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“Vedo la gente morta”, vent’anni di ‘Sesto senso’ e di M. Night Shyamalan

Il regista è rimasto intrappolato nel personaggio di 'quello che fa i film con la sorpresa alla fine'. È scivolato qua e là, ma almeno lo ha fatto ogni volta in modo diverso. E, se ci ha insegnato qualcosa, è che non riesce a essere banale

Haley Joel Osment e Bruce Willis nel 'Sesto senso'

Sono passati vent’anni da quando Haley Joel Osment vedeva la gente morta.

Era il 6 agosto 1999 e il signor Manoj Nelliyattu “M. Night” Shyamalan, che quel giorno compiva 29 anni, stava per portare in sala il suo terzo lungometraggio da regista, un film Disney con protagonisti un ragazzino e Bruce Willis. Shyamalan arrivava da un paio di drammi (il secondo, A occhi aperti, macchiato di commedia) a basso budget e bassi risultati, oltre che dalla scrittura di Kiss Me (una tremenda rom-com con Freddie Prinze Jr., Rachel Leigh Cook e la colonna sonora dei Sixpence None the Richer) e di Stuart Little (quel coso sul topo che di lì a pochi mesi avrebbe incassato qualche centinaio di milioni di dollari). Arrivava anche da una specie di corsa all’oro per assicurarsi i diritti del suo soggetto, che alla fine vennero acquistati da Hollywood Pictures, la defunta sotto etichetta “adulta” di Disney, per un paio di milioni di dollari e la promessa che Shyamalan avrebbe mantenuto il controllo creativo del progetto.

Insomma il 6 agosto 1999 Manoj Shyamalan era felicissimo e carichissimo, forse un po’ preoccupato ma intimamente convinto di poter fare il botto con il suo film Disney sull’amicizia tra un ragazzino e Bruce Willis.

Il film in questione è ovviamente Il sesto senso, che oggi compie vent’anni (M. Night ne fa 49, auguri!) e che, a ripensarci adesso, si è rivelato non solo un successo clamoroso ma anche uno dei film più importanti di uno dei registi-e-non-solo più indecifrabili dell’ultimo mezzo secolo.

La parte sul successo si sbriga facilmente, perché parlano i numeri: quasi 700 milioni di incassi a fronte di un budget di 40 – la gran parte dei quali immagino andati in cachet per Willis e Toni Collette –, sei nomination agli Oscar (vinti zero, a essere onesti), parecchi premi della critica. Il sesto senso, però, è riuscito anche nell’impresa di imprimersi nel sempre sfuggente inconscio collettivo, in parte trasformandosi di fatto in un meme di se stesso («Vedo la gente morta» è una di quelle frasi che ormai ripete anche chi non ha mai visto il film), in parte codificando un linguaggio e un modo di approcciare l’orrore (ci torno) che punta tutto sul jump scare psicologico, su un’epifania che è doppiamente shockante perché costringe lo spettatore a ripensare e rivalutare e rimettere in prospettiva tutto quanto visto fino a quel momento.

L’hanno chiamato fin da subito “Shyamalan twist” (nel caso del Sesto senso, spero lo sappiate, è la roba che Bruce Willis muore a inizio film), che è un onore non da poco per un trucchetto che di fatto è un aggiornamento di svariate idee hitchockiane, e fa capire quanto Il sesto senso, che per altri versi è una delle opere più semplici e lineari di Shyamalan, sia stato soprattutto un film puntualissimo e il suo autore uno molto bravo a leggere lo zeitgeist. Venivamo da un decennio horror che era iniziato benissimo e che, da Scream in avanti, stava prendendo una china pericolosa, in sospeso tra la voglia di prendersi in giro e quella di sfruttare pigramente una formuletta facilmente ripetibile e vendibile anche fuori dalla nicchia dei fan dell’orrore – sono gli anni dei So cosa hai fatto, degli Urban Legend e dei Final Destination, per capirci. In questo panorama stagnante, e peraltro appena un mese dopo l’uscita di un’altra rivoluzione nella percezione collettiva del genere chiamata The Blair Witch Project, Il sesto senso scese dal cielo come una rivelazione, anche solo perché non era un giocattolone o un veicolo per aspiranti star ma un Film Serio, Adulto, sulle Relazioni Umane e l’Incomunicabilità. E lo era senza mai abbandonare per un istante le sue radici nel Genere: girato come un horror, montato come un horror, illuminato come un horror, Il sesto senso riuscì in questo modo a piacere in egual misura a fan e profani, ai maniaci della paura e agli esegeti dello stile.

M. Night Shyamalan sul set de ‘Il Sesto Senso’. Foto: Buena Vista Pictures

Tutto quello che è successo dopo è materiale per uno o due libri, ed è una delle parabole creative più bizzarre che il già bizzarro mondo del cinema ricordi, nonché una storia di redenzione e di resurrezione che ha visto M. Night Shyamalan rialzarsi da una botta che avrebbe steso anche i migliori tra noi. Potremmo stare a discutere film per film di che cosa sia andato storto nella carriera del nostro, ma il fatto è che se girate su Internet da più di quindici minuti vi sarà capitato prima o poi di imbattervi in una variazione sul tema di questa immagine, usata anche da testate serissime per dimostrare come la carriera di Shyamalan abbia seguito una parabola discendente istantanea e clamorosa.

La tesi è quasi sempre “ecco che forma ha una meteora”, che il regista del Sesto senso abbia riversato in quel suo primo successo tutte le sue migliori idee e da lì in avanti non abbia fatto altro che riciclarle e diluirle, depotenziandole fino ad annullarle.

Ora, parliamone: no. O meglio: non c’è dubbio che in una certa misura lo stesso Shyamalan sia rimasto intrappolato nel personaggio di “quello che fa i film con la sorpresa alla fine” e che qualcuna delle sue opere (Lady in the Water soprattutto) ne abbia risentito in fase di scrittura; e nessuno si sognerebbe di difendere E venne il giorno spiegando perché è meglio del Sesto senso – la flessione qualitativa che ha portato da Lady in the Water fino all’Ultimo dominatore dell’aria e poi a qualche anno di oblio è lì, sotto gli occhi di tutti. Il punto non è quanto Shyamalan abbia sbagliato, il punto è che ha sbagliato ogni volta in maniera diversa, e che accusarlo di essere statico e di rimanere sempre se stesso è ingeneroso e fuori fuoco. O anche: non è che non abbia fatto boiate, ma almeno ogni boiata è diversa dall’altra.

Credo che anche Shyamalan abbia sempre avuto la stessa consapevolezza, la ferrea convinzione di non essere uno senza idee, piuttosto uno con tante idee alcune delle quali del cazzo, e una scarsa capacità di autocritica. Non si spiega altrimenti la pervicacia con cui nel 2013, dopo il disastro dell’Ultimo dominatore dell’aria e dopo tre anni di silenzio, è tornato alla carica prima con After Earth, una terrificante robaccia sci-fi con Will Smith che avrebbe abbattuto anche un bisonte, e poi, finalmente, con il filotto The Visit/Split/Glass, che l’ha definitivamente riabilitato agli occhi di tutti tranne i più miopi. Quel che è certo è che in questi anni in cui ha fatto solo quello che pareva a lui non ha mai smesso di mutare, di crescere, ha allargato le sue prospettive, abbracciato definitivamente il suo amore per il fumetto, la serialità e gli universi narrativi e con ogni probabilità abbandonato l’intimità e l’introspezione del Sesto senso. O magari no! Magari ha appena rivisto Rosemary’s Baby e gli è tornata voglia di tornare a certe atmosfere; o magari è convinto di avere finalmente una bella storia di fantascienza da raccontare. Oppure è impazzito e ha deciso di darsi al musical! Se Shyamalan ci ha insegnato qualcosa in questi ultimi vent’anni è che non riesce a essere banale; personalmente l’unica cosa che mi sento di dirgli, due decenni dopo Il sesto senso, è: fai quello che vuoi, io mi fido.

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