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Baby K, quando la musica ‘Non mi basta più’ arriva Chiara Ferragni

Il nuovo singolo dell’ex femcee è debole, risaputo, piatto. Però si basa sulla triangolazione cantante-influencer-brand più sfacciata di sempre. Basterà per trasformare il pezzo in un fenomeno di costume?

Chiara Ferragni e Baby K

Da quando non c’è più il Festivalbar, il criterio per incoronare il tormentone dell’estate è uno: gli altri pezzi, che pure godono di numeri e riconoscimenti, in qualche modo li eviti (in spiaggia, in radio, nei meme), se sei disattento addirittura possono sfuggirti; il tormentone, invece, lo senti sempre e ovunque, e in un certo senso lo ricordi (non sempre con piacere, anzi) anche dopo la festa in spiaggia. Quindi, Baby K: per i media è la “regina dell’estate”, ma in realtà negli ultimi anni ha faticato rispetto ad altri colleghi. Ok Roma-Bangkok, ma era il 2015 e comunque in combo con Giusy Ferreri; poi sono arrivati dischi di platino con Voglio ballare con te (2017), Da zero a cento (2018) e Playa (sinceri: questa ve la ricordate?), a fronte dei diamante dei Thegiornalisti, la Bertè e un J-Ax che ha creato una legacy. Insomma: non vivacchia, certo, ma neanche bissa il primo successo. Ecco, questo per dire che il suo modello (latino, festaiolo, consapevolmente frivolo) è parzialmente appannato e – immagino – da quelle parti abbiano scommesso sul 2020 per riprendersi lo scettro.

Perlomeno a giudicare dall’operazione imbastita: Non mi basta più, che esce oggi, nasce da una triangolazione fra la cantante, un brand (Pantene, da cui è partito tutto e che l’ha scelta come sottofondo per il suo spot) e – eccoci, eh – Chiara Ferragni, accreditata come special guest nel pezzo e presente insieme alla cantante nella pubblicità. E se non è la prima volta che una canzone si associa da subito a un prodotto (Algida, con Cesare Cremonini, ha fatto scuola; ma avercene di episodi del genere), affidarsi a un’influencer (e che influencer) è invece un inedito, potenzialmente rivoluzionario sul piano comunicativo, promozionale. Ma andiamo per gradi.

Partiamo col pezzo, appunto. E, visto che parliamo di un prodotto strettamente commerciale (lo dicono loro stesse nell’intro: l’operazione hit), analizziamo la concorrenza, ancora poca causa lockdown, ma agguerrita. In attesa di La isla di Giusy Ferreri ed Elettra Lamborghini (coppia d’oro?), due esempi: c’è J-Ax con Una voglia assurda di fagocitare vecchi e nuovi stereotipi sul coronavirus per rinnovare l’ironia dozzinale della casa; e c’è Un’altra estate di Diodato, che non ha l’ambizione di dominare ma di fare musica leggera, di classe, comunque raccontando spiagge e Covid. Ecco: in entrambi il gancio (anche facile, certo) con la contemporaneità c’è; qui, invece, manca completamente, nel solito copia-incolla del pezzo latino soleggiato, come in un dopoguerra mettersi alle spalle il recente passato.

Carta vincente? Più no che sì, perché al di là della differenziazione dai competitor è un modello fin troppo stantio. Ferragni si limita, con una scelta anche condivisibile, a pochissime comparsate quasi parlate, con frasi che rimangono comunque più impresse (e memabili) di quelle di Baby K, ed è tutto dire. Per il resto, siamo sempre su ritmi latini e testo facilone, fra l’allegria edonista della bella stagione (“Non mi basta più / e non ti passa più / ne voglio ancora”), i latinismi (“Suave-suavecito il cuore”), il revival di Vorrei ma non posto (“Se la felicità è un bicchiere a metà / stasera mi ci tuffo mentre cerchi nelle app”) e il branded puro (“Ti ho in testa come Pantene”, azz). Manca una barra memorabile (al massimo, ribadisco, il “questo è il pezzo mio preferito!” della special guest), così come latita l’inciso da stadio, insolitamente veloce e neanche particolarmente orecchiabile. La produzione, infine, settata su un reggaeton leggero con l’AutoTune, fa il minimo funzionale. Non che i tormentoni, solitamente, brillino per arguzia e originalità; ma questo è un pezzo debole, anonimo, poco catchy, sulla carta senza le caratteristiche della hit. Insomma: se l’operazione sembra costruita per spaccare, la canzone lo sembra molto meno.

E però è proprio in riferimento a questa fiacchezza che sovviene l’altro punto della questione: il vero ruolo di Ferragni. Ammesso che, verosimilmente, si tratta di un unire le forze, ergo di un’operazione commerciale da cui tutti i partecipanti hanno da guadagnare, la presenza della influencer – finora del tutto estranea alle canzoni – potrebbe far ghettizzare il pezzo da alcuni, per pregiudizio o perché lo priva palesemente dell’aspetto naïf che il tormentone tiene a mostrare.

Foto: Roberta Krasnig

Uso il condizionale perché, al momento, questi contro sono minimi rispetto ai pro. D’altra parte, infatti, Ferragni è un volto ultra-pop capace di attrarre attenzione mediatica su qualsiasi cosa faccia, ergo il suo battesimo al pezzo – sia con degli insert efficaci, sia soprattutto prestandosi a un videoclip potenzialmente deflagrante – può aggiungere appeal, funzionare da ambassador, oltre a dare spinta pubblicitaria e trasformare la collaborazione (comunque, finora, unica) in un fenomeno di costume. Del resto, l’amalgama specifica fra artista e influencer c’è già: i loro bacini d’utenza tendono a convergere, l’immaginario e i valori di riferimento anche. Per dire: quando nell’intro Baby K lancia l’invito per creare (a tavolino?) una hit, ha assolutamente senso sentire rispondere una persona di conclamato successo pop come Ferragni. Tradotto: potremmo ritrovarci il loro pezzo in radio, su Instagram e in tv, con potenza di fuoco triplicata.

Al tempo stesso, sembra un modello replicabile anche senza brand alle spalle, tenendo conto di una coerenza interna imprescindibile, sì, ma neanche difficile da trovare, perlomeno rimanendo nel binomio fra pop generalista e influencer. In ogni caso, quest’estate sarà un bel banco di prova: Non mi basta più, ribadisco, è anonima, più debole di altre uscite di Baby K, e se una campagna promozionale così innovativa riuscirà a spingerla oltre i propri limiti, be’, qualcosa vorrà significare.

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