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‘The Specials’: Vincent Cassel e i suoi ragazzi quasi felici

Il divo francese racconta, grazie ai registi di ‘Quasi amici’, l’epopea quotidiana di una onlus che si prende cura di ragazzi autistici a Parigi. E fa centro

Vincent Cassel e Reda Kateb in ‘The Specials’ di Éric Toledano e Olivier Nakache

Foto: Lucky Red

Stéphane Benhamou. Non sapete chi sia, vero? Neanche chi scrive, finché Alice nella città, con la sua capacità di dragare generazioni e coscienze, ha messo nel percorso del festival The Specials – Fuori dal comune, nelle sale dal 29 ottobre, una di quelle storie che ti rimangono tatuate addosso. Ed è la storia romanzata di Stéphane, che qui diventa Bruno Haroche, così come l’associazione vera che presiede il primo si chiama (in maniera ben più politica e morale) “Il silenzio dei giusti”, mentre nel film si è scelto un più accomodante “La voce dei giusti”.

Ma questa piccola concessione buonista non toglie nulla alla forza del racconto, al dittico di registi Éric Toledano-Olivier Nakache (sì, quelli di Quasi amici), capaci di dare il meglio quando malattia e differenze etniche, ma soprattutto etiche, si mischiano nei rivoli dell’amicizia, della necessità, del dolore e della solidarietà. Ci hanno messo un po’ a tirar su il film i due, perché di fronte avevano una storia maledettamente vera, quella di un eroe normale ma straordinario per le sue azioni, e gli andava tributato il giusto omaggio, sia raccontando i suoi ragazzi (tutti autistici) sia raccontando le sue peripezie. E, come sempre con questa coppia di cineasti, è venuto un film immediato, essenziale, ovviamente con la giusta dose di melodramma e la capacità di muovere mente e cuore dello spettatore all’unisono.

E se poi si ha anche una presa sulla realtà, ancora meglio. Già, perché nel film scopriamo che Stéphane – interpretato da un Cassel che da un po’ non trovavamo così in forma, sia nel côté drammatico sia in quello più leggero – ha dedicato la vita, un appartamento e i soldi a costruire un’associazione che non ha le autorizzazioni burocratiche necessarie, ma che ha risultati incredibili. Dopo una proiezione all’Eliseo, sul tema si sono accesi i riflettori, e la struttura ha ricevuto lo status di “sperimentale”, così da non dover chiudere. Impossibile rimanere insensibili di fronte alla favola urbana di un uomo semplice e generoso – troppo, come sottolinea il suo contabile che gli fa promettere «di non dire più a tutti la frase “troveremo una soluzione”» – capace di guardare negli occhi chi è emarginato da una società superficiale ed egoista, di ascoltare la rabbia e le difficoltà di quelle famiglie che sono costrette a portare un peso improbo nell’indifferenza di Stato e concittadini.

Nakache e Toledano dicono di essersi ispirati all’Oro di Napoli di Vittorio De Sica, anche se come sempre manca loro quel pizzico di malizia e cattiveria dei personaggi del grande regista italiano, ma probabilmente è la dolcezza e l’attenzione con cui curano i loro protagonisti più sfortunati e in difficoltà a essere ispirate a quel capolavoro. Come in Quasi amici iniziali incomprensioni e ruvidità servono solo a rendere più grande – ma anche più complessa, va detto – l’epopea dei sentimenti e dei fatti che ne conseguono, così la scrittura di questo film è piana ma non noiosa, è geometrica e prevedibile ma capace, con la gestione di ritmi e intensità, di tenerti coinvolto. Perché non conta cosa succederà – lo sappiamo, lo capiamo presto –, ma come. E nel frattempo spiamo quell’universo di uomini e donne che si dedicano agli altri, di ragazzi, soprattutto adolescenti, che vengono definiti malati e invece sono solo speciali. Di questi adulti che sono ponti tra la città e quell’isola felice, perché, come succede con Brigitte e il signor Marchetti, a volte qualcuno che almeno ci prova a essere migliore, a non guardare la propria mano solo per contare soldi ma per tenderla a un altro, lo trovi.

E Bruno, con la sua faccia stanca, la sua ironia dolente, le spalle piegate sotto il compito che si è dato, rassegnato nel non avere una vita propria almeno quanto non conosce la parola resa sul lavoro, sa che si tratta sempre e solo di piccoli passi. Che sia prendere una metropolitana o far capire a due ispettori del Ministero che le carte contano poco, quando si deve salvare qualcuno (che bella la scena dei due con la madre del primo ragazzo curato da Bruno, quello su cui ha “fondato” il suo protocollo). Con Cassel ci sono un ottimo Reda Kateb e un po’ di volontari veri delle associazioni parigine e di ragazzi autistici che vi gravitano attorno. Motivo per cui i due, pur pressati da produttori e distributori per i grandi successi di botteghino sfornati negli ultimi anni, si sono presi il loro tempo e hanno deciso di dedicare al film quello che serviva perché tutti fossero a loro agio. Prima, durante e dopo il film, e infine anche davanti allo schermo.

I giovani attori del cast di ‘The Specials’. Foto: Lucky Red

Ci si commuove ma si ride, ci si stupisce anche quando sai cosa succederà. Perché è l’attitudine del protagonista a stupire. Non è un medico né un assistente sociale: volendo mutuare un’espressione da un noto eroe della Sergio Bonelli, è un indagatore dell’animo, dei meandri di menti e cuori diversi, li guarda, li tocca, gli parla, li segue, raccoglie testimonianze su di loro, come fossero un “caso” da risolvere per un ispettore. Con la stessa tenacia, senza fronzoli, con la caparbia convinzione di potercela fare sempre. Noi abbiamo il privilegio di seguirne tanti, nel film, ma Valentin, violento e terrorizzato, ci porta fino alla fine, con una scena elementare e struggente. Il resto è tutto un ping pong di problemi presi di petto e delicatezze registiche, dalla metafora raffinata del pattinaggio sul ghiaccio ai rumori, perché nei momenti più difficili ciò che senti prevale persino sull’immagine, come la calma di Bruno sulle crisi dei suoi ragazzi. Di quella religione che pur diversa, unisce due fratelli di cuore e pancia, e dà loro forse quella forza tranquilla per affrontare tutto. Un suggerimento mai imposto, con una kippah o una battuta a una bella donna, senza moralismi o dogmatismi.

Toledano e Nakache, se non ci fossero, andrebbero inventati. Altri li definirebbero buonisti, invece sono solo necessari. Perché cinema e realtà possono fondersi di fronte agli occhi di chi sa forgiarli in qualcosa di unico. E, quando andrete in sala, per vederlo portatevi una bruschetta. Così quando piangerete, perché succederà, potrete dare la colpa a lei.