di essere in cima al mondo, di essere la rockstar più idolatrata di sempre e più depressa che mai, capace di riempire arene e di essere diventato il messia di un’intera generazione, eppure immaginatevi fragile come una ramoscello. Immaginatevi di poter scegliere un gruppo tra tutti per aprire le ultime date dei vostri concerti prima di abbandonare le vostre spoglie mortali. Ora, indovinate su quale nome andò proprio a posare il dito Kut Cobain? Già, proprio su quei Buzzcocks del sensibile e un po’ sfigato Pete Shelley di cui era sempre stato fan. Da quell’invito, Pete non ha mai più smesso di calcare palchi di mezzo mondo fino allo scorso agosto. I Buzzcocks sono stati la sua personale missione per conto di Dio, sublimando in essi la sua vita. E nessuno può negare che, in qualche modo, la poetica e la musica di Pete Shelley hanno davvero cambiato il mondo.