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Tutto quello che non funziona in ‘Tua per sempre’

Il capitolo conclusivo di ‘Tutte le volte che ho scritto ti amo’ rovina una saga teen che di per sé era perfetta. Perché ha finito le cose da dire e pare ormai fuori tempo massimo

Noah Centineo e Lana Condor

Foto: Netflix

Come peggiorare una saga perfetta

Il primo film era il teen drama perfetto: c’era l’idea tenera (lei che ha scritto letterine d’amore a tutti i ragazzini di cui si è innamorata nel tempo), l’incidente e l’imbarazzo generalizzato (la sorella minore che le ha spedite e le reazioni dei destinatari), il triangolo (anzi, il quadrato) con finta storia d’amore destinata a diventare verissima, il tutto giocato con la giusta dose di miele e weirdness adolescenziale. E, soprattutto, c’era la coppia carina e coccolosa composta da Lana Condor (con il tocco diversity di lei, asiatica ma non troppo perché il padre è John Corbett) e Noah Centineo, il fidanzato che tutte le mamme vorrebbero per le proprie figlie. Dopo aver superato la prova del terzo incomodo, qui il franchise ammette di aver finito le cose da dire prima di iniziare il terzo capitolo (e forse pure il secondo: P.S. Ti amo ancora) e si limita a spuntare le caselline e strizzare l’occhio ai fan, con riflessioni di fondo tipo: «È più interessante vedere due persone innamorarsi che cercare di tenere viva una relazione», «Il college mette alla prova le coppie nate al liceo», «Crescere è dura», e bla bla bla. Mettiamoci anche che si rischia il diabete e che Centineo pare essere meno splendido splendente del solito: sì, il meglio della produzione Netflix per adolescenti meritava decisamente un finale migliore.

Basta New York, pietà

New York è bellissima, #gac (non sapete cosa vuol dire #gac? Andate a rivedervi una puntata di Propaganda Live di Zoro). Dopo un anno di pandemia (e senza viaggi), anche a noi viene da piangere di fronte allo skyline più celebrato del mondo. Ma che nell’immaginario cinematografico non ci si sia schiodati dalla “sindrome Carrie Bradshaw” fa un po’ venire l’orticaria. Ed ecco dunque la nostra piccola Lara Jean che, arrivata in città col torpedone come una qualsiasi turista del Midwest, si ritrova stregata dalla luna e da Manhattan. Qualcuno le dica che adesso, per quelli della sua età, è più cool Bushwick.

La boomeraggine spinta della selecta musicale

Avviso a quelli della Generazione X/Early Millennial: vi sentirete vecchissimi. Perché la cover di Wannabe delle Spice Girls e (soprattutto) la Wonderwall originale degli Oasis vengono usate come riferimenti lontanissimi (ok: lo sono; ok: siamo dei nonni). I conti temporali più o meno tornano, ma certo fa tenerezza – e anche un po’ di tristezza – vedere i teen di oggi usare la hit di (What’s the Story) Morning Glory? come fosse uno di quei pezzi 50s su cui si trovava a ballare Michael J. Fox in Ritorno al futuro – Parte II (altro titolo per non giovanissimi). Ma i dolori veri arrivano con le scelte contemporanee: vedi Bambola di Betta Lemme sulla sequenza al bowling che cita Il grande Lebowski. Povero Drugo.

Il mood zuccheroso in tempi di Euphoria

Foto: Katie Yu/Netflix

Le letterine vanno benissimo fino a un certo punto, poi si quaglia, soprattutto se sei all’ultimo anno di liceo. E invece no: Lara Jean e Peter continuerebbero a scambiarsi messaggi teneri e bacetti probabilmente fino al matrimonio, con un romanticismo d’antan che ormai sembra fuori tempo massimo. Di più: quando lei sarebbe propensa, lui si ferma e dice: «Qualcosa non va». Se’, vabbè. D’accordo il mood favolistico zucchero e miele, ma i nostri sono gli unici due adolescenti sulla faccia della Terra che non pensano a quello. E, in tempi di Euphoria e di tv-verità sugli adolescenti, l’effetto è solo: what the fuck? (pardon). Poi alla fine concludono, eh: ma solo perché hanno deciso che staranno insieme per sempre. Se’, vabbè/2.

La trama che gira su se stessa

Dico al mio moroso che non mi hanno presa nella sua stessa università oppure faccio finta di essere stata ammessa? E poi: lo seguo nel college a due passi da lui sulla West Coast o fuggo nella Grande Mela? Finti problemi perché, comunque vada, va sempre tutto bene. In un’ora e cinquantacinque minuti (ripetiamolo: UN’ORA E CINQUANTACINQUE MINUTI) la trama gira su se stessa, fingendo di sottoporre i protagonisti di fronte a grandi bivi esistenziali (e narrativi) quando in realtà, davanti a ogni inghippo, la soluzione è ogni volta facilissima, rapidissima. E mentre tutt’attorno spuntano possibili sottotrame più interessanti, Lara Jean e il suo Peter vanno avanti imperterriti col loro quesito del primo minuto: che barba, che noia (cit. Casa Vianello, visto che questi due sembrano due matusa alla Sandra e Raimondo: che, però, erano decisamente più divertenti).