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Abbiamo ancora bisogno dei Rage Against The Machine

La band di Zack de la Rocha, Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk sarà in tour negli Stati Uniti nell’anno delle elezioni presidenziali: è una buona notizia

Tom Morello dei Rage Against The Machine a Los Angeles nel luglio 2011

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Rage Against The Machine: minacciosi, cinici, ribelli, provocatori, appassionanti, affilati, viscerali e aggressivi, secondo alcuni anche astuti nel gestire il proprio nome e il proprio mito. Stiamo parlando della band che ha scatenato una sommossa alla manifestazione contro il congresso nazionale dei Democratici nell’agosto del 2000 a Los Angeles, un po’ come gli MC5 quando nel 1967 si esibirono al Grant Park di Chicago con i manifestanti contro la guerra in Vietnam. Sono gli stessi musicisti che nel 1993 erano saliti sul palco del festival Lollapalooza completamente nudi per protestare contro il Parents Music Resource Center, l’associazione co-fondata da Tipper Gore che aveva imposto l’apposizione dell’uso dell’adesivo “Parental Advisory” sulle copertine dei dischi dai testi espliciti.

I Rage Against The Machine sono una delle band più apertamente schierate politicamente del rock degli ultimi trent’anni. Con appena quattro dischi pubblicati in nove anni, di cui uno di sole cover, i Rage hanno rappresentato il momento di passaggio epocale della musica crossover da foraggio per radio a simbolo di una rivoluzione (non soltanto) musicale che induce a ritagliargli un posto di primo piano nella storia del rock contemporaneo. Sia per le gesta che per le canzoni in sé. Il loro suono era rivoluzionario e metteva alla prova le sicurezze del pubblico anche grazie all’incredibile modo di concepire la chitarra di Tom Morello, non a caso amico d’infanzia di un altro eclettico della sei corde, Adam Jones dei Tool.


Il primo produttore Garth Richardson, che aveva già lavorato a Mother’s Milk dei Red Hot Chili Peppers e a Houdini dei Melvins, diede ai RATM tutti i mezzi per evangelizzare le masse e diffondere il loro messaggio ‘contro’. Predicando consapevolezza sociale, incitavano a ribellarsi alle regole che limitavano la libertà personale e collettiva. Sotto il loro palco su cui si esibivano Zack, Tom, Tim Commerford (basso) e Brad Wilk (batteria) si radunavano migliaia di giovani: metallari figli del crossover dei Faith No More, punk orfani dei Bad Brains, nu metal in botta fissa per i Korn, ma anche amanti del reggae, beatnik mancati e semplici intellettualini alternativi che degli Inside Out, prima band punk hardcore di Zack, sapevano meno di nulla. Nel 1996, Repubblica li citò in un articolo dal laconico titolo “I finti poveri di fine millennio”, che era un’analisi ironica del loro pubblico: “Proviene da ambienti artistici”, si leggeva, “dalla scuola d’arte a quelle di design, dal Dams all’Accademia, sull’onda del finto povero”. Eppure i Rage Against The Machine incarnavano sul serio la ribellione al concetto di sogno americano e ai finti democratici. Non stupisce che in questo momento storico, in cui le destre avanzano, i quattro abbiano deciso di rimettere in piedi la band.

Ma partiamo dall’inizio, dalla A di Against, dal titolo del debutto Rage Against The Machine, mai uscito, degli Inside Out. Il nome lo porta in dote Zacarías Manuel de la Rocha, ventenne californiano di origini messicane, ed è il concept alla base di tutto ciò che verrà. Essere ‘contro’ è un’arma a doppio taglio su cui è facile giocarsi la credibilità come successe ai Clash, punto di riferimento di Morello. Soprattutto dopo aver pubblicato una cassetta autoprodotta come la cosiddetta Dirty Dozen, chiamata così dai fan per il numero delle tracce incluse (molte riprese sul debutto). Persino Mike Muir, voce dei Suicidal Tendencies, in una canzone del terzo disco del progetto Infectious Grooves li accusa di essere degli ipocriti, giudicando “indecentemente opportunista” la scelta di usare Che Guevara sulle t-shirt e incidere con la Epic, etichetta controllata dalla multinazionale Sony.

Sulla copertina dell’omonimo album d’esordio c’era la foto di un monaco buddista vietnamita che nel 1963 si dà fuoco in segno di protesta con il governo di Ngo Dinh Diem. La prima canzone in scaletta, Bombtrack, ha un suono sporco, ma caldo, un basso metallico e chitarre anni ’70, il tutto tenuto assieme dal cantato di Zack, che riesce a usare i registri di Prince e di Iggy Pop in stile punk, creando un rap semplice e violento, grezzo ma coerente. Uno dei termini preferiti di Zack è “fuck”, che utilizza abbondantemente nei suoi testi a partire dal “Fuck you, I won’t do what you tell me”, una frase che pare risalga ai tempi dei Lock Up, il gruppo di Tom Morello prima dei Rage. “Vaffanculo, non farò quel che mi dite di fare” è a quanto pare la frase che il chitarrista disse ai dirigenti dell’etichetta Geffen quando, dopo l’uscita nel 1989 dell’unico album dei Lock Up Something Bitchin’ This Way Comes, chiesero al gruppo un sound più radiofonico. Affascinato dal racconto, Zack la riprese per una delle canzoni più note della band: Killing in the Name.


“Sono un chicano”, ha detto Zack, “uno dei tanti latini vittime di vessazioni  da parte dei wasp. Non ho mai parlato una sola parola di spagnolo a casa, ma mio padre era un attivista che ci parlava di chicanos, chilenos e delle minoranze in genere, dagli indiani ai palestinesi. Ho sempre empatizzato coi perdenti che lottano per resistere, forse da qua è nata la mia amicizia con Tom”. Quest’ultimo sosteneva fra le altre la battaglia di Leonard Peltier, nativo americano e leader dell’American Indian Movement imprigionato dopo una sparatoria in cui furono uccisi due agenti dell’FBI, una storia raccontata dal regista Michael Apted nel documentario Incidente a Ogala e dai Rage nel video di Freedom. Tutta la discografia del gruppo ridà voce ai grandi contestatori del passato per sparare a zero sulla Macchina, ovvero sul Sistema. I Rage sono terzomondisti, pacifisti, femministi, abortisti, anti-fascisti, animalisti. Lottano per i diritti LGBT e contro il nucleare, difendono il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello sulla libertà d’espressione. Le loro canzoni pe(n)santi vanno ben oltre l’heavy rotation di Killing in the Name, Bulls on Parade e Guerrilla Radio. Possono sembrare confusi e ingenui (un po’ l’accusa che viene mossa a Greta Thunberg, no?) ed è facile criticarli. Ma se il loro ritorno può contribuire ad arginare anche solo simbolicamente il sovranismo, beh, bentornati Rage Against The Machine. Bentornati.

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