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‘Blackstar’, quattro anni dallo struggente addio di David Bowie

L’8 gennaio 2016 usciva l’ultimo capolavoro anti-pop del Duca Bianco. Nel giorno di quello che sarebbe stato il suo 73esimo compleanno, rileggiamo la recensione di Rolling Stone USA

Tre anni fa, quasi senza preavviso, David Bowie ha chiuso con The Next Day un decennio in cui non ha registrato LP in studio. L’album che segue quel ritorno inaspettato è una sorpresa persino maggiore: è uno dei dischi più aggressivamente sperimentali mai registrati dal musicista. Prodotto con lo storico collaboratore Tony Visconti e registrato con una piccola band di musicisti jazz newyorkesi, il cui suono è affogato in un’elettronica glaciale, Blackstar rimbalza tra strutture eccentriche e una scrittura pittorica e frammentata. Al primo ascolto è fuorviante: lo swing immobile e la volgarità di ’Tis a Pity She Was a Whore; i gemiti e i sussurri di Bowie, quasi una versione doo-wop dei Kraftwerk, nella distopia sessuale di Girl Loves Me; l’anima sofferente di Dollar Days. Ma ascolto dopo ascolto tutto diventa incredibilmente avvincente. Questo album rappresenta la fuga più soddisfacente di Bowie dal leggendario fascino glam rock di Low e dei suoi anni ’70. Blackstar è davvero strano, sì, e davvero bello.

In prima linea c’è il brano più radicale, il cerimoniale noir che dà titolo all’album. La voce di Bowie è una preghiera vaporosa, mentre armonie spettrali e prive di parole incombono su convulsioni ritmiche; il sassofonista Donny McCaslin si occupa della sostanza, e di farci stare meglio, come Andy Mackay faceva nei Roxy Music dei primi anni ’70. La canzone si trasforma in una ballata blues di una tranquillità lugubre e piena di allusioni disturbanti a sacrifici violenti, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti (nel testo mancano il chi e il cosa, ma McCaslin ha detto che la canzone “parla dell’ISIS”). “Something happened on the day he died / Spirit rose a meter, then stepped aside”, canta Bowie con quella che suona come una grazia anestetizzata. “Somebody else took his place and bravely cried: I’m a blackstar”. L’uso di un ideogramma come titolo dell’album ha senso qui – non c’è nessuna luce alla fine di questa storia.

L’album include una versione raffinata e dinamica del singolo del 2014 Sue (Or in a Season of Crime), con meno fiati e più elettronica maligna; il brano che dà titolo all’ultimo musical off Broadway, Lazarus (è Bowie a suonare quelle esplosioni nervose di chitarra); e un finale di un’onestà brutale. Bowie compierà 69 anni l’8 gennaio, il giorno in cui uscirà Blackstar. In I Can’t Give Everything Away spiega perché la sua distanza dal pubblico è una scelta di dignità – il suo rifiuto di partire in tour e avere a che fare con il circo mediatico – scontrandosi con la lacerante chitarra fuzz di Ben Monder, un’evocazione furtiva del solo leggendario di Fripp in Heroes. “This is all I ever meant / That’s the message that I sent”, canta Bowie con una voce in buona parte priva di effetti, chiara, elegante, empatica. Questa è una rockstar che si dà solo quando è pronta, e lo fa fino all’estremo.

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