Billie Joe Armstrong recensisce Brontez Purnell: «Reinventa il pop-punk anni ’90» | Rolling Stone Italia
Home Opinioni Opinioni Musica

Billie Joe Armstrong recensisce Brontez Purnell: «Reinventa il pop-punk anni ’90»

Com'è essere neri, gay e punk? Il frontman dei Green Day scrive per Rolling Stone di ‘White Boy Music’ del veterano della scena di San Francisco: «Homocore intersezionale da ascoltare con casse enormi»

Brontez Purnell

Foto: Jessica Christian/San Francisco Chronicle via Getty Images

Nonostante sia nato dall’espediente (lui lo definisce così) di «esplorare il falso stile dei mod bianchi degli anni ’80», White Boy Music, il primo EP solista del veterano del punk Brontez Purnell, è una curiosa e splendida reinvenzione del pop-punk degli anni ’90, un disco registrato per il puro gusto di farlo. È pieno di melodie sregolate e allegre che s’intrecciano con i testi e armonie a due voci. Ascoltando queste canzoni si respira il fascino del punk dell’East Bay, filtrato dalle mani di un maestro eclettico.

Ora, credo che sia passato in sordina il fatto che White Boy Music sia un concept: sulla copertina c’è un autoritratto di Purnell, nudo su una montagna di pietre, il corpo nascosto da uno scarabocchio nero (pensate al messaggio più ovvio trasmesso dall’immagine: è un pugno nello stomaco). Il nero (in questo caso quello dello scarabocchio, usato per nascondere qualcosa) nell’arte è utilizzato per raccontare il vuoto o uno spazio negativo. Di sicuro potremmo parlare di temi politici, della negazione delle voci nere nel rock’n’roll. Potremmo ovviamente nominare il canone, i rocker neri di cui parliamo sempre, non sarebbe difficile.

La vera domanda da fare OGGI, però, è questa: chi saranno i futuri antenati della tradizione rock’n’roll nera? Sono artisti che il pubblico bianco conosce o apprezza? A livello base, per avere successo nel rock è necessario passare del tempo a un sacco di festival rock, il che significa “grossi gruppi di gente bianca”. E visto come sono andate le cose in America negli ultimi anni io, un tizio assolutamente bianco, sono estremamente nervoso in mezzo ai gruppi di gente bianca. Posso solo immaginare come potrebbe sentirsi Purnell.

Il punk, però, è anche una rivoluzione personale (è morto solo se lo è per te, a livello interiore) e Purnell sembra voler reclamare un suo spazio (che ovviamente merita). Lui vive ancora “in the garage”, smanetta ancora con i dischi punk-pop. C’è anche da dire che fa UN SACCO di roba: gira film, balla (ha una compagnia di danza punk), scrive, vive l’ispirazione a tutto tondo. Qui torna alla sua forma d’arte più pura: il rock’n’roll.

Non sono davvero convinto che questo sia un omaggio “al falso stile dei mod anni ’80”. Ricordo bene quella roba e non suonava così. La musica indie di quel genere e di quell’epoca aveva una certa sterilità – nessuna nota era fuori posto, nessuno strumento suonava troppo alto o in maniera insolita –, mentre il suono di White Boy Music è elettrizzante.

Questo è un EP lo-fi, un’opera urgente ma non messa insieme alla rinfusa. È più curato dei suoi progetti passati: c’è una band di sette elementi, archi esagerati, fiati, sintetizzatori e anche i fraseggi incendiari di Andrea Genevieve, una volta nei Purple Rhinestone Eagle e al momento negli Psychic Hit, un gruppo metal della East Bay. Nonostante le canzoni siano piene di parti impegnative, sconnesse e sregolate, è un disco con una struttura e uno stile. La parola che sto cercando è “muscolare”. In termini di riferimenti musicali, direi che deve più alle prime cose del catalogo di Lookout Records che alle band inglesi di una volta.

In verità, questo disco vive di tante influenze diverse che appaiono tutte nello stesso momento. Certo, possiamo pure definirlo East Bay pop-punk, ma è un termine che non dice molto. Insomma, com’è fatto davvero l’East Bay pop-punk? Non c’è un vero suono distintivo… È sicuramente figlio dell’homocore (sono quasi tutte canzoni d’amore). Ma dobbiamo anche tenere in considerazione che Purnell è l’ultimo di una lunga linea di bluesman cresciuti in Alabama. Il suo prozio era il J. J. Malone della East Bay, lavorava per la Fantasy Records. Ho esitato a usare il termine “intersezionale”, ma alla fine l’ho fatto lo stesso. Insomma, c’è qualcosa di davvero bello nel modo in cui l’EP tocca mondi diversi, è come un Diagramma di Venn. È come se grazie all’insistenza di questo disco diversi mondi che si sono sempre parlati siano finalmente riusciti a unirsi.

Vi consiglio di ascoltarlo con delle casse enormi (o, se ne siete sprovvisti, con le cuffie dell’iPhone). Se fossimo nel passato, direi che meriterebbe la copertina di una fanzine. O forse, visto che più che un EP è un’opera d’arte, starebbe meglio in un museo?

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Billie Joe Armstrong