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Brunori Sas, da dieci anni l’ultimo dei nostri cantautori

Nel 2009 esordiva con "Vol. 1", un disco intimo ed essenziale, che indicava una strada nuova. Non ha mai smesso di toccare le corde giuste, rimanendo profondo e nazionalpopolare, anche politico. Quello di cui abbiamo bisogno

Nel 2009 assieme al primo disco di Brunori Sas, dal titolo deandreiano di Vol. 1, veniva distribuito un canzoniere per chitarra, per suonare anche in proprio le 9 canzoni che lo componevano. In cameretta, sul divano o a un falò: ovunque il suo immaginario mediterraneo-vintage-adolescenziale avrebbe portato. Non era un caso, perché l’album in questione, così minuto e intimo, si reggeva interamente lì: voce, sei corde e qualche storia fra l’intimo e il generazionale. Ma fu proprio quella semplicità cristallina a gettare le basi di uno stile – di arrangiare, e di immaginare testi – a presa rapidissima, che da lì in avanti ha definito la scalata di Dario Brunori (e della sua band: la Società in Accomandita Semplice) verso il ruolo, quasi mitologico, di ultimo dei nostri cantautori.

Oggi quell’esordio spegne 10 candeline e celebrarlo diventa un’occasione per leggere il breviario dell’artista cosentino, su cosa significhi essere cantautore dei giorni nostri: fra una tradizione ingombrante e intoccabile, corsi di aggiornamento sgangherati e un futuro con mille, duemila tentazioni. Gli elementi per diventarlo, in effetti, stavano già tutti in Vol. 1, ma non era scontato un traguardo del genere, soprattutto se pensiamo al contesto in cui tutto è iniziato. Fa specie, per dire, osservare che all’epoca il “nostro” non avesse nemmeno la barba (cantautorale, diciamocelo) che ha ora. Era uscito senza hype, con in mano la chitarra acustica e due baffi sul viso: nel 2009 ancora si parlava di hipster, l’indie-pop era una suggestione a cui lui veniva associato e il vecchio indie italiano, perlomeno nella concezione a cui il Paese era abituato a concepirlo (leggi: ignoralo), era al crepuscolo. Tempi difficili, anche per i pregiudizi.

Vol. 1 si inserì in maniera autonoma in un solco di parziale rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei Canzoni da spiaggia deturpata di Vasco Brondi e L’amore non è bello di Dente. Tre cantautori, tre nomi pronti a spostare la musica italiana qualche passetto più in là. Ma quella di Brunori, da subito, sì capì fosse una storia diversa: meno alternativo e sofisticato dei colleghi (e amici); più solare e popolare, nel senso generoso del termine – quello di Dalla e Rino Gaetano, per capirci. Potenzialmente, per tutti. E fu la svolta, quella che fece capire che anche l’Italia degli anni dieci aveva bisogno di un suo cantautore.

Dicevamo della sua chitarra solitaria: la chiave di quel disco sta nella semplicità, è vero, ma anche in una lucidità argomentativa che gli garantisce credibilità e poetica a sufficienza per non partire 10 passi indietro ai colleghi. Pochi accordi, ancor meno fronzoli, melodie neanche troppo appiccicose o rotonde: Brunori non eccede, non fa rivoluzione copernicane. Semmai sceglie i giri più tradizionali, si ubriaca con Rino Gaetano e De Gregori e preferisce l’autobiografia all’introspezione: la morte del padre (Come stai), le estati a Guardia Piemontese (Guardia 82), i ricordi di un’infanzia italiana (e calabrese), qualche sfogo (L’imprenditore, la canzone per la mancata vita da rockstar che ha dato inizio a tutto) e tanta nostalgia per un’adolescenza un po’ vissuta e molto immaginata. E poi quella sincerità nazionalpopolare, oltre a un’umanità quasi contagiosa, in cui diventa facile rivedersi. Sotto di chili di na-na-na più malinconici che paraculi, insomma, sboccia un autore per niente elitario, low profile, lo zio che avremmo sempre voluto, che mette a nudo con (auto)ironia le sue (le nostre) contraddizioni e debolezze con metafore schiette, immediate, ma lucidissime.

Perché Brunori è sempre stato questo: fare affermazioni argute senza sembrare saputello, ma anzi dando l’impressione che quei pensieri, quelle storie a metà fra il cinismo e il romanticismo così vicine al sentir comune, avresti potuto scriverle anche tu – e invece no, non avresti potuto. Con ironia, spirito cazzone e umiltà.

Probabilmente, la chiave per arrivare a così tante persone, per diventare “Disco di platino”, è stata il non aver mai rinnegato questa paradossale nazionalpopolarità, proseguendo anzi con l’aggiungere personaggi e pensieri, per instaurare un rapporto pacifico e libero con una tradizione di cui rischiava di rimanere ostaggio. Vol. 2 – Poveri Cristi, per dire, ha rappresentato il contrappunto millimetrico del primo, con la stessa purezza: suoni più stratificati, ma ancora essenziali; storie che, invece di guardarsi dietro, si guardavano intorno, raccontando con la solita, generosa empatia vittorie (poche) e miserie (tante) del genere umano.

E se il terzo Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi a livello poetico ha chiuso un cerchio guardandosi dentro (con piccoli testamenti come “Nessuno” e “Le quattro volte”), la vera svolta, lì, è stata l’inizio della collaborazione col produttore Taketo Gohara, che ha ampliato la gamma di suoni proprio quando serviva, verso un’orchestrina à la Belle and Sebastian, che ha fatto conoscere al mondo il Brunori-musicista (la suite Il manto corto, in questo senso, parla chiaro). Passo dopo passo, allora, l’ultimo A casa tutto bene è stato il lavoro che l’ha consegnato al grande pubblico quando era giunto il momento, quando l’Italia aveva giusto bisogno di un nuovo cantautore che parlasse di Salvini, sì, ma come avviene in Secondo me: mettendosi lui, come cittadino, per primo in discussione, prima di partire all’attacco.

Insomma: Brunori il pugno alzato non l’ha mai dimenticato, solo non è così convinto che sia l’unica risposta possibile. Cantautore dei fuorisede, della generazione Erasmus, di Instagram, dei quarantenni (come lui) infelici e delle vedove di Dalla, nelle sue canzoni vincono i dubbi: personaggi che perdono il treno giusto, società liquide, amori mai corrisposti, malinconia, autoironia, cene di Natale andate male, romanticismo all’italiana, piccole solitudini universali. E così, senza avere il singolone da milioni di ascolti, i video da isteria e i passaggi in radio stile tormentone, ce lo siamo ritrovato a mettere in fila piccoli inni generazionali come Kurt Cobain, La verità, Come stai, Arrivederci tristezza e Tra milioni di stelle. Che sono arrivati lì, nelle playlist di tanti, solo con la forza della parola, da classe operaia in paradiso.

Per prenderlo in giro, nel 2012 i TheGiornalisti scrivevano in un post che Dario allo specchio si chiamasse “Rino”. Ma si scherzava. La verità è che Brunori non è mai stato roba per nostalgici: è uno perfettamente calato nei nostri tempi, un cantautore col suo stile (vecchio e nuovo) distante il giusto dai giganti, che ha un’impronta sociale più che politica e che ha trasformato l’ironia in post-ironia. Ecco: nel 1979 Dalla e De Gregori riempivano gli stadi con Banana Republic, erano pop raccontando la realtà di allora con squarci illuminanti e – al tempo stesso – iper-popolari; oggi ci bastano le stories coi pezzi di Brunori Sas, che dei due grandi è l’ultimo degli eredi. Anche se, con per la sua umiltà, lui lo negherebbe.

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