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Billie Eilish è la figlia perfetta dell’America di Trump

Alcuni la paragonano a Janis Joplin, altri la definiscono un incrocio tra Lady Gaga e Lana Del Rey, ma la cantante diciottenne è semplicemente il ritratto del tempo in cui viviamo

Billie Eilish

Proviamo a partire dall’inizio. In America stava finendo l’era Obama e ci si dirigeva sulla puritana strada in mattoni dell’edonismo trumpiano. Il sogno diventava inconsistenza, l’utopia lusso, il futuro presente, il presente allarmante; mentre si affermava quell’unico e gigantesco bluff e meccanismo di semplificazione dei problemi che sarà poi noto a tutti come populismo.



In quel tardo 2016 ancora sognante, prossimo a finire in pasto a un imprenditore senza scrupoli, la Interscope Records scelse una voce su tutte da dare in mano agli adolescenti in tutto il mondo. Già nella sua incompiuta formulazione, il talento interpretativo dell’allora sedicenne Billie Eilish Pirate Baird O’Connell, per gli amici solo Billie Eilish, era già in piena corrispondenza con l’epoca che l’ha generata. Un meccanismo di semplificazione in atto. Del dolore, dell’identità musicale, di genere e infine del senso del reale.

Il punto è che poi tale meccanismo è notoriamente diventato una sorta di unicità di stile e in quanto tale ragione sufficiente per un dato di fatto nella storia della musica a noi recente: il disco più preordinato nella storia di iTunes e il disco più ascoltato su Spotify è il suo.

Billie Eilish. Foto Jessica Lehrman



Partiamo dall’identità artistica. Se non altro, perché filosofeggiare sul dolore espresso nelle liriche, in quanto auto-riferite a una teenager, ci appare sciocco e anche un po’ meschino. Nel debutto When We All Fall Asleep, Where Do We Go? Billie dice di ridurre all’osso le inflessioni pop del cantato, come invece non era successo nel marasma di singoli usciti prima, tra cui quel Come Out And Play dello scorso anno, che le valsero l’appellativo di “Avril Lavigne per i nati nel 2003”.

Da allora, in quasi ogni intervista, ripete di essere stata risucchiata dalla hip-hop culture. La sua voce però con il rap c’entra poco. È penetrante, o meglio in maschera, ossia fatta suonare attraverso fronte, zigomi e la cavità del setto, ben compressa in studio e già di per sé, al momento della emissione, per scelta sua il più possibile deprivata di vibrato e armonici. Ne viene fuori un vocale che pare da sgrezzare, seppure non si nasconda dietro tonnellate di vocoder come nei costrutti trap della $uicideboy$, la crew emo-trapper di cui fanno parte Yung Lean e Bones e a cui la si può tranquillamente accostare. Costruito a tavolino o no, interessante o no e non si sa per quanto tempo, è stato comunque  in grado di fare uscire di matto torme di critici nel tentativo di inventare un genere da tramandare ai posteri: “strange-pop”, “urban-pop”, “goth-pop”, “grunge-pop”. Lo so, fa ridere solo elencarli.


Questa attitudine in certi brani veste stilemi però più rock che hip-hop, con sillabe scandite per fonemi consonantici e senza eccedere a svolazzi e allungamenti delle vocali tipici di chi voglia creare il più basilare dei virtuosismi black (in When The Party Is Over sembra strozzarsi pur di evitarlo). Come invece succedeva con una delle ultime della lista in grado di creare milioni di proseliti: Lana Del Ray (anche lei su Interscope), di cui si sono perse le tracce in concomitanza dell’arrivo sulla scena di Billie.

Tanto che, quando qualcuno l’ha definita “Lana goes Gaga”, come summa tra la depressione della prima e l’eccentricità della Germanotta (indovinate? pure lei farina della Interscope), il critico di turno ha finito per fare incavolare i fan di entrambe, proprio per la totale assenza in Billie di un pur vago accenno white-soul. Anche dal punto del tempo divide le frasi con la stessa concezione di un cantante pop e poi, nelle canzoni intimiste, resta indietro e rilassata sul beat, privilegiando una esposizione del testo ricompresa nell’arco della battuta, mentre nei brani veloci ottiene il giusto tiro con accenti che sottolineano la batteria (in Bad Guy più che marcati).

Così, dal lato compositivo i presupposti potrebbero anche essere black nella variante (t)rap. Però non lo è la sua vocalità che, agendo sull’asciuttezza ritmica e giovandosi di un timbro nervoso e metallico, con delle svirgolate stridule di supporto, prende le distanze da ogni dogma del genere, per darsi a un linguaggio proprio, di gusto insindacabilmente bianco e pop. Per assurdo, più vicino a una Lorde meno composta, che a una voce nera a caso. Se mai, un tratto della tavolozza cromatica di Billiè è un altro: l’ambiguità e l’infantilismo insiti tanto nel personaggio, la cui età reale è sempre stata un enigma (se tanto mi dà tanto, Six Feet Under l’avrebbe scritta a 13 anni) e l’inclinazione sessuale varia a seconda del brano in promozione – come un tempo fu per Katy Perry (pupilla della Interscope pure lei) – quanto nelle sue esecuzioni canore, risolte in un registro sia adolescenziale, morbido quanto finto-sopranile.

Non certo come poté un Michael Jackson nell’era Reagan, ma Billie è a tutti gli effetti un prodotto dell’America bianca, almeno per come appare alla percezione uditiva. 

Ora, non so voi, ma a me della cultura hip-hop hanno sempre affascinato le contraddizioni. Prima tra tutte quella presunta “purezza” di una scena che ostenta codici quasi religiosi, ma vede ancora nell’affermazione economica una delle scappatoie più naturali per le rivendicazioni sociali. Quelle commerciali, come nel caso di Billie, sono quindi da considerare delle derive o no? Tradimenti della missione originaria? Difficile dirlo in assoluto, anche perché non esiste un unico e indiscusso padre storico e intellettuale del rap ed è anche per questa possibilità di incongruenza che, piaccia o meno, Billie può essere un fenomeno realmente popolare.

Quel che è certo è che gli aspetti dell’estetica e della sua personalità che possono apparire più inquietanti agli americani più puritani, si ricoprono in realtà di professionismo e glitter, esattamente come succedeva per l’uomo nero, diverso e morboso (Bad insomma) che in realtà adulava quel mondo bianco per cui provava una sorta di repulsione e attrazione nel video di Jacko diretto da John Landis. Allo stesso modo: che sia, e c’è da crederlo se ha sul serio diciotto anni, la paladina delle minoranze etniche, estetiche, musicali e sessuali, che ama sembrare strana e lo manifesti con video spesso disturbanti, è un altro discorso (ed è un bene che sia così anzichenò) ma dal punto di vista musicale Billie è tutto fuorché un’amante del rischio. Questo dato di fatto però non rende la sua proposta meno affascinante. Specie se come contraltare abbiamo decine e decine di cantanti che neanche ci provano a sembrare fuori dagli schemi.



Ecco perché appare sprecato, forse blasfemo, invitare il pubblico avatar di sé stesso a rispolverare la vita di artiste scomode per davvero. Nate maledette, come Janis Joplin, come Nina Simone: anche se li sì che era trasgressione, dannazione di un destino infame, scandalo vero che ti viene a cercare e ti appende all’albero della vita come uno strano frutto che marcisce acerbo. Stupido dire che Billie, con le sue tinte blu e i suoi completi gialli, sembra più un pappagallo che ne rifà il verso con meno coraggio e più furberia, che fa come la Citroen Pallas che, messa in moto, tira su la carrozzeria quasi a sembrare più interessante di quello che è.

Il punto è che qui, sotto la carrozzeria, c’è quel qualcosa che qualcuno definirebbe lo spirito del tempo. E se dal proprio sonnambulismo senza risposte e destinazione certa, Lady Eilish propala improbabili evoluzioni identitarie (“A 18 anni non sei più come a 16, mi sto ripulendo dalla mia esistenza precedente”) e dichiarazioni avventate (“Perché questa generazione mi ama? Perché non la tradirò mai!”), è lei la voce dell’America che oggi ci tocca in sorte. Dove il sogno è diventato inconsistente, l’utopia lusso, il futuro presente e il presente allarmante.

Proprio come l’inquietudine che traspare da tutto il suo mondo. A partire dalla fantasmatica copertina fino ad arrivare ai gemiti e i respiri più ritmici che puntellano la partitura vocale e ricreano un sottobosco emotivo che urge dal ventre e pare uscito da una sceneggiatura per un prossimo film di Jordan Peele, fatto di parole che paiono scavate (non a caso un brano si chiama Bury A Friend) nelle recondite possibilità ritmiche, trascinate per questa via notturna ad avere dei significati forse più intensi di quelli pensati. Che sia riuscita a condensarlo, ad appena diciotto anni, in un disco non è poco. Che poi sia rap, trap, pop, elettronica o EDM, francamente, who cares?




 

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