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Bob Dylan contempla la vita, la morte e l’America in ‘Rough and Rowdy Ways’

Abbiamo ascoltato l’album che uscirà il 19 giugno. È crudo e commovente. È fatto di autoritratti vertiginosi, immensi giri per l’immaginario americano, un mare di citazioni e canzoni d’amore per la storia

Bob Dylan

Foto: Kevin Winter/Getty Images for AFI

Sento un lento, ma inesorabile disfacimento, come una forza segreta che logora il canto, le parole, la musica, fino a giungere all’esito estremo del processo: l’evocazione della morte. Non dico che ci sia qualcosa di drammatico o particolarmente cupo nel nuovo album di Bob Dylan, il primo di canzoni inedite da otto anni a questa parte. Dico che è come se la narrazione piena di vitalità della prima canzone I Contain Multitudes, dove l’uomo prende in prestito le parole di Walt Whitman per farsi un autoritratto vertiginoso, facesse un giro immenso per l’immaginario americano e finisse per svanire lentamente nell’ultima canzone che prende il titolo dal punto più meridionale degli Stati Uniti continentali, Key West. La prossimità alla morte ha un suono stranamente seducente. Trasmette un senso di pace.

In Rough and Rowdy Ways, Dylan contempla la materia stessa di cui è fatta la sua musica: storie e storia soprattutto, vicende individuali e collettive, immagini potenti, persone reali e personaggi immaginari d’ogni epoca. E poi l’America e le relazioni, come quella cantata da Jimmie Rodgers nel 1929 in My Rough and Rowdy Ways in cui il protagonista molla la sua vita scapigliata per una donna, ma sente il richiamo del gioco d’azzardo e del vagabondaggio. L’album arriva dopo un monumentale lavoro di recupero del grande canzoniere americano fatto nell’arco di tre diversi album, di cui uno triplo. Qualcosa è rimasto di quell’esperienza: certi accordi jazz, l’aria da marpione, le chitarre semiacustiche, l’atmosfera notturna. È la musica che Dylan usa, qui, quando vuole suonare garbato, un gentiluomo d’altri tempi che proprio in virtù della sua intoccabilità può dire cose tremende. Ed è fantastico quando evoca il canto di un crooner senza averne il timbro levigato, ma suona anzi come un vecchio cagnaccio malandato. Dall’altra parte dello spettro c’è il blues, con cui Dylan si confronta da una vita e che informa canzoni terragne e ruspanti, ripetitive ma con un grande sound, fatte di tensione compressa. Mi pare, però, che le cose migliori siano quelle dal passo lento, arrangiate con pochi elementi sonori, che cullano e assieme straziano. È un Dylan commovente, questo.

A suonare è un cast di musicisti per lo più collaudati che comprende i chitarristi Charlie Sexton e Bob Britt, il polistrumentista Donnie Herron, il bassista Tony Garnier, il batterista Matt Chamberlain, l’ultimo arrivato. E poi alcuni ospiti fra cui Fiona Apple (sì, lei), il cantautore Blake Mills, Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty, Alan Pasqua, Tommy Rhodes. Sono canzoni lunghe – sei su dieci durano almeno sei minuti – e piene di parole dove però c’è sempre un particolare semplice ma efficace che dà loro carattere, come il coro a bocca chiusa della dolce I’ve Made Up My Mind to You, una delle canzoni che cullano con la loro tristezza arresa e dove il cantante evoca anche nel testo il suono di “chitarre tristi” ascoltate su una terrazza, perso tra le stelle come Kurt Weill. Certe immagini credo resteranno. Come quella del Black Rider, il cavaliere nero a cui Dylan gira le spalle perché non vuole combattere, “non oggi almeno” perché ha l’anima dissipata e una guerra che infuria nella testa. In pezzi così, come del resto in Mother of Muses, bastano la voce di Dylan, pochi tocchi di chitarra, echi e riverberi per farti trattenere il respiro. Nel testo di Mother of Muses si parla tra le altre cose dei generali che hanno combattuto la Seconda guerra mondiale, e non solo. Si dice che i Patton e i Montgomery hanno aperto la strada a Elvis, a Martin Luther King e quindi a Dylan stesso, un filo logico a cui non molti penserebbero e che indica il modo in cui l’autore concepisce la storia.

Pensavo: se Dylan fosse nato quarant’anni anni dopo, se non fosse scappato in direzione New York per finire al capezzale di Woody Guthrie e diventare quel che è diventato, avrebbe fatto hip hop. Dico sul serio. Certe sue canzoni sono assemblate usando le logiche della musica rap. Dylan utilizza gli strumenti chiave del rock, ma è come se campionasse le musiche altrui – vedi il caso di False Prophet che ricalca If Lovin’ Is Believing di Billy ‘The Kid’ Emerson – per creare narrazioni inedite, un po’ come facevano i produttori hip hop che costruivano le basi su suoni e beat presi dai dischi altrui. E poi, esattamente come fanno i rapper, Dylan riempie i testi di riferimenti alla cultura pop, il linguaggio che condivide con la nazione. È una masterclass in name dropping e non solo. Un passaggio come “living in a nightmare on Elm Street”, col doppio riferimento alla strada di Dallas dove fu colpito John F. Kennedy e al film horror di Wes Craven, lo si può immaginare detto da un MC, tale e quale.

È solo uno dei tanti esempi. Mai come in questo disco Dylan attinge alla cultura popolare e alla storia, riempiendo le canzoni di riferimenti ad essa. E così succede che nello stesso testo canti di Leon Russell e Liberace, dell’Al Pacino di Scarface e del Marlon Brando del Padrino. Oltre a usarla, è come se volesse abbracciare la storia, descriverla in un solo sguardo definitivo. In un certo senso, Rough and Rowdy Ways è un disco di canzoni d’amore per la storia. Dotando loro di un significato simbolico, fa rivivere personaggi del passato portandoli nel presente. Convinto che certi caratteri siano universali e resistenti nel tempo, chiama a raccolta un cast immenso, da Giulio Cesare a Jack Kerouac, in una grande foto collettiva. Immaginate la copertina di Sgt. Pepper’s in cui però i personaggi sono sporchi di fango e di sangue.

Sì, di sangue perché questo disco ha un lato pulp, ben evidenziato da Mikael Wood sul Los Angeles Times. Ricorda Edgar A. Poe, che è del resto uno dei tanti personaggi evocati nel disco. Questa cosa emerge ad esempio in My Own Version of You con la sua magnifica apertura: “Dall’estate a gennaio ho visitato obitori e monasteri in cerca di parti di corpi necessari, arti e fegati e cervelli e cuori”. Il protagonista lo fa per creare “la mia versione di te” e non si sa bene come prenderla questa cosa, come un’aberrazione da dottor Frankenstein o una dichiarazione d’amore definitiva. In ogni caso, è un’immagine letteraria potente che richiama lo spirito libero e romantico evocato dalla copertina, un vecchio scatto in bianco e nero che è stato colorato appositamente per Rough and Rowdy Ways che un fotografo di nome Ian Berry rubò a metà anni ’60 in un club di Whitechapel, a Londra.

Dicevo: sento un alito di morte in questo disco, soprattutto nella seconda metà e non ha solo a che fare con racconti di uomini decapitati e arti mutilati. È la crudezza blues di chi non ha rimosso la morte dal racconto della vita. Lo sento nell’addio al bluesman Jimmy Reed che s’intitola proprio Goodbye Jimmy Reed in cui il cantante, citando un vecchio gospel, chiede “give me that old time religion” e cita Down in Virginia. Lo sento nel finale di Mother of Muses, in quel “viaggio leggero, sto tornando a casa” che in bocca a Dylan suona in modo pazzesco ed è seguito solo dagli ultimi accordi della canzone che dissolvono nell’aria. Lo sento in Crossing the Rubicon il cui narratore si descrive “tre miglia a nord del purgatorio e a una passo dall’aldilà” e ci si chiede se siano i pensieri di Giulio Cesare o del cantante. Lo sento nei nove e passa minuti del pezzo in cui tutto confluisce e che si chiama Key West (Philosopher Pirate), una canzone che può scrivere solo uno che ha “scalato a piedi nudi una montagna di spade”, come dice False Prophet.

Siccome Dylan è un altro che fra la vita e la morte sceglierebbe l’America, ambienta la canzone nella città in cui hanno vissuto Ernest Hemingway e Tennessee Williams, dove c’è la Little White House di Truman, che è citata nel testo. Il posto sta all’estremità meridionale delle Keys, l’arco di isole che si protendono dalla Florida al Golfo del Messico fino a toccare il punto più meridionale dell’America continentale. Lì, canta Dylan accompagnato da un accordion e da un coro che sembra un gospel stilizzato, si va a cercare amore e ispirazione, innocenza e purezza. Lì si osserva l’orizzonte. La città è essa stessa l’orizzonte. La fragilità senile della voce ha qualcosa di tenero e commovente, il tono composto e misurato della musica è lacerante. Si muove e sembra restare ferma. È morte e resurrezione. “Key West è il posto dove andare in cerca d’immortalità”. In Rough and Rowdy Ways, Bob Dylan contempla la vita, la morte e l’America.

Ha detto Bob Dylan in un’intervista col New York Times, che a quanto pare sarà l’unica concessa prima della pubblicazione dell’album che avverrà il 19 giugno, che queste canzoni sono dipinti. Non puoi scendere troppo nei dettagli, non puoi eccedere nell’analisi, devi fare un passo indietro e goderti l’effetto complessivo. È vero: le ascolti e trasmettono sensazioni forti anche se non le cogli appieno, anche se non le analizzi (e anche se non hai sotto mano i testi che il cantante non vuole diffondere prima dell’uscita). Dice ancora Dylan che non c’è granché di figurato nel linguaggio di Rough and Rowdy Ways. Niente metafore ardite: una spada è una spada. Pure la musica ha questa concretezza che non ammette interpretazioni fantasiose: un blues è un blues. Arrivato allo stadio finale della sua carriera – l’uomo ha 79 anni e chissà per quanto ancora potrà far dischi e girare il mondo – Dylan ci dice che non c’è niente da capire. C’è da sentire, semmai.

Murder Most Foul è la visione estrema di Rough and Rowdy Ways. È il disco riassunto in una sola canzone, 17 minuti, un’epopea. È l’album stesso, ne è anche l’incipit e l’appendice. E difatti è messa in fondo e nella versione su CD occupa un dischetto a parte anche se non c’erano ragioni di lunghezza per separare il brano dalle altre canzoni. Murder Most Foul è l’immensa chiave di lettura dell’album. Dylan evoca artisti e composizioni – quelle adatte alla sua età e alla sua esperienza – per raccontarci il potere della musica di offrire conforto nei momenti più drammatici della nostra vita, e non vale solo per la morte di John F. Kennedy da cui parte il testo. È una preghiera, un’evocazione, una dichiarazione di fede. Dylan fa parte di questa tradizione, la sua musica ha il potere di lenire certi dolori, per lo meno per chi ci crede. Se in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo non ci si rivolge più a lui non è solo perché è invecchiato e i linguaggi sono cambiati e la musica è andata da un’altra parte. È anche perché abbiamo smesso di credere in quel potere. Ecco cos’è Rough and Rowdy Ways: un atto di fede nella musica, nelle parole e nello spazio che le separa che noi siamo chiamati a riempire.

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