Home Opinioni Opinioni Musica

‘1969 Achille Idol Rebirth’ è il funerale erotizzato di Achille Lauro

Si celebrano qui le esequie del personaggio che avete conosciuto a Sanremo e dell’idea che i dischi siano oggetti immutabili nel tempo. It’s the Spotify economy, stupid

Erotizzare l'immaginario cattolico, reperto numero 1: Achille Lauro

Foto: Luca D'Amelio

Provate a immaginare. Un anno dopo Bollicine, al posto di pubblicare un disco dal vivo epocale per noialtri provincialotti del rock, Vasco Rossi mette assieme una nuova versione dell’album. Ci mette dentro due canzoni inedite intitolate Va bene, va bene così e T’immagini, ricanta Canzone per te in duetto con Loredana Bertè, cambia l’ordine dei pezzi in scaletta in modo che a Deviazioni non segua più Giocala, ripubblica il tutto in un nuovo lavoro chiamato Bollicine – Non sono ancora morto, bastardi.

Suona strano, vero? È bene o male quel che ha fatto Achille Lauro con 1969. Un anno e mezzo dopo l’uscita del disco di Rolls Royce, Lauro l’ha ributtato fuori oggi in una nuova versione titolata 1969 Achille Idol Rebirth. Com’è noto, dentro ci sono i singoli pubblicati da Sanremo 2020 in poi, il rifacimento di C’est la vie in duetto con Fiorella Mannoia che suona come una bestemmia e invece funziona e Maledetto lunedì che stava su Zerosei di Frenetik & Orang3. Il paradosso è che si tratta di un progetto nuovo di cui però tutti hanno già sentito le canzoni in queste esatte versioni, con l’eccezione del pezzo con la Mannoia che in ogni caso è stato presentato a inizio settembre ai Seat Music Awards.

Al posto di piazzare i pezzi nuovi in apertura del disco, come si faceva un tempo nei repackaging, Lauro li mischia in parte con quelli di 1969, cambiando la scaletta, invertendo qualche canzone, mettendo la versione originale di C’est la vie in chiusura al posto della Scusa rivolta alla madre, santa donna. Se questa cosa suona meno strana del rimescolamento di Bollicine non è solo perché Lauro non è Vasco e Rolls Royce non è Vita spericolata. È perché il 2020 non è il 1984 e oramai l’album è un oggetto dalla vita breve, un quadro concettuale flessibile, una playlist in movimento. Dopo Portatemi Dio si esige che arrivi Vita spericolata. Dopo Cadillac può anche non venire Je t’aime, ce ne facciamo una ragione.

E poi c’è che 1969 era già un miscuglio disordinato, imperfetto ed eccitante di segni e di cose: l’immaginario rock, la decadenza, la sintesi estrema nel linguaggio, l’appropriazione di idee altrui, la confusione sessuale, la strada. Ci sta che se ne aggiunga qualcuna ben accordata al sentimento del disco, anche se il filo di disperazione che emergeva da certe canzoni ha lasciato spazio, così sembra, a una posa estetica.

«Mi cingo la fronte con una croce e rinasco nel mio alter-ego»: la copertina di ‘1969 Achille Idol Rebirth’

Viene in mente quel che l’AD di Spotify Daniel Ek ha detto a fine luglio facendo infuriare intere generazioni di musicisti. Ha spiegato con la franchezza spietata di chi ha contribuito a mettere sottosopra il mercato della musica che è finito il tempo in cui gli artisti pubblicavano un album ogni tre o quattro anni. Che cantanti e band che ce la fanno nel nuovo sistema sanno che bisogna creare un flusso continuo di engagement: pubblicare musica a scadenze ravvicinate; inventarsi il giusto storytelling attorno ad essa; instaurare un dialogo continuo coi fan.

Lauro è l’artista italiano che più di ogni altri ha sposato questa mentalità. È il figlio di Renato Zero e Daniel Ek. Da Sanremo in poi ha pubblicato quattro singoli, un album di cover e due edizioni deluxe, forse in parte una scelta dettata dalla necessità di onorare il contratto firmato con la Warner; costruisce narrazioni attorno alla musica a un tale ritmo da sembrare innaturale; usa i social in modo intelligente per intrattenere i fan. Ha abbinato l’idea di restare costantemente sul mercato a quella del mutamento artistico, portando al parossismo il principio secondo cui ad ogni progetto un cantante pop deve cambiare personalità, aspetto, concetto. Un tempo lo si faceva ad ogni album, diciamo ogni due, tre anni. Lui lo fa ogni mese giocando con il suo corpo, trasformandolo in un terreno di sperimentazione che è prevalentemente estetica, ma ha anche una ragione concettuale che sta nella rinegoziazione della mascolinità.

Lauro cambia prendendo quel che vuole dagli scaffali del grande supermercato del pop, anche l’idea della morte dei personaggi che mette in scena, un po’ come fece David Bowie con Ziggy Stardust. Lui però è italiano e non inglese, perciò erotizza l’immaginario cattolico e presenta i suoi mutamenti in termini di morte e resurrezione. Nel caso di 1969, la morte di Achille Lauro e la rinascita come Achille Idol. Presentando l’album scrive che il tempo del suo personaggio è compiuto: «Ho vissuto chiedendo aiuto attraverso le mie preghiere. Le mie preghiere sono diventate poesie. Le mie poesie sono diventate opere che inneggiano all’essere liberi. Non è più tempo di sopravvivere come una volta. È tempo di morire ora per rinascere in una nuova identità».

Ecco, 1969 Achille Idol Rebirth è il funerale dell’album come lo conoscevamo e del vecchio Achille Lauro. Mentre il suo volto scompare al nostro sguardo, abbiamo la sicura speranza che un giorno lo vedremo trasfigurato nella dimora di luce e di pace del dio del pop. O forse a fare pole dance vestito come un personaggio del Rocky Horror Picture Show o a guidare un’orgia con in testa una mitra.

Altre notizie su:  Achille Lauro