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Anche in Italia la musica arriva da TikTok, e non è un bene

Il social cinese fa numeri impressionanti fra i più giovani e perciò i nuovi ‘talenti’ vengono pescati anche da lì, con l’adv gratuito fornito dai follower. Solo che alla fine vengono fuori brutte copie di ‘Bando’ di Anna

Marta Daddato

Foto: press

Se nell’estate del Covid nelle bolle millennial ha spopolato l’hashtag #freeBritney, la richiesta spontanea di piena libertà e autonomia per Britney Spears imprigionata in una vita di totale dipendenza economica e umana dal padre/padrone dopo il celebre breakdown del 2007, qui in Italia non abbiamo prestato attenzione ai drammi dei teen idol e abbiamo deciso di investire pesantemente sulle carriere musicali delle nostre teenager. Le case discografiche hanno iniziato a setacciare le promettenti acque dell’universo TikTok, mettendo sotto contratto talenti minorenni con fanbase che i big (per usare un termine sanremese) spesso si sognano.

Il primo colpaccio è avvenuto con Bando, il tormentone di Anna Pepe che durante i mesi del lockdown ha conquistato la vetta della classifica italiana dei singoli più venduti con una viralità eccezionale. Il tutto a 16 anni, partendo da La Spezia. Con Bando, Anna e l’industria dell’intrattenimento hanno tracciato un nuovo e fruttuoso sentiero: musica da TikTok. La corsa all’oro era iniziata.

Siamo ora entrati nella seconda fase di questo percorso, ovvero il tentativo di riproduzione in scala di questa formula per il successo, come dimostra – ad esempio – il lancio di un’altra TikToker, Marta Daddato. Marta Daddato è una ragazza non ancora diciottenne che, da qualche tempo, sta dominando sulla piattaforma cinese. Con un milione e mezzo di follower e qualche canzone all’attivo in chiave (young) trap, è la nuova scommessa sul tema. Le premesse sono ideali: età da teen idol, fanbase ampia, videoclip di supporto in cui la nostra appare costantemente affiancata dai TikToker italiani più conosciuti. Una costruzione a schema piramidale del successo.

Betty Boop, la nuova uscita della Daddato, la prima per Polydor, etichetta del gruppo Universal Music Italia, è sintomatica proprio per queste ragioni. È un tentativo, evidente, di ricalcare il successo di Bando, con quel rap indolente (sarà per via l’età?) che non riesce ad essere congruente con la figura che lo interpreta e un beat che prova a dare quella sferzata dritta anni ’90 che tanto funziona in questa stagione (Auto blu di Shiva, 1990 di Achille Lauro, Bimbi per strada di Fedez, Boogieman di Ghali). Giusto per rendere ancora più chiamato questo riferimento, Anna e Marta hanno avuto – NATURALMENTE – un dissing con tanto di freestyle strafottenti. C’è un odore strano nell’aria, come quando riceviamo quelle e-mail in cui ci viene annunciata la nostra vittoria ad una qualche lotteria avvenuta in una parte del mondo lontana, dove il premio in denaro ci verrà istituito solo in cambio dei dati della nostra carta di credito. L’arte di clonare.

Questa nuova e lucente miniera d’oro della musica italiana è derivativa in una maniera così palese che può solo funzionare nella riproduzione infinita di TikTok; è l’opera musicale nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Hic et nunc, in ogni istante, sempre. Il pubblico è già ammaestrato o, se preferiamo un termine meno forte, è già dedito alla causa. In questo senso il lato di iper-solidarietà è quasi commovente; su TikTok tutti fanno parte del grande successo dell’artista, mettendoci la faccia, sacrificando ciò che più è nostro: il corpo. Condividere il corpo è condividere il successo. I giovanissimi TikToker dietro gli schermi luminosi del loro smartphone con lo sfondo delle loro camerette sono il veicolo, il cartellone pubblicitario, l’adv gratuito. Milioni di pischelline e pischellini minorenni cuciono i palloni della nuova musica pop contemporanea, dedicando tempo e corpo alla causa, in cambio di un repost o un like dell’artista del cuore. Cosa non si fa per amore.

L’industria discografia, per sostenersi nel libero mercato, ha sempre cercato di creare e sfruttare i fenomeni umani e sociali che si è ritrovata tra le mani. Da questo, noi pubblico, abbiamo ottenuto dell’ottimo intrattenimento anche se, a volte, c’è stato un costo in termine di vite umane e sanità mentale. Non a caso il citato movimento #freeBritney è emblematico. Britney Spears è la martire di noi millennial, la figlia degli abusi di una discografia che per continuare a sfamarci e a sfamarsi è costretta al cannibalismo dei suoi stessi figli. Ci sarebbe da imparare qualcosa, ma per chi? Il successo rende felici i TikToker (ed economicamente i genitori, ricordiamoci che molti son pur sempre minorenni), il pubblico (che si sente di appartenere a qualcosa di più grande), il mondo discografico (che guadagna e crea nuovi percorsi economici): chi vorrebbe davvero sacrificare qualcosa per prevenire futuri disastri umani?