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Abbiamo bisogno di tutto ‘Il bene’ di Francesco Bianconi

In questo tempo di quarantena, il singolo del cantante dei Baustelle è un respiro d’aria pura, un momento di tenerezza, un modo per rincorrere la bellezza. Arrangiato da Alexander Balanescu, prodotto da Amedeo Pace

Francesco Bianconi

Foto: press

A mezzanotte è uscito Il bene, il primo estratto del nuovo lavoro scritto da Francesco Bianconi, che conosciamo fino a oggi come autore e cantante dei Baustelle e come autore per altri artisti anche di pezzi di notevole successo – basti pensare a Bruci la città, portata inizialmente a Sanremo e nelle radio da Irene Grandi.

Il lavoro solista è un passo importante, quando arriva come immaginiamo arrivi per Bianconi, ora: non un capitolo nuovo quando un altro si chiude ma un capitolo nuovo in quanto diverso, forse concepito e vissuto nella piena volontà di un disvelamento, di una nudità animale e insieme ponderata, adulta, che rifugge invece la vanità che siamo soliti percepire lì ad avvolgere come fumo il balzo verso carriere da soli dopo militanze in band di rilievo (come i Baustelle sono) o semplicemente dai riscontri importanti.

Questa nudità e questo disvelamento si mostrano in tutta la loro naturalezza e genuina franchezza, in una restituzione profonda di questa parola, genuinità, nient’affatto semplicistica, nel primo estratto con questo titolo, Il bene che arriva oggi – inteso proprio come oggi, 13 marzo 2020, tempo di dovute quarantene casalinghe, percepibili spavento, paura, incertezza di quel che letteralmente saremo in un domani che si fa difficile da immaginare e, laddove pensato, non riesce a somigliare a ieri – come un respiro d’aria purissima, un momento di tenerezza umana totalizzante, di bellezza rincorsa, agognata, sperata e forse, in qualche modo, scoperta. “Questo disco sono io senza filtri per la prima volta da quando faccio questo mestiere. È per questo forse che il me senza filtri a un certo punto si è svegliato e mi ha suggerito che fermarsi sarebbe peggio”, ha scritto Bianconi in una nota in cui annunciava l’uscita del brano.

“Quest’uomo vuole il bene”, “Francesco vuole il bene”, recitano, sottolineano alcuni versi del brano, che arriva scarno nel più nobile dei significati, non minimale ma preciso e, insomma, per nulla esile. Un pezzo che nella struttura mostra un certo desiderio di scoprire e mettere in gioco una nuova dimensione della forma canzone che, se già esistita da queste parti, va ricercata in certi anni ’70; una canzone essenziale, cioè in grado di coinvolgere e mettere in gioco l’essenza, le ossa e, insieme a esse, tutta la possibilità di vivere nella sua forma più libera, meno costretta, meno paradigmatica e ingabbiata. Pianoforti, organi, quartetto d’archi, fiati e una idea solida di classicità nella quale la parola si muove libera, sfonda la barriera della metrica sonora, della gabbia, appunto, che troppo spesso immaginiamo come ordine necessario in cui far vivere questa figura italiana del cantautore. E se il cantautore c’è, e scrive veramente e lo fa a fondo, nel fondo, da quella gabbia, ci dimostra Francesco, sa uscire, portando fuori con sé un brano dove la parola, proprio perché libera e slegata dalle costrizioni, si schiude completamente, si spalanca. Ecco allora questo testo, tanto preciso, autonomo e capace di superare i limiti nella forma quanto nel suo significato.

Non poteva allora esserci momento migliore, per Il bene, per esploderci in mano, forse aiutarci con lucidità, magari lenire, ricordarci che però (già, però) “anche Schopenhauer scrisse di felicità” e che dunque in questo caos, in questa violenza e in questa paura continua – viva oggi e spaventosa come mai prima sul nostro percorso – ci darà modo di fare un passo buono, di ricercare una qualche forma di bene, di andarci incontro senza perderci, senza ecumenismi ma con la fede delle anime piene, coinvolte, vive.

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