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Little Steven: «I Rolling Stones non suonavano bene all’inizio, e questa cosa mi piaceva»

Il 7 giugno 1963 la band inglese pubblicava il primo singolo, 'Come On'. Il chitarrista della E Street Band racconta la rivoluzione di Jagger, Jones e Richards, e l'importanza di non scendere mai a compromessi

I Rolling Stones nei primi anni '60

Foto: John Hoppy Hopkins/Redferns

I Rolling Stones sono la mia vita. Se non fosse per loro, non sarei mai stato uno dei Soprano. Li ho visti per la prima volta in tv, su The Hollywood Palace. Nel 1964 i Beatles erano perfetti: i capelli, le armonie, i vestiti. Si inchinavano tutti contemporaneamente. La loro musica era straordinariamente sofisticata. Tutto quello che facevano era eccitante ma alieno, distante nella sua perfezione. Anche gli Stones erano alieni ed eccitanti. Nel loro caso, però, il messaggio era: «Forse puoi farlo anche tu».

I capelli erano in disordine. Le armonie un po’ stonate. E non mi pare sorridessero granché. Avevano l’atteggiamento tipico dell’r&b: «Non siamo nello show business, questa non è musica pop». La voce di Mick Jagger era sensuale. Non era sesso pop, in cui ci si stringe la mano e si fa il gioco della bottiglia. Era roba seria. Jagger aveva lo stile colloquiale del bluesman, una sorta di quasi-cantato. Far passare quella voce nelle radio pop è stata una svolta per il rock’n’roll. Ha aperto la porta per tutti gli altri. All’improvviso Eric Clapton e Van Morrison non erano più così strani, figuriamoci Bob Dylan.

Era una cosa unica: un cantante bianco suonava come i neri. Anche Elvis l’ha fatto. Ma dopo di lui c’è Jagger. Nessun altro. I bianchi cantavano fermi sul palco, come i Beatles. Le caratteristiche che associamo ai performer neri vengono dal loro modo di stare in chiesa, si lasciano trasportare dallo spirito e si muovono, non pensano alle restrizioni sociali e non sentono alcuna forma di imbarazzo o umiliazione. Perdono il controllo. Mick Jagger comunicava la stessa cosa.

All’inizio, gli Stones erano la band di Brian Jones. Ha scelto lui il nome. Faceva anche il manager – trovava i concerti e scriveva ai giornali che pubblicavano recensioni negative –, era aggressivo e la band era una sua creatura. Anche la tradizione veniva da lui. Usava uno pseudonimo blues, Elmo Lewis, e suonava la chitarra col bottleneck. Poi, in album come Aftermath, ha suonato di tutto: dulcimer, harpsichord, sitar. Era creativo, fondamentale. Se c’è un personaggio sottovalutato nella storia degli Stones è lui.

Anche Keith Richards viene dato per scontato, relegato al ruolo di chitarrista ritmico. In realtà, i suoi assolo erano grandiosi: Sympathy for the Devil, It’s All Over Now. E ovviamente anche i riff: Satisfaction, certo, e The Last Time, che gli Stones consideravano la prima canzone seria scritta da loro. Honky Tonk Women ha un solo accordo. Poi ha iniziato a sperimentare con le accordature aperte. Ci sono strutture armoniche perfette per queste accordature – chiamiamolo effetto Gimme Shelter –, accordi sospesi ritmici e melodici allo stesso tempo. Nella E Street Band suono la chitarra ritmica con lo stile di Keith. Chiunque suoni rock’n’roll fa lo stesso.

Bill Wyman e Charlie Watts conoscevano lo swing meglio di qualsiasi altra sezione ritmica del rock, ed è così ancora oggi. Adesso è una cosa del passato, ma all’epoca il rock’n’roll era musica su cui ballare. È facile immaginare quanto fosse divertente una serata allo Station Hotel di Londra nel 1963: la gente impazziva, gli Stones erano fuori di testa come in un blues club del South Side di Chicago. Basta ascoltare la musica per immaginarlo.

Le nuove generazioni, adesso, conoscono i Rolling Stones solo come icone. Vorrei che ascoltassero i loro primi quattro album, possibilmente l’edizione americana: England’s Newest Hitmakers, 12×5, Now! e Out of Our Heads. La lezione successiva è tutta nella seconda grandiosa era della band: Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers ed Exile on Main Street. È la serie di album migliore della storia, ed è arrivata in solo tre anni e mezzo.

Ci sono tanti motivi per pensare che gli Stones suonino meglio ora che negli anni ’60. Non erano granché nei primi anni, e questa cosa mi piaceva molto. Tecnicamente non sono mai stati particolarmente bravi. Il problema è che la loro potenza arriva dai primi 12 album. Hanno scritto altre grandi canzoni dopo il ’72, ma solo una manciata. Se facessero grandi dischi e suonassero come suonano adesso, sarebbero davvero grandiosi, no?

Dal vivo riescono comunque a trasmettere quella forza originale. C’è ancora molto da imparare dagli Stones: come scrivere grandi canzoni, come restare in forma e dare tutto ogni sera. Bisogna vivere a lungo per essere come Mick Jagger, forse dieci volte in più di quanto ha vissuto lui. È incredibile che sia ancora qui. Non sono tante le persone con quella specie di invulnerabilità, ma vi sconsiglio comunque di imitarlo. Diciamo la verità: troppa droga non fa scrivere belle canzoni. D’altra parte, è ancora on the road, suona, e sono passati 50 anni. Molte band non durano quattro anni, figuriamoci mezzo secolo. I Rolling Stones dimostrano che se rimani fedele alle tue idee e scendi a compromessi con le mode, puoi andare avanti all’infinito.

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