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Venezia 78: bilancio di una Mostra ‘mostruosa’

Per ricchezza di film, autori, star. Per complessità di temi. Per presenza massiccia e felice del cinema italiano. Il nostro resoconto finale

Filippo Scotti, Teresa Saponangelo e Toni Servillo in ‘È stata la mano di Dio’ di Paolo Sorrentino

Foto: Netflix


Picchia duro – e lascia segni – Venezia 78. A differenza di quanto ordinato dalla milizia di Leave No Traces, il bel film polacco, qui in Laguna i lividi si devono vedere. Vanno mostrati con orgoglio. E anche gli ematomi emotivi, i traumi visivi, le fratture sentimentali. Dalla Mostra si esce pieni di cicatrici o non si esce affatto: è la sua vocazione lasciare tracce, colpire a freddo, imporci il marchio di nuove idee, riflessioni, confronti. Ci ha preso a schiaffi, si sappia, il festival di Barbera, ci ha messo alle corde, ci ha chiuso nell’angolo: siategliene grati, perché mica finisce sempre così. E invece. Invece quest’anno dopo un Cannes comme ci comme ça, Venezia ha srotolato sul red carpet una delle migliori selezioni da diverso tempo a questa parte, a cominciare da un concorso robustissimo e molto vario, vibrante e tormentato: risultato? Qualità media alta e poche, sporadiche (e non preoccupanti) cadute.



Nel grande frullatore – o se preferite tritacarne – è finita soprattutto la famiglia: passata, presente e futura, concetto e istituzione, mondo ideale e zona oscura, quando non morta. Dalle madri parallele di Almodóvar a quella disfunzionale di The Lost Daughter , alla ragazza che madre non vuole diventare dell’Événement tosto film in 4/3 sull’aborto al tempo in cui interrompere la gravidanza significava rischiare la prigione. E ancora: la famiglia che tanto manca (assenza più acuta presenza) di È stata la mano di Dio, quella da cui ci si stacca consapevolmente nel sottovalutato Sundown, la famiglia (troppo) perfetta di America Latina, quella addirittura “reale” di Spencer. E poi padri non padri (La caja), figli illegittimi (e poi illustri: Qui rido io), fratelli che più diversi (The Power of The Dog) davvero non si può.

Comincia tutto da lì, ma è l’occasione per spingersi molto oltre: Venezia non spiega, pretende; non racconta, incamera. E va alla ricerca della verità nonostante ne conosca il prezzo: la verità necessaria (quanto la memoria) e salvifica dell’ultimo Almodóvar, quella mistificata e ostacolata in ogni modo di Leave No Traces, quella da ristabilire, porta a porta, di Captain Volkonogov Escaped. Ma anche la verità percepita, personale e soggettiva, che animerà le discussioni dopo la visione di Les choses humaines, fuori concorso come anche The Last Duel, che addirittura triplica le versioni dei fatti.

Problematica la Mostra, torturata (e non è solo un modo di dire…), capace di affrontare brutalità ed eccessi (che arrivano soprattutto dal cinema, feroce, dell’Europa dell’Est), ma anche di guardare al cinema (Competencia oficial) con (auto)ironia. Cogliendo tra una sutura e l’altra del montaggio del tempo alcune parole chiave: come “espiazione”, che qui cercano in tanti: il capitano Volkonogov, ad esempio, ma anche Il collezionista di carte (è già in sala: andateci) e la Cruz diretta da Pedro. Oppure “impunità”, altro termine all’ordine del giorno sullo schermo: una costante per il potere politico e militare, ma anche economico (Un autre monde).



Una Mostra, quella di quest’anno, che non si è mai tirata indietro, che non ha mai lanciato il sasso per poi nascondere la mano: stilisticamente sempre curiosa (degli oltre venti piani sequenza di Reflection guardate almeno il primo, un capolavoro), scomoda, aperta al dibattito, in grado di imporre dubbi, ma mai, volutamente, certezze. Pronta a declinare il discorso sul contemporaneo là dove meno te lo aspetti (Balzac, tra Illusioni perdute e fake news), senza accettare mai supinamente la realtà. Un contesto dove si è mosso con grande disinvoltura anche il nostro cinema: se il film di Sorrentino, tragico e divertente, dolente e commosso, è l’apice della 78esima Mostra del cinema, Mainetti con Freaks Out, i fratelli D’Innocenzo con America Latina e Frammartino con Il buco hanno coraggiosamente scelto di avventurarsi in territori inesplorati, scegliendo le strade più scoscese e meno battute, lasciando a Martone il compito di rivitalizzare la tradizione, cancellando ogni assurdo distinguo tra arte “alta” e “bassa”. Anche il titolo del film del regista napoletano è particolarmente adeguato: Qui rido io. Una frase che in bocca a Barbera e alla sua Mostra, quest’anno, non stonerebbe davvero.

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