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Beth Gibbons, dai Portishead al minimalismo sacro di Górecki

Nonostante non sia un soprano, la voce più iconica del trip hop ha interpretato con intensità e compassione la terza sinfonia del compositore polacco, che ha conquistato Björk e sorpassato Madonna in classifica

Beth Gibbons

Col viso parzialmente coperto dai capelli, una mano posata su un ginocchio e l’altra a regolare il volume degli auricolari, Beth Gibbons si sporge in avanti e attacca: «Synku mily i wybrany». Alle sue spalle, uno schermo trasmette immagini di candele che bruciano nel buio. Vicino a lei, il grande compositore Krzysztof Penderecki dirige la Polish National Radio Symphony Orchestra. «Rozdziel z matka swoje rany», canta Gibbons e intanto gli strumenti intonano un Mi che la partitura descrive come doloroso.

Interpretare una sinfonia del 1976 a tema religioso e in lingua polacca non è quel che uno s’aspetta da una cantante pop diventata celebre nell’era di MTV. Beth Gibbons, del resto, non è mai dove t’aspetti di trovarla. Nell’arco di 25 anni, ha registrato tre soli dischi con i Portishead (un quarto è in lavorazione) e uno da solista, cercando una via personale al pop contemporaneo, articolando idee e sentimenti in modo intenso e personale.

Nel 2013, mentre si trovava nel backstage di un concerto del gruppo a Cracovia, un promoter le suggerì d’interpretare la Symphony of Sorrowful Songs op. 36, ovvero la terza sinfonia di Henryk Górecki (1933-2010), uno dei best seller della musica del Novecento. L’ha fatto poco più d’un anno dopo, al Gran Teatro-Opera Nazionale di Varsavia. Contro ogni previsione e pur contravvenendo ad alcune regole della musica “colta”, è riuscita a dar voce sia al senso di trascendenza della sinfonia, sia allo strazio tutto umano da cui essa nasce, come testimonia il cd + dvd pubblicato dall’etichetta Domino.

Forse nulla di tutto ciò sarebbe accaduto se la London Sinfonietta non avesse eseguito la Symphony of Sorrowful Songs il 2 aprile 1989, all’interno d’un fine settimana dedicato alle musiche di Górecki e del russo Alfred Schnittke. In platea sedeva Robert Hurwitz, capo della Nonesuch, l’etichetta discografica che si stava facendo un nome come rifugio dei maverick della nuova musica americana, in particolare John Adams, Philip Glass, Steve Reich. Durante l’esecuzione del primo dei tre movimenti Hurwitz stava già pensando alla soprano cui affidare la parte.

Esistevano altre registrazioni della sinfonia, fino a quel momento identificata con la voce della polacca Stefania Woytowicz, eppure la versione Nonesuch con la soprano Dawn Upshaw e l’esecuzione della London Sinfonietta diretta da David Zinman divenne un successo epocale per un disco di musica classica. Nel febbraio 1993 arrivò al sesto posto della classifica pop britannica, sorpassando Erotica di Madonna. «Forse la gente ha trovato qualcosa di cui sentiva il bisogno», commentò Górecki. Il compositore non era abituato a quell’attenzione e nemmeno a quei soldi. Tenne in tasca il primo assegno contenente le royalties talmente a lungo che la Nonesuch dovette emetterlo una seconda volta. Secondo lo scrittore e critico Alex Ross, compositori come Górecki e Arvo Pärt hanno ottenuto il successo di massa durante il boom dell’economia globale perché «offrivano oasi di pace in una cultura satura di tecnologia». Qualcuno cominciò a parlare di minimalismo spirituale.

Non era new age, era un materiale potente in grado di parlare a un pubblico ampio. L’album finì tra le mani di uno studente di college chiamato Colin Stetson, futuro sassofonista per Tom Waits, Arcade Fire, Bon Iver. «Mi folgorò», ha detto, «era come un teorema matematico». Nel 2016 Stetson ha riletto la sinfonia con un diverso ensemble nell’album Sorrow. Non era il primo a farlo: il pop ha flirtato a lungo con la terza di Górecki. Nel 1994 i Pale Saints hanno reso omaggio al compositore in una canzone titolata Henry. La sinfonia ha ispirato Craig Armstrong nella scrittura della colonna sonora del film di Baz Luhrman Romeo + Giulietta del 1996. In quello stesso anno, gli Smashing Pumpkins usavano una registrazione della terza per aprire i concerti, i Lamb entravano in classifica con un pezzo intitolato Górecki in cui veniva campionato il secondo movimento, Julian Schnabel utilizzava l’originale nella colonna sonora del film Basquiat. Nel 1998, Goldie costruì Mother ispirandosi alla sinfonia che aveva conosciuto grazie a Björk. L’anno dopo, i Godspeed You! Black Emperor pubblicano un lungo brano intitolato Moya imbastito sulla partitura di Górecki.

E pensare che, nell’ideare l’operazione, Robert Hurwitz era convinto che il disco avrebbe venduto 25 mila, al massimo 30 mila copie. Era considerato un ottimista. Secondo la Upshaw, l’avrebbero comprato non più di 10 mila persone. L’album superò il milione di copie vendute.

Mentre i critici si chiedevano se il pubblico fosse in grado di capire la sinfonia o se venisse usata «come musica di sottofondo a brie e Chardonnay», Henryk Górecki diventava «l’eroe sconosciuto che vende più di Madonna». Vent’anni prima, era un compositore polacco ignorato dal grande pubblico occidentale e avverso al regime comunista. Nel 1976, si lasciava alle spalle il rigore inflessibile del serialismo per riscoprire le radici cattoliche del suo paese, un viaggio identitario che lo collocava lontano sia dal realismo socialista, sia dall’avanguardia occidentale.

Nella Symfonia Pieśni Zalosnych, titolo originale della terza, abbinava un ritrovato gusto per la tonalità, armonie statiche, melodie di grande impatto, monocromie strumentali. Nel libretto convivono armoniosamente una preghiera del XV secolo che riporta le parole di Maria di fronte alla croce; un’iscrizione trovata sul muro di una cella del quartier generale della Gestapo a Zakopane, lasciata nel 1944 dalla diciottenne Helena Wanda Blazusiakówna; una canzone folk della regione di Opole in cui una madre piange il figlio morto in guerra. Come ha scritto Maria Cizmic, professoressa presso lo Humanities and Cultural Studies Department della University of South Florida, nella sinfonia «la raccolta di fonti storiche, letterarie e musicali afferma un’identità polacca radicata tanto nei traumi della storia quanto nel cattolicesimo, in accordo con la lettura prevalente in Polonia delle sofferenze nazionali in termini messianici».

Tra le sofferenze nazionali c’è l’Olocausto. La giovane Blazusiakówna non morì in quella cella. Fu liberata dai partigiani polacchi che assaltarono il treno col quale veniva deportata ad Auschwitz. Górecki visitò il campo di concentramento quando aveva 12 anni e la guerra era appena finita. «Ebbi la sensazione che le baracche fossero ancora calde. Le ceneri avevano fertilizzato le verze che crescevano fra i blocchi. E i viottoli – questa cosa non l’ho mai dimenticata – i viottoli erano fatti di ossa umane buttate lì, come ciottoli. Noi ragazzi ci chiedevamo come fare a camminarci su. Quella non era sabbia, non era terra. Camminavamo su altri esseri umani».

C’è un momento quasi sovrannaturale nell’incisione di Dawn Upshaw con la London Sinfonietta. Nella seconda parte del lento sostenuto e cantabile che apre la sinfonia, Upshaw raggiunge un Sol acuto mentre implora il figlio di parlarle, «anche se mi stai lasciando, mia speranza preziosa». È un suono emotivamente quasi insostenibile ed è qualcosa a cui Beth Gibbons non può arrivare, per un semplice motivo: la sinfonia è stata scritta per una soprano, non per una voce di contralto come la sua, priva di tecnica e potenza.

Per affrontare la sfida di cantare un pezzo di musica contemporanea in una lingua sconosciuta, Gibbons ha lavorato con due vocal coach, di cui una polacca, e ha usato le possibilità di microfono e amplificazione per rafforzare l’espressività. È così riuscita a offrire un’interpretazione intensa che evoca il senso di testimonianza che spinse Górecki a comporre la terza. La sua Symphony of Sorrowful Songs ferma il tempo per 50 minuti. È una metafora potente del lutto materno e un lento processo di trasformazione di un dolore indicibile in un suono carico d’emozione e compassione.

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