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‘Blue jeans’ di Franco126 e Calcutta è itpop in salsa Califano

Incontro fra big della 'nuova' canzone italiana: un amore finito, tramonti, bugie, il tempo che corre. E la nostalgia per quando si era migliori, come dicono le luminarie del testo apparse a Roma e Milano

Franco126 al concerto all'Alcatraz di Milano

Foto di Simone Biavati

Blue jeans, che segna il ritorno in scena di Franco126 con tanto di ospitata da mille di Calcutta, non è neanche lontanamente il pezzo che ti aspetti. E ammetto che quando avevo letto che il – boh – cantautore romano avrebbe calato l’asso della collaborazione enorme, come già ai tempi del debutto solista di Stanza singola (2019) con una title track cantata insieme a Tommaso Paradiso, mi ero pure preparato al peggio. Sia perché quell’episodio era il più debole (per testo abbastanza retorico, per difficoltà ad amalgamare il “corpo estraneo” al contesto) e piacione di un album in realtà intimo, ben prodotto (da Ceri) e personale nella scrittura. Sia perché, dietro l’angolo del feat con l’artista di Latina, stavolta era già evidente un segnale che indicava tutte le scorciatoie dell’itpop da percorrere, magari per iper-valorizzare l’ospite a scapito del resto, senza che nessuno ci guadagnasse davvero, eccetto i numeri dello streaming. Poi figuriamoci: Franco ha creato hype intorno alla canzone in questione appendendo per Roma e Milano delle luminarie col testo; che fai, non stai mirando al cuore del nazionalpopolare?

E invece no, anzi. Blue jeans – che per riferimenti, arrangiamenti e soprattutto testi resta un brano itpop, intendiamoci – se ne frega di passare in radio, più vicina com’è al cantautorato classico che al pop d’alta rotazione. Banalmente: non “parte” mai; i toni salgono in maniera graduale, senza bridge faciloni, ritornelli appiccicosi ed esplosione finale, mentre la ritmica finisce subito in secondo piano, mai davvero marcata in un arrangiamento minimale, di chitarre (suonate da Giorgio Poi) e sintetizzatori levigati, col solito Ceri alla regia a moderare gli elementi di un pop elettro-acustico abbastanza contemporaneo. Chiaro: non parliamo di un monolito, ma serve comunque un digestivo per mandarla giù al primo colpo.

L’atmosfera è quella cupa, nebbiosa e notturna che lui ha già dimostrato di padroneggiare (Ieri l’altro, elegia nera messa alla fine di Stanza singola, era un gioiello in questo senso; e la stessa presa male metropolitana di Enjoy, dei tempi con Carl Brave, non era da meno), segno di una poetica malinconica ormai solida. Tanto che più di qualcuno – complice lo stesso Franco – ha chiamato in causa Califano, per la voce roca e la romanità romantica e maledetta, un po’ godereccia e di strada ma molto attenta alle parole; poi se è vero che è questione di ispirazione più che di eredità vera e propria, è innegabile la sua bravura nel lavorare con le immagini e lo scrivere al cesello (“ché da solo mi sento di troppo, / il giorno passa senza salutare”), anche quando si tratta di appoggiarsi a figure ricorrenti per creare un universo di riferimento (la solitudine su tutte: “Oggi me ne sto da solo e sto per conto mio / Forse era un po’ meglio prima, ero un po’ meglio io”). Ma insomma: che si trattasse di una bella pena si era capito già in Polaroid. Il resto lo fanno: una struttura in cui strofa, bridge e ritornello si confondono per quattro minuti (un’eternità per gli standard del genere) fittissimi di testo, tutto cantato, su incomprensioni sentimentali che diventano macigni; e l’ospite.

L’ospite, appunto, che qui è nella sua versione migliore. E cioè quella tristissima e sfiancata, propria del Calcutta privo delle rotondità di Mainstream e più vicino alla disperazione delle varie Natalios e Limonata. Si mette in gioco – nel senso che non risulta mai invasivo nel contesto, e non era scontato – nella strofa, si confonde col mood della canzone pur mantenendo il surrealismo disperato della casa (“Siamo orme tra le orme, / lungo un binario morto”) e offre l’imprinting accorato al ritornello, cantato a due voci e neanche così tanto da stadio, comunque non pensato appositamente per il sing-along.

 

 
 
 
 
 
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E insomma, per suoni, melodia e struttura, siamo davanti a un pezzo per niente immediato, né banale o almeno apparentemente adatto al grande salto in termini di pubblico, che pure è immaginabile qualcuno abbia messo in conto di raggiungere, visto il momento. È, invece, un brano che usa l’itpop come semplice espediente per costruire un ponte fra la tradizione dei cantautori (davvero, forse, mai tanto marcata nel genere: e fa strano dirlo riferendoci a Franco126) e lo street pop, senza scorciatoie di sorta, con un’atmosfera nera tenuta bene in piedi dalla produzione di Ceri (davvero uno dei migliori in circolazione) e da un testo che non sbanda nei luoghi comuni della presa-male dei colleghi.

In generale, poi, si tratta proprio di una crescita personale (questa sconosciuta, eh) per l’artista romano rispetto ai disegni più abbozzati ma comunque promettenti di Stanza singola: forse una presa di distanza dal corso iper-pop di Carl Brave, ormai diametralmente opposto; sicuramente un modo per dimostrare alla scena di essere “bravo”, e quindi di poter ambire a brani che richiedono più ascolti per essere compresi e che, soprattutto, si muovono su uno stile più strettamente personale. Non è detto che pagherà a livello di numeri, ma almeno dimostra che con questi ferri del mestiere si può uscire anche dalle soluzioni copia-incolla in maniera ambiziosa. E, in attesa del secondo album di Franco che uscirà il prossimo anno, Blue jeans sembra tanto una promessa.

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