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Zeffirelli, l’incompreso

Il documentario ‘Franco Zeffirelli, conformista ribelle’, presentato alla 79esima Mostra nella sezione Venezia Classici, è un viaggio inaspettato nel lavoro e nella vita di uno dei registi più criticati (e non capiti) del nostro cinema

Il giovane Franco Zeffirelli

Foto: La Biennale

L’altra notte da Marzullo, puntata pre Venezia (c’ero ospite anch’io, collegato, sottovoce, via Skype), Anselma Dell’Olio ha detto su Zeffirelli e sul documentario che gli ha dedicato una cosa molto precisa. I due doc che ho fatto prima, diceva, e cioè quelli su Ferreri (La lucida follia di Marco Ferreri, David di Donatello per il miglior documentario nel 2018) e Fellini (Fellini degli spiriti, 2020), erano stati più facili: Marco e Federico erano due autori che mettevano sé stessi dentro i film, che pensavano e fabbricavano le storie da raccontare, bastava partire da lì. Con Zeffirelli, invece, è stato diverso. Franco faceva film “suoi”, sì, ma che non erano mai davvero “suoi”. Erano adattamenti di Shakespeare, dell’opera lirica, della Bibbia e dei santi, dei grandi romanzi (Storia di una capinera, Jane Eyre). Solo l’ultimo, Un tè con Mussolini, ha ceduto al vero autobiografismo, e infatti da lì questo documentario ha avvio.

Franco Zeffirelli, conformista ribelle è il bellissimo e giustissimo titolo del film presentato alla 79esima Mostra nella sezione Venezia Classici, producono La Casa Rossa e RS Productions con Rai Cinema, c’è dentro tantissimo cinema e tantissime interviste come nei precedenti, ma è vero: la sfida è maggiore, dunque il risultato più interessante. Di Zeffirelli si sa tutto e non si sa niente. Il gusto per i classici e il classico, in tutti i sensi, e poi l’omosessualità non taciuta ma mai motivo di Pride, la politica nelle scelte personali e pubbliche (fu parlamentare tra i berluscones) che lo tenne sempre inviso all’intellighenzia di sinistra che comandava il cinema, e la religione, il rapporto da nemiciamici col mentore Visconti, quello appassionato e tribolato con le sue dive come la Callas.

C’è tutto, ma c’è, soprattutto, un taglio che è diverso, e dove sta per l’appunto la sfida (vinta) dell’autrice. E cioè: e se Zeffirelli fosse stato più innovatore di quanto si creda? Lo dicono in tanti, in questi 123 minuti di film che nemmeno si sentono. Per esempio, il sempre vispo Andrea Minuz, docente e scrittore, che, tornando sulla Bisbetica domata starring i focosissimi Liz Taylor e Richard Burton, commenta quanto all’epoca fosse stato incompreso, liquidato come materiale per gossip da Hollywood sul Tevere.

E poi c’è lo Zeffirelli che ha sempre giocato su territori “sicuri” al cinema ma che nel teatro, a cui è dedicata gran parte del film, è stato autarchico, ha cambiato tutto, è stato accolto nella terra di Shakespeare, nel gran teatro inglese coi grandi attori inglesi, da uomo che restava di temperamento latino, ma comunque capace di comprendere la poesia delle commedie e delle tragedie poi suoi cavalli di battaglia anche sullo schermo. Zeffirelli l’innovatore che ha stravolto la Magnani sul palcoscenico, e quello che s’è inventato l’Aida “mignon” a Busseto, forse la versione dell’opera di Verdi più pazza e più bella mai pensata (si ricorda anche per lo slippino di Bolle blackfaced).

Ci sono, dicevo, le sue scelte politiche, la vita privata rimasta tale, il suo mistero che resta chiuso in sé, e la nostra voglia di ripassare un cinema troppo spesso bistrattato, ma capace di vette (anche kitsch) raggiunte da pochi, soprattutto da noi. Lo sguardo è ribelle, anche verso il canone del documentario classico che, solitamente, ha già una tesi a indirizzarlo fin dal principio. In Franco Zeffirelli, conformista ribelle si vede che invece c’è stato uno studio, un viaggio, una scoperta, una direzione che ha preso strade inattese, e per questo la meta è, nel suo enigma rimasto intatto, ancora più sorprendente.