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Al karaoke con Max Pezzali abbiamo capito che non si esce vivi dagli anni ‘90

L'ex cantante degli 883, che aveva previsto lo struggimento nostalgico in cui si sarebbero rifugiati i suoi coetanei da grandi, a luglio si concederà per la prima volta San Siro. Siamo stati alla serata di prova in un locale milanese

È lunedì sera, siamo in un locale di Milano, zona Navigli. È in corso un karaoke.

Caro vecchio karaoke, emblema degli anni ’90. Con un microfono in mano, uomini e donne di età media collocabile intorno ai 40 anni cantano hit che hanno furoreggiato in quel decennio – gli anni ’90, ripetiamolo, così come si ripete un mantra, come si evoca un mito.

Sei un mito, cantano per l’appunto gli estatici dilettanti allo sbaraglio sul palco, guardando lo schermo dove scorre il testo del brano degli 883 (anno 1993). Al loro fianco, guarda e canta con loro anche Max Pezzali in persona, emblema degli anni ’90, sorridente e divertito. Ed è più o meno quanto succederà il 10 luglio 2020 a San Siro, in quella che si annuncia come una grande festa esplicitamente dedicata a un decennio complicatissimo eppure ricordato da parecchi italiani come una sorta di età dell’oro: gli anni ’90, gli anni delle immense compagnie, gli anni di “Che belli erano i film”, gli anni in cui un 28enne Pezzali prevedeva in anticipo lo struggimento nostalgico in cui si sarebbero rifugiati i suoi coetanei nell’età adulta.

Forse questo è il motivo per cui nel 2020 si concederà per la prima volta San Siro, lo stadio dei megaconcerti e delle consacrazioni, dopo tanti altri che hanno venduto parecchi album ma non certo quanti ne ha venduti lui. “Per me è ancora un sogno, sarà la sera più bella della mia vita”, dice, come se parlasse del sogno di sentirsi dentro a un film. “In fondo sarà quello che succede a ogni suo concerto”, commenta l’immancabile Claudio Cecchetto: “Invece che cantare guardando il testo sul cellulare, il pubblico potrà leggerlo sul megaschermo”.

Questa piccola prova milanese pare funzionare: Nord Sud Ovest Est, Hanno ucciso l’Uomo Ragno, La regina del Celebrità e ovviamente Come mai scatenano i cori degli astanti; in 24 ore, fanno sapere Warner e VivoConcerti, sono già andati via 25mila biglietti.

La serata si chiude senza che risuoni un singolo brano di questo secolo. Era prevedibile: anche se la scaletta ovviamente è ancora lungi dall’essere preparata, Pezzali assicura che a San Siro ci saranno tutti i suoi brani più amati dal grande pubblico, e da questo punto di vista gli ultimi due decenni sono stati un po’ severi con lui. La cosa buffa è che Pezzali – da solo e con Mauro Repetto negli 883 – ha molto a che fare con la musica italiana della nostra epoca, con la transizione tra il pop e l’urban sound, tra la canzone d’autore e il rap, tra la provincia e la metropoli. Se non che, quando questa transizione si è completata, i mutati gusti dei giovani e la violenta regressione culturale degli adulti (anche in termini di intrattenimento mainstream) ha fatto sì che ne pagasse le conseguenze ad ogni tentativo di uscire dagli anni ’90. Anche quando è andato con decisione verso i gusti del già citato grande pubblico, come ha notato un’interessante analisi di Patrizio Ruviglioni sul serissimo periodico Link, non è più riuscito a comunicare col pubblico come gli capitava durante Gli Anni.

Eppure, guardandolo mentre salta convinto e canta Tieni il tempo insieme ai suoi coristi occasionali, la sensazione è che la sua non sia una resa: in fondo per lui la nostalgia è sempre stata una specie di autoanalisi, il momento in cui capire cosa era rimasto del ragazzo del Jolly Blu che Con un deca sognava New York e ricordava le sere al Celebrità. E chissà che prendendo gli anni ’90 per le corna, non riesca a rompere l’incantesimo per sé e per tanti suoi coetanei, da troppo tempo fermi lungo la Rotta per casa di Dio.

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