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‘Western Stars’ è 50% film-concerto, 50% visual album, 100% Springsteen

Il Boss ha presentato in anteprima a Toronto il live-performance movie del suo album del 2019 sulla libertà e l'età adulta, e il risultato è pazzesco

Bruce Springsteen nel film-concerto 'Western Stars'

Foto: Rob DeMartin

Ascoltate la traccia di apertura di Western Stars di Bruce Springsteen, l’album che il Boss ha pubblicato lo scorso maggio e sentirete qualcuno che si vanta di “hitch-hikin’ all day long” (fare l’autostop tutto il giorno, ndr). Accetta un passaggio da un uomo e dalla moglie incinta, poi da qualcun altro, è semplicemente un ragazzo libero di ascoltare il richiamo della strada. Due tagli dopo, in una canzone chiamata Tucson Train, sentiamo una storia diversa – forse c’è un nuovo protagonista, o forse è lo stesso vagabondo romantico di Hitch Hikin’ e di un centinaio di altre tracce di Springsteen – che aveva perso la sua direzione e il suo vero amore. Ma ora si è sistemato, è pronto a diventare parte della società, sta guardando quel treno delle 5:15 che porta suo figlio da lui.

Ci sono altri 11 brani, ballate dai toni country o pop sinfonico degli anni Settanta. Ma si potrebbe pensare che l’intera storia è lì in quei due brani. Il ragazzo che è nato per correre. L’uomo che è finalmente pronto per meritarsi e accettare il contatto umano.

Se non siete ancora sicuri di dove vuole arrivare, Springsteen lo spiega chiaramente all’inizio di Western Stars, il film-concerto/visual album che ha presentato al Toronto Film Festival (arriverà al cinema il 25 ottobre) insieme al collaboratore di lunga data e co-regista Thom Zimny. La sua raccolta di canzoni su guerrieri della strada e attori di B-movie, stuntman maltrattati e luoghi in cui camionisti e motociclisti bevono insieme, è uno sguardo ai “due lati dell’americano … libertà individuale e vita in comune”. Lo afferma su scatti panoramici che trasformano la copertina del disco con un mustang in un film, intervallato da clip di video casalinghi. Un primo piano mostra una mano sul volante di un pick-up, pronta per andarsene. L’inquadratura viene ripetuta circa 90 minuti dopo, con un’altra mano posata teneramente sopra quella originale. Questo è il viaggio attraverso cui Springsteen vuole guidarci. È lo stesso, osserva, che si è impossessato di lui negli ultimi 35 anni.

Dopo aver rilasciato questo progetto solista, il cantautore sapeva che non avrebbe supportato il disco con un tour. Eppure voleva fare qualcosa per “portare questa musica dal vivo al pubblico”, parole sue. Springsteen ha avuto l’idea di suonare tutto dall’inizio alla fine e di registrare l’evento per i posteri. Lui e Zimny, il regista dietro dozzine di video musicali di Bruce e documentari di creazione dei suoi album, hanno iniziato a esplorare le location; alla fine hanno deciso per l’ultimo piano del fienile nella proprietà di Springsteen. (“Abbiamo sistemato un po’ lo spazio”, ha ammesso in un Q&A dopo la proiezione stampa). L’idea era quella di mettere su uno spettacolo intimo “per pochi amici e per intrattenere i cavalli”. Solo un piccolo gruppo, un bar in stile honkytonk, una band bufferizzata da una sezione orchestrale e un cantante con una chitarra.

E come film-performance, Western Stars è un perfetto esempio del perché questa musica doveva essere suonata e ascoltata dal vivo. Nel disco si sente Springsteen lavorare su stili insoliti: musica country & western leggera alla Jimmy Webb, il pop barocco di Brian Wilson, il simil-crooning degli Everly Brothers, arrangiamenti musicali che non sarebbero fuori posto in un vecchio locale di Harry Nilsson (ascoltate lo shuffle che apre Hello Sunshine e ditemi che non vi aspettate che la prima frase sia “Everybody’s talkin’ at me…”). Guardatelo suonare quelle canzoni su un palco, e avrete la sensazione che le possieda tutte – ha trasformato tutte queste influenze in un fluidissimo suono alla Springsteen. Alcuni tagli si aprono come una bottiglia di vino ossigenata, che ci sia un gruppetto di violinisti o una sola partner in crime – l’interazione tra lui e la moglie chitarrista Patti Scialfa su Stones approfondisce notevolmente il taglio – tirando fuori qualcos’altro dal Boss.

Ma quello che vedete nelle versioni live è la somma di queste parti come un tutto coeso. È un cantante in sintonia con la comunità musicale che lo circonda, un concetto il più possibile in linea con l’album dal punto di vista tematico. (Per fortuna uscirà anche la colonna sonora del film, il che significa che ci sarà anche la splendida cover di Springsteen & Co. di Rhinestone Cowboy di Glenn Campbell – una coda improvvisata che lo stesso Zimny, dice, non sapeva che Bruce avrebbe suonato. Il fatto che un cameraman fosse nelle vicinanze e sia riuscito a riprenderlo al volo è stato un colpo di fortuna. Quei momenti condividono il tempo sullo schermo con scene libere di Bruce che vaga da solo nel deserto della California vicino a Joshua Tree, commentando entrambe le canzoni e la sua stessa lotta per conciliare il suo io stoico e solitario con l’essere un marito e padre amorevole. Ci sono pose imperturbabili a bizzeffe, nonché vecchie clip di un giovane e trasandato Springsteen e rari video in Super 8 della sua luna di miele con Scialfa, che Zimny ha trovato sepolto negli archivi.

A volte è ironico (“Diciannove album, e scrivo ancora di auto”), altre entra in modalità filosofo da salotto formulando quel tipo di pensieri profondi (“Cammina attraverso l’oscurità, perché è lì che troverai l’alba di un nuovo giorno”) che i fan di lunga data sanno bene di trovare nel viaggio quando si paga il biglietto. Sembra tutto parte della fase autoriflessiva che Springsteen ha attraversato negli ultimi anni; ha ammesso nel Q&A che il film è l’ultima tappa di “una storia che non avevo mai raccontato prima”, che include il suo libro di memorie del 2016 Born to Run e la sua residency a Broadway nel 2018. L’introspezione gli si addice, soprattutto se questo è il tipo di arte lo contraddistingue in questo momento. Sperava che il film avrebbe aiutato le persone a capire un po’ meglio il senso dei brani. Missione compiuta.

Ma Western Stars non è una sessione di terapia. È un ritratto di un fulmine cristallizzato in un momento, come tutti i grandi film-concerto. È il piacere di guardare un tizio che fa questo da oltre 50 anni e ha trovato il modo di reinventarsi, senza mettere da parte ciò che lo ha reso grande fin dall’inizio. Ed è anche uno sguardo personale a qualcuno che sta elaborando tutto attraverso la sua musica, cercando di trovare un senso di pace sotto i riflettori e rendendosi conto, con un sospiro di sollievo, di averlo effettivamente trovato.

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