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5 motivi per cui è sempre bello ascoltare Paolo Conte

Nel giorno del suo 83esimo compleanno, parlare di lui fa bene e offre speranza

Paolo Conte fotografato da Alessandro Treves

Avere un porto sicuro, un riferimento a cui aggrapparsi in questi tempi aridi, conforta. Paolo Conte rappresenta precisamente questo. In un momento nel quale la qualità boccheggia, il qualunquismo regna e appiattisce pensiero critico e gusti personali e li riduce ad apprezzamenti banali per cose banali e persone e personaggi, al più, banali guardare indietro e trovare Paolo Conte, rassicura. Paolo Conte. Cantautore, paroliere, polistrumentista, pittore e (ex?) avvocato.

Sapere che prima della trap e dell’Auto-Tune imperante lui è esistito (e tutt’ora esiste) è una consolazione nemmeno magra. Paolo Conte un po’ stonato, introverso, schivo. Paolo Conte che non è mai stato al Festival di Sanremo e mai ci andrà, però – insieme a Fabrizio De André – è l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco (con sei Targhe e un Premio). Paolo Conte che non fa il bis. Che non suona per compiacere, ma – al massimo – per piacere. Paolo Conte di provincia, orgogliosamente di provincia, eppure inarrivabile nel suo charme da uomo di mondo di provincia. Paolo Conte sensuale che indossa lo smoking come farebbe con un pigiama.

E allora ecco perché oggi, giorno del suo 83esimo compleanno, ricordarci di lui fa bene e offre speranza. Perché guardando al passato ci fa auspicare che il futuro possa essere migliore. Perché se lui esiste, vuol dire che non dobbiamo rassegnarci all’idea che verremo sepolti da versi gutturali, rime volgari o – ancora più imperdonabile – scontate, pronunciate da sedicenti artisti malvestiti accompagnati da suoni troppo sintetici.

Ecco, dunque, cinque motivi (solo cinque? Sì, altrimenti l’elenco rischierebbe di diventare infinito) per cui è sempre bello parlare di Paolo Conte.

Paolo Conte è elegante. Non ha mai voluto azzardare (tre dei suoi 16 album in studio si chiamano semplicemente – presuntuosamente? – Paolo Conte), giusto lo smoking – si diceva – per le occasioni speciali (vedi alla voce Olympia di Parigi), anche se nel suo caso non è certo l’abito a fare il monaco, ma quest’ultimo a fare l’abito. Senza quasi guardare il suo pubblico se non con qualche occhiata schiva, il Maestro arriva, si siede al piano e si concede tra smorfie e pianoforte lasciando che sia la musica a parlare per lui. Anche se lui, che doveva fare l’avvocato (si è laureato in legge e ha pure esercitato per un po’) e invece ha lasciato il foro per il jazz, non avrebbe certo difficoltà a dialogare con la gente. Ma ha sempre preferito le note e il silenzio. Qualche intervista, chiacchiere dosate, posate. Alla fine del live, un cenno. E arrivederci.



Paolo Conte non fa il bis. Quando decide che il concerto è finito, lui si alza e se ne va. Nemmeno si congeda, se ne va proprio. E non c’è verso di farlo rientrare per un’ultima Vieni via con me. Qualcuno si risente. «Che maleducato», capita di sentire fra gli spettatori. Ma questo fatto a noi, invece, piace. Certo, il Maestro se lo può permettere e sconsiglieremmo la stessa audacia a, che so, Annalisa Scarrone.

Paolo Conte è colto. Ma non lo fa pesare. E proprio adesso che l’Ocse ci ha recentemente rivelato che molti dei nostri 15enni – incastrati fra YouTube e Sfera Ebbasta – non sono in grado di comprendere un testo scritto non è roba da poco. Provate almeno a fargli ascoltare Paolo Conte, dunque. Magari imparano, almeno, a parlare.

Paolo Conte non scrive testi. Scrive poesie. Perché, in effetti, per lui la notte è ferma, immobile, friabile (Elegia), perché lui chiede un sandwich con un po’ di indecenza (Come mi vuoi), perché per lui la luna non è bella, misteriosa, luminosa, la luna per lui è di marmellata (Luna di marmellata, ovviamente). Quelle di Conte sono poesie che trasudano umano, storie, fragilità, posti lontani (non che lui si sia mai mosso troppo dalla provincia astigiana, eppure). Da Hemingway con la sua nostalgia al gusto di curaçao, fino all’Orchestrina, perfetto esempio di canzone che si fa quadro, grazie al tripudio di colori e odori raccontati con tali e tanti suoni incastonati in un racconto così denso di suggestione da renderti protagonista a tua volta della scena che vedi – nitida – mentre la ascolti. E la vivi.



Infine. Paolo Conte sa parlare di donne. Le descrive come nessuno. Le ama come nessuno. A tal punto da apprezzarne le imperfezioni e farne vezzo “perché d’inverno è meglio, la donna è tutta più segreta e sola, tutta più morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa”.
Grazie Paolo. E tanti auguri a te.

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