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Ammettiamolo, l’assolo di chitarra è roba da vecchi

Un tempo tutte le canzoni ne avevano uno, ma oggi sono in via d’estinzione. Perché la chitarra solista è sparita dal mainstream?

Da sinistra, John Mayer e St. Vincent

Foto Dave Simpson/WireImage, Amy Harris/Invision/AP/REX/Shutterstock

Dopo un paio di minuti di Outta My Head, singolo estratto dall’album Free Spirit della popstar Khalid, un suono strano e insolito emerge dal luminoso arrangiamento disco-pop del brano. È un suono sinuoso, squillante, che riprende la melodia per 15 secondi e poi ritorna sullo sfondo.

Forse è… ma sì, è un assolo di chitarra!

Suonato da John Mayer, quel solo è uno dei modi con cui Khalid prova a dimostrare di essere a suo agio con tutti i generi musicali. Ma nel 2019, non c’è modo di negare che “il momento della chitarra solista”, una delle componenti principali del rock & roll, sia a rischio estinzione. Nelle uscite più recenti delle band rock (o simil-rock) più importanti della nostra epoca – Imagine Dragons, the 1975, Twenty One Pilots – ascolterete moltissimi beat rumorosi e altrettanta elettronica, ma pochissime chitarre, figuriamoci i virtuosismi dei solisti. E mentre il pop moderno ha incorporato elementi di rap, alt-rock, hip-hop e R&B, lo stesso non può dirsi delle chitarre. Quando vi trovate di fronte allo special di un singolo pop – Bad Guy di Billie Eilish, per esempio – è molto più probabile che vi ritroverete di fronte a un sintetizzatore o una tastiera.

È emblematico, poi, che i momenti chitarristici che hanno lasciato un segno negli ultimi anni siano tutti su pellicola, e non su disco. In Bohemian Rhapsody, il Freddie Mercury di Rami Malek convince il Brian May di Gwilym Lee a migliorare il suo solo in Bohemian Rhapsody, convinto che il chitarrista dovesse “metterci dentro il suo corpo”. L’immagine di un uomo in piedi di fronte a un muro di amplificatori, impegnato a perfezionare ogni nota del suo assolo, sembra più vecchia del rock stesso; come guardare un rituale dell’antico Egitto.

A differenza di Bohemian Rhapsody, A Star is Born è ambientato nel mondo musicale contemporaneo, ma il Jackson Maine di Bradley Cooper potrebbe benissimo lavorare negli anni ’70 dei Queen. Con la sua aria seria da uomo selvaggio, Maine sembra già un fantasma di un’epoca passata, soprattutto se paragonato allo stile e al look della Ally di Lady Gaga. La progressiva irrilevanza di Maine diventa insostenibile quando il musicista si esibisce con la sua band in un festival, e suona il singolo rock Black Eyes. Borioso e ricoperto di sudore, Maine perde la testa e inizia un lungo assolo di chitarra, che suonerà biascicando fiumi di note e stritolando le corde. Un tempo avremmo detto che questa performance così violenta rappresenta il suo dolore interiore, ma oggi sembra che la scena ci dica: questo tizio è talmente fuori di testa da suonare un assolo di chitarra.

Per molti degli ultimi sessant’anni la chitarra ha fatto parte del Dna del rock. La maggior parte degli strumenti che ha creato quei suoni è esposta in Play It Loud, la nuova mostra del Metropolitan Museum of Art di New York. C’è la chitarra che Jimi Hendrix usò per suonare l’inno americano a Woodstock, quella dipinta di rosso di Eruption di Eddie Van Halen, e i vari strumenti che Jimmy Page ha suonato per Whole Lotta Love e Stairway to Heaven. Ma il semplice fatto che queste chitarre siano esposte dietro il vetro delle sale di un museo rafforza il concetto che l’assolo di chitarra sia una forza culturale del passato.

Nel reame del rock e pop mainstream (ma non del metal, dove gli assoli regnano ancora sovrani, e del country, dove i chitarristi possono ancora permettersi qualche virtuosismo), è difficile individuare il momento in cui la chitarra solista ha iniziato la sua decadenza. Per un po’, sembrava che ogni hit pop (soprattutto Beat It) avesse bisogno di un solo, quasi una garanzia di rispettabilità. Sicuramente fu il rock alternativo degli anni ’90 a dare il primo colpo. Kurt Cobain si lasciò andare a un solo in Come As You Are, e Billy Corgan costrinse i critici a coniare la frase “si libera dell’assolo di chitarra”. Ma gli strati di suono e l’atteggiamento dimesso del grunge erano più importanti delle esagerazioni plastificate della scena hair metal, uno specchio delle emozioni complicate dei testi di artisti come Cobain e Corgan. (Da quello che ricordo dei pochi concerti che ho visto dei Nirvana, Kurt non si avvicinava al centro del palco nemmeno durante le sue parti da solista). Le chitarre dei dischi dei Pavement hanno reso l’assolo un momento ironico, e quando l’hard rock è tornato indossando i panni del nu-metal, le canzoni dei Korn o dei Deftones erano ancora più scarne ed essenziali di quelle di Cobain.

Forse era inevitabile che l’assolo di chitarra sopravvivesse alla sua utilità. Dopo tutti questi anni, e altrettante innovazioni, cosa può darci ancora? Dopo Hendrix e Stevie Ray Vaughan, c’è ancora qualcosa di nuovo da inventare? L’ascesa dell’hip hop, della dance music e del pop moderno hanno cementato l’irrilevanza dell’assolo.

È altrettanto importante capire che durante gli ultimi 20 anni gli artisti che suonavano in uno stile in cui Jimi o Stevie potevano riconoscersi, lo facevano guardando al passato. Poi, durante il primo decennio di questo secolo, Jack White e Dan Auerbach dei Black Keys hanno recuperato l’assolo dalle sale dell’obitorio. Gli assolo di White, in particolare, sono frenetici, appuntiti e sintetici, e in Lo/Hi, il nuovo singolo dei Black Keys, Auerbach suona un solo vivace e nerboruto. Nel suo ultimo album This Land, il blues-rocker texano Gary Clark Jr. rigetta tutti i cliché da guitar hero suonando, allo stesso tempo, parti da solista sinuose e inaspettate (come nel brano Low Down Rolling Stone). Anche nel rock più nostalgico, però, l’assolo di chitarra è diventato un cittadino di serie B.

È difficile non pensare che la cultura del solo sia una reliquia culturale, oltre che musicale: c’è qualcosa di più maschilista (e bianco) di una chitarra solista? Tuttavia, ai Grammy di quest’anno, due donne hanno risvegliato la tradizione con due momenti da guitar hero. Durante le loro performance, Annie Clark (aka St. Vincent) e H.E.R. hanno proposto due assolo pieni di gusto, l’opposto del machismo del passato.

L’approccio alla chitarra di Annie Clark è meno ostentato e più strutturale; le sue parti soliste si mescolano all’arrangiamento, perfette per una musicista con influenze come Robert Fripp e Marc Ribot. «Ogni tanto qualcuno dice che la chitarra è morta», ha detto lo scorso anno, «… non è quello che sta succedendo. Verrà reinventata e ci saranno altri cicli. La chitarra non morirà mai». La chitarra, così come il rock, non dominerà la musica come in passato. Ma con l’aiuto di artisti come Annie Clark potrebbe sfuggire a un funerale anticipato.

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