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‘A Celebration of Endings’ potrebbe trasformare i Biffy Clyro in superstar

A giudicare dal nuovo album, il trio scozzese è pronto a dominare i festival di mezzo mondo… se solo si potessero fare concerti

Biffy Clyro. Da sinistra, James Johnston, Simon Neil, Ben Johnston

Foto press

I Biffy Clyro mi sono sempre sembrati una derivazione più tecnica e cervellotica dei Foo Fighters. Stesso punto di partenza, i Nirvana, stessa attitudine caciarona e stessa potenza dal vivo. Proprio come la band di Dave Grohl, il gruppo scozzese è riuscito a creare un hype sempre maggiore intorno a sé grazie a una serie di dischi sempre più a fuoco e a show potentissimi, capaci di portare dalla loro parte anche chi non si è mai curato di acquistare un loro album.

La sensazione è che, dopo anni di lavoro ai fianchi dell’industria discografica, la band sia finalmente giunta al classico punto di svolta. A Celebration of Endings, a discapito del titolo, sembra una nuova partenza, il tipico disco che, partendo dall’enorme successo ottenuto in patria, ti trasforma in headliner dei maggiori festival mondiali. Un po’ come era capitato ai Muse con Black Holes and Revelations o ai Foo Fighters di Wasting Light, band che avevano già fatto incetta di fan e premi, ma che dopo quegli album cominciarono a essere ospiti fissi degli stadi. Ecco, probabilmente dopo questo disco in molti anche fuori dal Regno Unito si accorgeranno dello spessore dei Biffy Clyro e chi li segue da più di dieci anni inizierà a vantarsi del fatto di averli ascoltati fin dal principio.

«All’inizio vuoi assomigliare in tutto e per tutto ai tuoi idoli», ammettevano loro qualche tempo fa, «poi a un certo punto ti accorgi di essere diventato tu il tuo idolo». Di fatto, la band aveva chiuso in qualche modo il proprio momento Nirvana due anni fa con un MTV Unplugged che ne aveva messo in evidenza la capacità di colpire anche senza elettricità e, probabilmente, nella mente dei tre quella era stata la conferma di potersi finalmente emancipare da quelli che erano stati i loro riferimenti. Non che in A Celebration of Endings siano assenti i classici canoni della loro proposta musicale: gli echi punk/hardcore sono ancora un punto fisso del songwriting di Simon Neil, così come l’alternanza di stili, i cambi di tempo e un evidente amore per un certo tipo di hard rock. Tuttavia, oggi la musica sembra davvero a fuoco.

L’alternanza tra brani più rumorosi e altri maggiormente riflessivi e intensi pare ancora figlia del post grunge e, se vogliamo trovare una matrice anglosassone alla loro proposta, quasi ledzeppeliniana. L’alternanza di luce e ombra è il fil rouge di un lavoro che appare sì studiato nei minimi dettagli, ma che allo stesso tempo dà poche certezze a chi ascolta, una boccata d’aria fresca all’interno di un sistema che tende a ricercare costantemente il noto a scapito dell’ignoto. I Biffy Clyro, insomma, sono diventati finalmente grandi e i testi dell’album sono i più profondi che Neil abbia scritto, figli del momento storico che ci troviamo a vivere, pur essendo stati scritti prima dell’emergenza Covid.

L’unico dubbio che sorge dopo qualche ascolto riguarda il futuro musicale del trio. Il consenso popolare, si sa, porta con sé dei compromessi inevitabili e dopo A Celebration of Endings il posto nel mondo dei Biffy Clyro potrebbe cambiare. La storia del rock è lì a ricordarci quanto sia difficile far coesistere fama e indipendenza, ragione e sentimento. In questo senso, una preghierina al santino di Kurt Cobain potrebbe essere d’aiuto. Senza lo stop forzato dovuto alla pandemia, questa avrebbe potuto trasformarsi nell’estate della consacrazione definitiva. Cogliamo allora l’occasione per studiare a fondo A Celebration of Endings. Senza pregiudizi e senza la presunzione di aver già ascoltato tutto l’ascoltabile.

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