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Che senso ha la reunion dei Genesis?

Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks non sono cool, hanno un repertorio in parte irritante e sono pure invecchiati. Ma li si va comunque a vedere. Una questione di cuore

Phil Collins coi Genesis allo stadio di Wembley nel 2007

Foto: Dave M. Benett/Getty Images

No, non stiamo parlando di icone iper-cool a qualsiasi età, di artisti invecchiati come il buon vino. Non stiamo parlando di Mick Jagger, di Keith Richards, di Bob Dylan o di Iggy Pop, gente che calca i palchi come se il tempo non fosse passato, con un carisma mai sopito, fattosi anzi ancora più maturo mano a mano che gli anni avanzavano. No, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di Mike Rutherford, Tony Banks e Phil Collins.

Mike è il perfetto gentleman inglese, alto, elegante, ricco sfondato, con la passione per tradizioni quali il polo e la caccia alla volpe. A tempo perso suona con la sua band, i Mechanics, un onesto pop-rock senza infamia né lode che fa faville in luoghi come Olanda e Germania. Tony è un tastierista con una grande passione: il giardinaggio. Anche lui si mantiene bene nonostante l’età, ma non ha certo il physique du rôle della rockstar. Quando è preso bene si ricorda di avere scritto alcuni dei brani più incredibilmente emozionanti della storia (uno per tutti: Firth of Fifth) e si butta a registrare album di musica classica che ascoltati una volta dici “bellissimo” e poi passi ad altro.

L’ultimo è Phil. Ha un passato da popstar megagalattica, con un numero impressionante di hit e tour giganteschi, e il complesso di non avere fatto nulla di artisticamente valido con le sue canzoni. Passata la grande ondata di successo degli anni ’80 si è ritrovato alle prese con l’ennesimo divorzio e tutta una serie di problemi di salute che lo hanno mandato in depressione, gli hanno impedito di suonare la batteria e lo hanno costretto a esibirsi seduto. Negli ultimi anni è stato molto attivo, con un lungo tour (intitolato sarcasticamente Not Dead Yet) e un rinnovato interesse e calore da parte di fan sparsi in tutto il mondo.

Questi tre non hanno nulla del carisma degli artisti citati. E insieme hanno anche contribuito ad affossare il nome della band nella quale hanno militato per anni e che oggi hanno deciso di rimettere in piedi per una serie di concerti che si concentreranno nel periodo autunnale, per ora solo nel Regno Unito. Un tour che farà incazzare chi si aspetterà almeno un accenno a Supper’s Ready e invece si troverà a sorbirsi i minuti interminabili di Throwing It All Away o di Hold On My Heart. Un tour che metterà in scena la triste situazione di un Phil Collins oramai ombra di sé, dotato di una voce sempre calda e distinguibile ma impedito a deliziare tutti con le sue caratteristiche rullate. Al suo posto il figlio Nicholas che è praticamente il suo clone batteristico, peccato sia un clone. Mike e Tony dal canto loro eseguiranno il compitino, levandosi un po’ di ruggine di dosso e magari esaltandosi anche, quel tanto che basta, nel solito medley di In the Cage, quando potranno dare sfoggio delle doti strumentistiche del tempo che fu. Ma sarà solo un attimo, poi saremo ricatapultati in Land of Confusion e aspetteremo trepidanti la prossima canzone, sai mai che ci infilino qualche altra gemma del passato.

A fronte di tutto ciò la domanda non può che essere: che senso ha questa reunion?

E invece ha senso, in primis perché i Genesis non hanno bisogno di fare salti in scena o dimostrare di essere cool, ai Genesis basta la musica. Ebbene sì, quel fattore che sembra non essere poi così importante oggi e che invece per la band inglese è fondamentale. I Genesis, al pari dei Pink Floyd, hanno costruito la loro carriera sulle canzoni, non certo sugli abiti o sugli atteggiamenti. Hanno fatto quello che sanno fare meglio: comporre e suonare. È per questo che possono permettersi di salire ancora su quel palco, nonostante gli acciacchi e la vecchiaia, nonostante il loro essere completamente fuori moda.

E poi, diciamocelo, i Genesis sono anche un po’ parte della storia italiana; siamo noi che per primi (insieme ai belgi) li abbiamo scoperti, li abbiamo amati, gli abbiamo donato sicurezza delle loro capacità, gli abbiamo permesso di spiccare il grande balzo verso il successo mondiale. La emozioni che ci hanno dato con i capolavori pubblicati da Trespass (1970) a Wind & Wuthering (1976) rimarranno impagabili; quello spiccato romanticismo in rock, gli accordi drammatici, le chitarre acustiche intrecciate, le voci intense di Peter e di Phil a narrare storie metaforiche e surreali, la loro perizia strumentale sempre al servizio della musica, mai mero sfoggio di sterile tecnicismo. Ai Genesis abbiamo perdonato tutto, anche i dischi più brutti in virtù di quelli belli, che sono talmente belli da renderceli cari per l’eternità, qualsiasi pecca questo nuovo tour possa portare con sé.

Per questo andremo al concerto dei tre superstiti, sapendo benissimo che i brani della loro vera arte ce li faranno sospirare in quelle due, tre ore di spettacolo. E ci incazzeremo e chiederemo a gola spiegata The Cinema Show e loro ci faranno That’s All. Ma non importa, siamo pronti a sorbirci quella e anche I Can’t Dance pur di ritrovare l’emozione di averli lì davanti ancora una volta. Ma quando accenneranno anche solo un minuto di Carpet Crawlers ecco che capiremo il senso di tutto.

Anche se di album nuovi non si parla e non si parlerà, anche se le menti creative di Peter Gabriel e di Steve Hackett non saranno della partita, la presenza di quei tre insieme farà la differenza. Tre amici ormai invecchiati che sono realmente parte del nostro DNA, fratelli maggiori – padri o nonni per alcuni – che hanno accompagnato tantissimi momenti delle nostre vite e che ancora una volta si daranno da fare per essere i Genesis, uno dei gruppi che a molti italiani viene la lacrimuccia solo a sentire nominare. Una band che ci ha fatto esaltare con Selling England by the Pound e inorridire con Invisible Touch, ma che nonostante tutto ci commuoverà ancora, semplicemente perché sono i Genesis.

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